Tornando a casa Live report, 25/04/2012

29/05/2012 di

Un locale storico, frequentato per anni e ora completamente cambiato. Canzoni storiche, cantate a memoria per anni e ora attraversate da influenze nuove. Il concerto del Santo Niente a Pescara attiva cortocircuiti a tutti i livelli. Roberta D'Orazio era lì a coglierli, uno per uno.
 

Queste sono le mura che ci appartengono. L'odore che ha resistito tenace ai lunghi giorni della chiusura, un intero inverno senza tornare qui. Per chiunque sia cresciuto a Pescara, il Wake Up, che per più di una decade ha dispensato al pubblico buona musica e tanti sorrisi, è un'istituzione, e come tale lo si ama o lo si odia. Io appartengo alla prima categoria di persone, quelle che non uscivano da qui prima dell'alba, che aspettavano l'ultima canzone, e poi l'ultimissima, e l'ultimissima ultima ultima. Ci mandavano via le luci di servizio accese, più fredde di quelle che ci aspettavano fuori: i primi chiarori della mattina che, spalancate le porte, incendiavano il mare davanti a noi.

Non è la prima volta che entro nel locale dopo la riapertura, con una nuova gestione e un nome diverso che non so ancora pronunciare. La disposizione del palco, del bancone e di tutto il resto è cambiata, ed è una sensazione strana: come lasciare la propria camera per lungo tempo, tornare e scoprirla in disordine, ma ritrovare intatti i propri ricordi.
Stasera tocca al Santo Niente, con l'unico concerto dell'anno nella nostra città nonché quartier generale della band. E per chiunque sia cresciuto qui, il Santo Niente è parte del tessuto sociale, le canzoni sono quelle che abbiamo cantato sin dalla nostra adolescenza, anche in questo caso con amore o con odio, e Palazzo sta a Pescara come Fiumani a Firenze.

Ed ecco che sale sul palco senza troppi preamboli. Con lui la rinnovata formazione, musicisti giovani e preparatissimi provenienti da Death Mantra for Lazarus e Zippo. Si parte con “Fiction”, il suono mi sorprende: le esperienze stoner e post rock maturate dai ragazzi rinvigoriscono il pezzo senza deturparne la componente di rock abrasivo e primordiale. Il risultato è l'eccellenza, penalizzata, ma solo per un tempo brevissimo, da un'acustica appena al di sotto delle potenzialità del locale. Impreparata di fronte alla novità, resto ugualmente stupita dagli arrangiamenti dei tre brani successivi, tratti da quella sequenza di capolavori chiamata “'Sei na ru mo'no wa na'i”. L'impressione è quella di incontrare, per caso, un amante perso nel tempo, riconoscerne alla perfezione i tratti somatici e meravigliarsi al tempo stesso del fatto che non sia per nulla invecchiato. Ai pezzi del Santo Niente accade proprio questo: sanno accogliere nel proprio tessuto sonoro influenze nuove e diverse pur rimanendo sempre fedeli a se stessi. Come il vino che si adatta alla forma del calice in cui viene versato, ma resta immutato nel sapore. Questa musica è materia viva, incandescente. “È aria”, come canta lo stesso Umberto Palazzo dal palco.

Mi guardo attorno: è su “Occhiali scuri al mattino” che per la prima volta distolgo lo sguardo e mi accorgo che il pubblico è moltiplicato rispetto all'inizio del concerto. È il momento di un pezzo che non conoscevo, Palazzo mi spiegherà in seguito che si tratta dell'inedito “Cristo nel cemento”. E poi le suggestioni delle luci bluastre ammiccano alle note e alla voce di Umberto: “Luna viola” è la carezza che rapisce, delicatezza e incanto. Lo schiaffo arriva subito dopo con “Cuore di puttana”, il pezzo che mi fece innamorare anni fa del Santo Niente. Se, con il proprio progetto solista, Palazzo ha sperimentato le possibilità musicali di una forma da lui stesso definita “pre-rock”, qui il frontman sembra voler esplorare ogni angolo di un rock pornografico dai suoni rudi e impertinenti.


Mentre la scaletta prosegue, osservo la band: con un'attitudine lontana da fastidiose esagerazioni scenografiche, Palazzo e i suoi musicisti incarnano con discrezione e forza al tempo stesso ogni possibile sfumatura della rabbia, della speranza. A dimostrazione del fatto che non è necessario strafare per emozionare un pubblico. E le loro canzoni ci emozionano sempre. Quando lo spettacolo arriva alla fine, dopo questo incredibile viaggio sonoro in cui vibrano le corde del presente e del passato, un solo pensiero nella mia testa.

Assistere a un concerto del Santo Niente è come lasciare la propria camera per lungo tempo, tornare e scoprirla in disordine. Ma ritrovare, splendidamente intatti, i propri ricordi.
 

Pagine: Santo Niente Umberto Palazzo

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