Santiago (Lorenzo Urciullo + Alessandro Raina) - Tour Report Live report,

17/01/2011

Santiago: Alessandro Raina (degli Amor Fou, qui con il suo progetto solista Casador) e Lorenzo Urciullo (degli Albanopower, in questo caso nelle vesti di Colapesce) sono partiti per un tour semiacustico di un mese in giro per l'Italia. Giorno per giorno ci diranno del loro viaggio con foto, video e racconti tra Hemingway, il mare e la Sicilia.



Ecco le date:
14/01: Buzz (Siracusa)
15/01: Kenisa (Enna)
16/01: La Chiave (Catania)
18/01: Unpop (Catona, RC)
19/01: Cubolumière (Catanzaro Lido)
20/01: Arci Rubik (Guagnano, LE) 21/01: Arci Linea Gotica (Ferrandina, MT)
22/01: Rifrullo (Eboli, SA)
23/01: Doria 83 (Napoli)
25/01: Sottoscala 9 (Latina)
26/01: Le Mura (Roma)
27/01: Officine 34 (Foligno)
28/01: Caffè Ricasoli (Grosseto)
29/01: La Casa 139 (Milano)
30/01: Ass. cult. L'Officina (Giulianova, TE)
01/02: Glue (Firenze)
02/02: Fabbricaria (Aversa, NA)
03/02: Morgana (Benevento)
04/02: La Grange (Cosenza)
09/02: Lizard (Palermo)
10/02: Arci Lebowski (Ragusa)
11/02: Rapa Nui (Messina)
12/02: Caffè Consorzio (Modica, RG)
13/02: House Concert (Mazara del Vallo, TP)

Parte prima: Ortigia - La genesi.

Nonostante i suoi tratti da pescatore di frodo di Tangeri Lorenzo è un raffinato intellettuale e la prima coincidenza che ci legò riguarda la comune, precoce, passione per un racconto di Hemingway, 'Il vecchio e il mare'. Ne parlammo una sera di maggio all'interno di un pittoresco locale a tema egizio in provincia di Siracusa, qualche anno fa. E' la storia di un vecchio pescatore, Santiago, giunto ormai all'ottantaquattresimo giorno senza pescare un pesce. Ed è la storia del suo apprendista, Manolo, che a un certo punto lo abbandona. Santiago decide di prendere il mare da solo, riuscendo a far abboccare all'esca un grosso marlin, che lo trascina per tre giorni e tre notti. Alla fine il vecchio uccide il pesce ma il suo rientro al porto è molto sofferto a causa dei pescicani, dei segni dell'età e del conseguente sconforto. La sua vela pare la bandiera di una sconfitta perenne.

La cosa che entrambi ricordavamo di più era una frase del vecchio Santiago: un uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.

Qualche mese fa ci ritrovammo a mangiare zuppa di ceci e calamari in una bettola di Ortigia, discutendo di un progetto troppe volte rimandato, che unisse musica, amicizia, santini, barzellette sconce, comunisti e democristiani, Herbert Pagani e Leo Ferré, le Organ e Modugno, Padre Pio e un aquila che non è un'aquila. L'unico tavolo disponibile era collocato sotto un souvenir di ceramica che rievocava un pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Ancora quel nome, l'idea di un viaggio impossibile verso una meta che forse non esiste ma che non si smetterà mai di cercare.  Avevamo il nome, non restava che scegliere il repertorio, comprare due rose bianche da infilare nel taschino e alzare il telefono per provare a trasformare tutto in realtà. Alla fine ce l'abbiamo fatta, io ho imparato qualche proverbio siciliano in più e Lorenzo ha finalmente capito la differenza fra l'accento milanese e l'accento di Berlusconi: siamo pronti per tentare la nostra piccola rivoluzione! Ad ospitarla ci sarà un paese che come sempre ci apparirà bello e pasticcione e in cui peregrineremo senza mai dimenticare la lezione di un grande siciliano, Gesualdo Bufalino: tutte le rivoluzioni cominciano per strada…. e finiscono a tavola.

To be continued (si spera).


"Saint Thérèse" di Casador, nuovo brano ispirato alla vita di Santa Teresa di Lisieux, presentato in tour.

Parte seconda: Enna - I baracchini notturni.

E' lunedì e le vie del centro storico di Catania ribolliscono di un sole che prova a scaldare l'umidità millenaria di tanti meravigliosi edifici manieristi e barocchi, che più decadono e più sembrano belli. Manca meno di un mese alle celebrazioni di Sant'Agata. In quel giorno la città si trasformerà in una bolgia multicolore, unendo sacro e profano, ritualità tribali e fiesta, le braci saranno ininterrottamente roventi, diffondendo per le strade la vampa dei profumi di spezie e carni di pesce, cavallo, maiale in un'orgia sensoriale che ha pochi eguali in Italia e nel mondo.

Oggi però l'odore salmastro prevale su tutto, mentre avvertiamo una chiara sensazione: la prima tre giorni in terra sicula ci trasmette la certezza di esserci imbarcati in un viaggio insidioso e seducente, che ci rende, al contempo, turisti privilegiati e infreddoliti artisti di vaudeville. Dopodomani si salta sul battello diretti in Calabria. Que viva Santiago!

Solo in Sicilia si suona, beve caffè e comprano libri (bellissimi) in una ex chiesa araba del '500 e poi si trova parcheggio davanti a una casa popolare le cui fondamenta poggiano sui resti di una residenza che ospitò Cicerone. Dopo una confortante data zero a Ortigia saliamo a Enna, il comune più alto (e a volte più freddo!) d'Italia. Il pubblico è numeroso, a testimonianza del bel seguito di cui godono i progetti di Lorenzo nella sua terra: per una volta il nemo profeta in patria ce lo teniamo nelle mutande, insieme alla solitudine, come farebbe Leo Ferré. Si dorme tardi, al risveglio mi giunge una mail di Emidio Clementi, che si dice sfacciatamente orgoglioso del suo allievo. La vita è bella.

Dopo sole tre date ci appare chiaro che la consuetudine più toccante di questo tour sarà la scoperta di quella vivacissima mole di umanità rappresentata dai gestori dei baracchini notturni. Colpevolmente ignorati dalla letteratura ufficiale queste figure nascondono spessissimo una tipologia di italiani collocati a metà strada fra la generazione degli emigranti e l'Italia in crisi degli ultimi vent'anni. Alex gestisce 'Tutto alla griglia' a Enna alta. Al suo fianco c'è sua moglie, una bellissima ragazza rumena che alle tre del mattino è più lucida e cordiale di moltissime sales assistants delle boutique di lusso, tristi esemplari di femmine metropolitane, stra-pagate e stra-frustrate. Il paninaro ci racconta commosso che fra alcuni mesi nascerà il suo primo figlio, e finalmente anche lui contribuirà all'internazionalizzazione della famiglia, dopo che il fratello ha dato alla luce un pargolo italo-dominicano.

Spossato da svariati tentativi di fecondazione non riusciti quattro mesi fa Alex si è deciso ad ascoltare i consigli del ginecologo. Ha mollato lo stress del belpaese ed è fuggito in Romania, dove in un clima meno congestionato è riuscito nell'impresa di assicurarsi un erede! Azzannando il nostro agognato panino, condito di saporitissimo salmoriglio, ipotizziamo scherzando amaramente che forse gli spermatozoi, intuendo in quale Italia andranno a fecondare l'ovulo, a volte dribblano, anelando a migliori lidi. Per concludere il suo racconto questo ragazzo pieno di dignità, dai capelli che sfuggono al berretto come broccoli impazziti, ci assicura di avere già deciso di abbandonare il baracchino e tutti i ricordi che si porta dietro, per garantirsi orari più consoni alla sua missione paterna. Non ha tuttavia in mente di lasciare la Sicilia e nemmeno di tentare la fortuna al Superenalotto. Ritornerà a fare il suo antico mestiere: il fabbro. Un lavoro di retaggio medievale, per lui che del medioevo siculo ha già i tratti somatici e la vivacità intellettuale.

Nell'epoca in cui l'individualismo e i suoi mille sotto-prodotti sembrano non incontrare resistenza, un giovane italiano, col sorriso sulle labbra, costruirà il futuro di suo figlio battendo martelli mastodontici nella fucina del suo mestiere antico.

Parte terza: Catona, Catanzaro, Guagnano - "Ho scritto Santiago sulla sabbia"
Percorrere due isolati di Catania, a tarda sera, per cercare una bettola ancora aperta fra le mille che si ammonticchiano nell'alveare di palazzi anneriti di tempo e pietra lavica, può facilmente coincidere con lo stesso percorso che cento cinquant'anni fa irretì la gioventù dorata di mezza Europa, improvvisamente reinnamoratasi di una terra di santi e pittori riscoperta lungo le rotte del Grand Tour.

Il traghetto che lentamente ci allontana dall'isola si svuota la pancia quando a Reggio è già notte. Basta però poco a ravvisare che uno degli elementi ricorrenti di questo viaggio sarà il radicale, ininterrotto, cambiamento di scenari. A Catona ci accoglie un locale strappato al degrado di una periferia che rievoca schegge di Beirut o Fallujah, luoghi che i telegiornali hanno ormai da tempo traslato nei nostri immaginari collettivi. Per questo è ancor più gratificante vedere la sala del piccolo Unpop animarsi di un pubblico composto e civilissimo, fatto di ragazzi e ragazze che hanno raggiunto questo luogo di confine per farsi firmare un disco di Amor Fou o chiedere la propria canzone preferita di Albanopower. Il giorno dopo ci attende uno scenario noto ma non meno sconcertante. La periferia di Reggio Calabria, uno dei massimi esempi nostrani di devastazione urbanistica, ci propone una teoria di palazzi mai completati, in cui nuclei di famiglie stendono i panni all'interno di ambienti a cui mancano le murature basilari, piani abbandonati a metà in un agglomerato di palazzine e villette a schiera che viste da lontano sembrano il risultato di tanti mattoncini lego messi nelle mani di una mente alienata. Mento di duecento metri e la temutissima A3 ci imporrà il classico alternarsi di code e rallentamenti, ispirando discorsi sulla totale mancanza di un piano di viabilità nel sud Italia, di cui però i giornali e i Tg sembrano occuparsi poco, preferendo – come verifichiamo alla prima sosta in autogrill - dedicare due minuti al furto di panchine nei parchi della provincia di Bergamo o alla riscoperta della sensualità post-cornificazione di una rediviva Sandra Bullock.

A Catanzaro è il mare a ricordarci che la bellezza, tuttavia, si fa spesso umiliare ma è difficile a morire. L'Hemingway è una grande sala concerti a metà strada fra una selva di pini marittimi e il mare grigio di fine Gennaio.  Alla sera riusciremo raramente a contrastare un vociare estenuante, ennesima testimonianza della sempre più carente educazione musicale dei partecipanti a tipologie di serata in cui sia richiesta una soglia di attenzione che vada oltre quella impiegata per fare zapping la domenica pomeriggio. Serate a cui va di certo augurata miglior sorte vista la perdurante passione di chi le promuove. Tutto questo mi ricorda le sensazioni che ho provato qualche settimana fa, guardando su Youtube alcuni estratti del tour solista di Michael Gira. Lo stesso brano, eseguito nel club alternativo di riferimento, a Roma ed Amsterdam, era nel primo caso accompagnato da un vergognoso brusio in perfetto stile happy hour aziendalista e nel secondo da un silenzio religioso e adorante. L'avreste mai detto?

Purtroppo, e non è una novità, i primi luoghi in cui si registra sempre meno rispetto per l'espressione artistica e per chi vorrebbe goderne, sono proprio quelli che dovrebbero rappresentare e tutelare l'alternativa culturale, e in cui ormai quasi solo disponendo di un set ultra rumoroso è possibile contrastare la loquacità dell'appassionato italiota, che il giorno successivo sarà provvido di commenti, suggerimenti e anticipazioni sul posto che il concerto della sera prima avrà nella sua – ovviamente attesissima - playlist di fine anno.


Quello che ci accoglie il giorno dopo è un bellissimo mattino plumbeo. Rivitalizzati dalla vista dell'acqua, con le tasche piene di fermenti lattici e boccette di propoli, affondiamo i piedi nella sabbia per imprimere sul litorale il nome della nostra micro epopea, la stessa sabbia da cui Ulisse prese la via di Itaca. Le onde che si ostinano a morire sul lido autunnale cantano una canzone di dolcezza spettrale che ricorda le luci con cui Visconti vestì la sua "Morte a Venezia", trasformando le calle in un teatro en plein air, al contempo sublime e mefitico. Scattiamo foto belle e ci divertiamo come bambini la cui gioia è tutta racchiusa nel possesso di un bastone di legno riportato dal mare.

Nessuno di noi si ricorda che giorno sia, nemmeno il venditore di arance che appena fuori Spezzano Albanese (patria del mio amico Giuseppe Chimenti, in arte Modì, e di suo padre, Pino, straordinario pittore post surrealista allevato da Concetto Pozzati e Gillo Dorfles) cercherà di appiopparci una busta di agrumi alla cifra 'turistica' di dieci euro. L'indignazione di Lorenzo è immediata. Nel suo scoramento c'è l'amarezza di chi nasce, vive e lavora in un sud ancora congestionato da piccole furberie, in cui un contadino con le pezze al culo preferisce tentare di fregare tre ragazzi vestiti da becchini, scambiandoli per turisti venuti da chissà dove, piuttosto che vendere quelle dodici arance che, mezzo chilometro dopo, potremmo staccare indisturbati da alberi profumatissimi. Riprendiamo la strada per la Puglia fra gli sghignazzi dell'ambulante, pensando a quando Neil Young affrontò un tour a bordo di un auto strappata per poche centinaia di dollari ad una vecchia ditta di imprese funebri. Sulle note di "Le noise" pensiamo che forse un giorno anche Santiago girerà l'Italia su un carro funebre, senza più bisogno di abbattere i sedili, e magari sulle arance avrà pure uno sconto. Quello che probabilmente non avremo mai è l'emulsione di miele e tuono nascosta nel sound lancinante dell'indomito, immenso, canadese, ancora oggi splendido contraltare ad una voce androgina, profondissima, che costeggiando le Terme Sibarite ci arriva più antica, più nuova.

Parte quarta - Guagnano, i taralli e le Organ
Il porto di Taranto sembra un set di George Lucas appoggiato ad uno dei lembi più fertili della Magna Grecia. Costeggiamo Cala dei Saraceni fra gli sguardi un po' perplessi di una pattuglia della guardia di finanza mentre lo stomaco brontola sempre più frequentemente…taralli stiamo arrivando!

Guagnano per me sa un po' di ritorno a casa, grazie al calore mai in vacanza di tanti amici incontrati fra le numerose date di Amor Fou in Puglia. Angelo, Ivan, Lucia (Manca, giovane cantautrice di belle speranze recentemente prodotta da Giuliano Dottori), Andrea e tutti gli altri ci accolgono per la serata inaugurale del Rubik, un club in cui cercheranno di rivitalizzare il piccolo centro. Mamma Rai ci aggiorna sulle condizioni meteo della mia città di adozione mentre il Robinho chiude i conti di un Milan-Bari di Coppa Italia e la nostra attenzione è tutta per le delizie che divoriamo in barba alla sacra regola del digiuno pre concerto.


La sesta esibizione di Santiago fila via liscia. Lorenzo, al suo primo tour in modalità chitarra e voce, è sempre più a suo agio con le versioni 'light' dei brani di Albanopower e Colapesce, ed io posso (finalmente!) strimpellare la mia chitarra in santa pace senza che Max Lotti (ndr il fonico di AF) mi dica di abbassare un po' l'amplificatore. Ne emergono versioni in cui proviamo a far convivere il nostro amore per Gino Paoli e i Wilco ("Sere senza fine"), Superpitcher e Battisti (la cover electro-afro di "Anima Latina"), Liars e Cure ("Brother" delle indimenticabili Organ).

Il fantasma di Vinny Reilly, anima dei miei adorati Durutti Column, aleggia sul Salento mentre attacco una versione per delay e voce di "De Pedis", e penso che potrebbe piacere al mio amico Jukka (Reverberi, NdR) (forse la canzone no, ma la tonnellata di delay sì!). Il set si conclude lasciando spazio ai festeggiamenti per l'esordio del Rubik e due mila palloncini invadono la sala come nella migliore tradizione di un matrimonio neo-melodico!

'Vorrei somigliare il sole per entrarci per sempre nel tuo cuore' recita una tag scritta sul muro davanti alla stanza del b&b. In amore si sa, il muscolo cardiaco conta piu' della grammatica.

 E' il 21 Gennaio. Questo stesso giorno, nel 1903, Caruso debutta al Metropolitan Opera, e ancora oggi un giovane cantautore siculo-africano canticchia le sue canzoni sotto la doccia, subito doppiato in coro da uno stornellatore argentino-lombardo e da due donne delle pulizie pugliesi. United colors of dicitencello vuje!

Parte quinta: Ferrandina, Eboli - Toy stories

Linea Gotica è un disco irripetibile di parole pesanti come macigni eppure delicate come certe brezze, temibilissime, che soffiano sopra i seicento metri. E nel suo piccolo, se fate un salto verso lo Ionio, è anche un locale che ci rende meno impossibile ostinarsi a far parte del meraviglioso mondo dei bed and breakfast frigoriferi e delle pizze smunte. Un club di quelli come dio comanda, dove suonare è spesso la scusa per scoprire storie, sfumature, visi che in genere restano con noi a lungo. Ferrandina si inerpica lungo colline macchiate di uliveti e mirti, e il Linea Gotica è un locale incastrato fra una chiesa e un negozio di articoli sportivi. All'interno si è catapultati in un piccolo grande nido di cura e passione per la musica bella. Su ogni tavolo c'è scritto il testo di una canzone memorabile, da De Andrè ai Radiohead, ai muri sono appesi vinili – quelli sì – degni di dieci mesi di ascolti ripetuti e ovunque aleggia un bellissimo profumo di cordialità e profondo rispetto per chi fa musica.

Il giorno dopo però ci rendiamo conto che la sofisticatissima ironia – e casereccia – di Santiago ha ancora bisogno di un po' di rodaggio. Marco infatti ci scrive che "peccato penso che ieri sera,(Ferrandina) siete passati troppo inosservati...peccato....siete bravi, sicuramente siete un po' paranoici......ma questa e solo una opinione di chi scrive....perche' penso che la musica deve variare,cambiare, deve essere la benzina per muovere le teste presenti....ma ripeto sono concetti personali... poi ieri sera ho sentito i primi tre pezzi e mi sono detto veramente bravi...poi avete un po' paranoiato....però bravi...."
Marco hai dannatamente ragione. La musica deve essere benzina e noi, che in tutti i modi cerchiamo di allontanarci da una quotidianità fatta di sottosegretarie siliconate e voyeurismi d'accatto in cui al costo di un pompino viene data più attenzione rispetto a seimila riforme mai compiute, a colpi di amicizia, broccoli e cover di Battisti, forse sì, paranoiamo un po'.

E' che i musici paranoiati, e i fantasmi delle loro canzoni, ci inseguono ovunque e noi finiamo a suonarle in Basilicata, per te che, dichiaratamente, ascolti solo gli Almamegretta e non oso pensare quanto paranoiata troveresti Shannon Wright, la cui cover ti ho astutamente risparmiato.

Il piu' paranoiato di tutti, a dire il vero, resta Leo Ferrè, di cui Lorenzo aka Colapesce esegue una cover ("Niente più", che lui si ostina a ciriacodemitizzare cantando Niende Biù) il quale, nei massimi momenti di allegria, scriveva cose tipo 'Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità. La lucidità me la tengo nelle mutande.' Per frasi così, ovviamente, lo ameremo sempre alla più paranoiata follia. Ps: con la suddetta cover, ogni sera, Colapesce trionfa al festival di San Remo del 1911, sapientemente diretto dal Maestro Pistacchio, cioè io.


Scorgendo i bellissimi quadri esposti all'interno del Linea Gotica scopriamo l'esistenza di Gerardo Tulipano, il Leo Ferrè ionico, e scopriamo pure che da queste parti visse una generazione di bohemiens (veri, non quelli che appaiono sulle campagne di H&M !) che, se vorrete, troverete raggruppati qui.

Quando Santiago si ferma a Eboli è già sera e al tepore dei giorni precedenti si va ormai sostituendo un freddo pungente. Lorenzo, abituato ai climi africani, indossa regolarmente calzamaglia e guanti, inducendo Paolo (Mei, il nostro primo tour manager) a raccontargli fiabe esoticissime per fargli dimenticare questo clima da distilleria scozzese. Alla cartoleria Campanozzi acquisto un bellissimo carillon, dove clown semiseri si rincorrono su una giostrina panoramica, ed una statuina di Pinocchio, a prezzi stracciati, perché sognare è bello, soprattutto ad occhi aperti, e i giocattoli antichi sono sogni che ci aspettano nelle vetrine dei negozi di tutto il mondo, soprattutto quando siamo lontani da casa da secoli e ci serve qualcuno, qualcosa, che – come Pinocchio – è con noi da sempre e ci ricorda chi siamo. Burattini di legno che sognano di poter essere bambini, dieci minuti al giorno.

Parte sesta: Napoli, Latina, Roma - W la Rai!

Ci accoglie una Napoli piovosa, diafana come quella che fu cornice dei lampi di talento di Stefano Incerti, che nel suo bellissimo lungometraggio 'Il verificatore' la trasformò in un'estensione impossibile di Berlino.

E' tendenza diffusa associare alla napoletanità colori e chiasso, vivacità e pathos smodato. Chiunque abbia accettato le regole dell'amore folgorante di questa città, che è un continuo tirare di corde, scherzare in faccia al destino, fare e disfare, sa bene che questa è solo una piccola parte della storia.

Nel mio anno di nascita Chico Buarqe scrisse in "Pedaço de mim" che «La saudade è mettere in ordine la camera del figlio già morto». Involontariamente, o forse no, disse molto sulla bellezza ferale e animista di questa città che a volte ha l'aria densa e umida di un corteo di risa e pianti, che al contempo celebra la bellezza della vita e l'ineluttabilità della morte.

La delicatezza di quest'anima molteplice, per una sera, è racchiusa nell'estrema compostezza del pubblico napoletano che ci premia più attraverso gli sguardi che non nelle esternazioni di giubilo.

Il concerto si allunga in un improvvisato unplugged nell'accogliente backstage del Doria 83, ed anche qui si ha modo di avvertire le profonde differenze di attitudine fra lo scorcio di napoletanità che stasera ci ospita e i tratti peculiari ad altre tipologie espresse da questa stra-ordinaria regione. I ragazzi scesi dall'Irpinia invadono il camerino con richieste, gioia chiassosa, invadono lo spazio dei musicisti per commentare le canzoni all'orecchio di chi le canta, quasi rivendicano il possesso del senso ultimo di ogni composizione, o anche solo di un'immagine nascosta fra le strofe. I napoletani siedono composti e incantati, con un sorriso abbozzato che ne certifica la delicata gratitudine e l'entusiasmo, senza mai oltrepassare la soglia invisibile e necessaria fra un artista, un acrobata in bilico sul vuoto, e il suo pubblico. Questo splendido velo di grazia e civiltà ci riconcilia con la fatica di fare musica in qualsiasi condizione possibile e ci accompagna a tarda notte mentre raggiungiamo Agnano, terra di cavalli, bestemmie e scommesse perdute, e le strade fumano coltri di vapore acqueo.

Nei due giorni successivi mi separo dai fidi compagni di viaggio per raggiungere la truppa dell'Amore Folle negli studi Rai di Tiburtina, là dove, in anni irripetibili, Pasolini, Totò e tanti altri resero l'Italia un paese più civile, più nobile e più cosciente di sé. Mamma Rai ospita gli Amor Fou per due puntate di "Parla con Me" in cui faremo conoscenza con la splendida professionalità di Serena Dandini, caposaldo di una tv intelligente e frizzante, che non c'è più, scoprirò che Vergassola ha una casa a due metri dal mio ristorante preferito alle Cinque Terre, realizzerò di avere i capelli troppo lunghi e tutti insieme cercheremo di rendere giustizia alla grande attenzione che "I Moralisti" continua a ricevere. Sicuramente il mix televisivo non premia completamente il nostro suono e la fragilità di quattro sgarruppati, chi scrive in primis, è qualcosa di molto diverso dal perfezionismo di una generazione di cantanti minorenni già perfetti e impostati ad inizio carriera, ma ce la mettiamo tutta e in una bellissima performance di "Anita", la seconda sera, facciamo esplodere tanta tensione e la gioia di essere arrivati davanti a quelle enormi telecamere, consapevoli di quanto resti da fare, imparare, tradurre e di quanto il nostro mondo restino i club, le strade, i fogli di carta, i riverberi naturali delle stanze antiche, anche se a trasmissioni così, con i tempi che corrono, parteciperemmo ogni mese. La prima sera, complice "Ballarò" e forse la somiglianza di Leziero con Johnny Depp, si sfioreranno i due milioni di telespettatori, il che - sempre con i tempi che corrono - è tanta roba.

Paolo mi informa che il concerto di Santiago è filato liscio anche senza il mio Borsalino fra i piedi e a Roma ci ricongiungiamo per suonare in un nuovo, bellissimo club di San Lorenzo, Le Mura. Il pubblico è numerosissimo, conosce già tutte le canzoni e ci accompagna in una delle migliori performance del tour. Siamo raggiunti sul palco da Giuliano e Paolo degli Amor Fou, per buttarci in una cover super '60 di "Peccatori in blue jeans". Dopo aver ripescato il classico "Raining in Baltimore", tratto dall'album che sancisce l'alleanza Raina /Dottori (il bellissimo "August and everything after" dei Counting Crows) improvvisiamo una lunghissima coda sul finire di "Waltz #2" di Elliott Smith, sfumata nell'entusiasmo di amici e curiosi.

Per una volta ne abbiamo giusto intravisto i lembi ma la capitale, una volta di più, ci ha ricompensato con molto più di quanto avessimo pattuito.

Parte settima: Foligno, Grosseto, Milano - Da niente a niente

La temperatura scende mentre ci avviciniamo all'Umbria e incrociamo le dita perché  non nevichi. Le arance comprate ad Altamura stanno finendo, Beach House e Wilco imperversano dalle casse dell'autoradio, giorno dopo giorno la nostra piccola monovolume si arricchisce di nuovi elementi, oggetti acquistati per strada, souvenir di un viaggio in cui riusciamo a vedere pochissimo dei luoghi che ci ospitano.

A Foligno ci attende l'ennesima sorpresa. I ragazzi dell'Officina 34 infatti ci accolgono sulla soglia di una bellissima boutique di moda! Non ho il tempo di esclamare "sembra di essere a Berlino", che Roberta, la deliziosa padrona di casa,  mi informa che dopo gli studi all'Istituto Marangoni e un tirocinio di prestigio nel fashion biz ha mollato l'allegra (come no) brigata delle fashion victims milanesi ed è tornata ai borghi natii per creare questo meraviglioso avamposto di stile e creatività, parole che una volta tanto non servono a camuffare il qualunquismo di qualche ristorantino Ikea styled né l'ennesima one night electro bla bla per laureandi dello Ied spesati e johngallianizzati. Di giorno l'Officina 34 è un concept store uomo/donna con indirizzo chic/contemporaneo, dove campeggiano marchi emergenti italiani mischiati a brand ormai affermati come Margiela e Rick Owens. Ci si trova anche vintage super selezionato, oggettistica, libri e in generale un clima accogliente da salotto post moderno che non ha nulla di luoghi ingessati ed autoreferenziali come Corso Como et similia. La sera il negozio chiude e una serranda lo separa da un ampio open space in cui si tengono concerti ed eventi mentre Roberta e i ragazzi del negozio passano dai capi di abbigliamento al bancone del bar senza perdere un briciolo di cortesia e vivacità. Suonare in un posto così, che colpevolmente non avremmo immaginato di scoprire da queste parti, è un vero ristoro. Tutto è al posto giusto e la serata scivola via melliflua fra le note di "Sere senza fine".
A fine concerto vengo avvicinato da un ragazzo che si rivelerà fra i pochi possessori di tutte le copie della mia fanzine "Cemento e Vetro", titolo rubato a una canzone del misconosciuto combo francese post rock dei Purr, i cui primi due dischi restano fra i miei preferiti di sempre. Ne auto-produssi tre numeri, correva il 1996, e Filippo Perfido, allora a capo di Gammapop (seminale indie label italiana a cui si devono gli esordi di GDM, Cut, Julie's Haircut e tanti altri, poi confluita nell'attuale Ghost Records) mi regalava i cd da allegare. Grazie a quei dieci fogli fotocopiati conobbi amici fondamentali come Giacomo Spazio, Mirko Spino, Emidio Clementi, intervistai band assurde come And you will know us by the trail of dead o i Trumans Water e feci amicizia con tutte le persone che, concerto dopo concerto, mi trascinarono nel meraviglioso mondo della musica indipendente e non. 
Smontiamo il palco mentre il dj suona metà dell'ultimo disco di Micah P. Hinson e subito la mente va ad una cena, nello stesso ristorante in cui finiremo fra un paio di giorni, in cui dopo quarantotto ore di silenzio pressoché totale il nuovo Johnny Cash decise di raccontarmi gli aspetti piu' caratteristici della vita in Texas, fra accoltellatori turchi, bistecche di manzo alte sei cm e gite in scooter fra dune di sabbia e armadilli infoiati. Gli occhi perennemente spiritati di un under trentenne capace di descriverti le sue allucinanti esperienze di autodistruzione fino a due secondi dall'inizio dello show in cui, addolcita da una grazia quasi infantile, la sua voce ubriaca di vita ti inchioderà al pavimento con parole come queste: "Sweetness, You can come home with me / Against all hope and sense of decency / Sweetness, take off that dress for me / Against all hope and sense of dignity".

Di Grosseto riusciamo a vedere piazza Dante, splendida nella sua forma trapezoidale, in una notte di vento ed aghi ghiacciati che ci tempestano i visi un po' smunti. Esitiamo al cospetto del monumento a Canapone mentre Lorenzo magnifica l'ennesimo lascito del suo adorato Federico II scattando una foto al Palazzo degli Aldobrandeschi. Sul sagrato del Duomo una splendida ragazza, alta come una guglia dai capelli color miele e il profilo mitteleuropeo, attende il suo amato - dai tratti a dire il vero un po' meno pittorici. Costeggiamo le mura cinquecentesche saltellando come cretini e Lorenzo sfotte una mia rischiosissima evoluzione acrobatica definendola "degna di un film di Jacques Tati".

Il giorno dopo, lungo l'autostrada, sostiamo per addentare i nostri agognati due chili di fiorentina. L'ambiente è toscano decadente anni '70, da periferia monicelliana. La tv manda i casi umani di Paola Perego e co. e al comparire di un novello Kaspar Hauser, ennesima cavia della tv del dolore oggi incarnata da un trentenne senza memoria della propria identità, Lorenzo ha un sussulto.

Pare che il tipo sia cresciuto in un istituto di Solarino, il paesino da cui anche Urciullo proviene! Lo scanner fisiognomico si attiva all'istante e in due minuti Lorenzo si dice sicuro di poter restituire un passato a quest'uomo, che assomiglia così tanto ai figli di un bracciante amico di suo nonno. Proprio mentre cerca di mettersi in contatto con i solarinesi la tv trasmette la voce di uno degli zii del tapino che si rivela esattamente la persona indicata da Lorenzo! Allibiti da questo momento di tv verità consumiamo il nostro pranzo prefigurando il giorno del ritorno del figliol prodigo a Solarino, dichiarandoci pronti a testimoniare che, in ordine di tempo, il primo riconoscitore è stato mr. Colapesce e già immaginiamo i quotidiani locali dare inchiostro a titoli roboanti "Cantautore impegnato solarinese restituisce un passato all'uomo senza nome". Ci faremo una canzone, come minimo.

Fra i clacson del traffico di Milano scorgo le vie che conducono alla mia dolce dimora. Manco da più di un mese e non vedo l'ora di ritrovare lo sporco dei palazzi del corso.

Ogni volta che torno qui, in una città che forse perché spietata ha prodotto così tanta poesia, ripenso ai versi di Raboni che descrivono la stessa sensazione che provai cercando casa da queste parti.

Di tutto questo
non c'è più niente (o forse qualcosa
s'indovina, c'è ancora qualche strada
acciottolata a mezzo, un'osteria).
Qui, diceva mio padre, conveniva
venirci col coltello … Eh sì, il Naviglio
e a due passi, la nebbia era più forte
prima che lo coprissero … Ma quello
che hanno fatto, distruggere le case,
distruggere quartieri, qui e altrove,
a cosa serve? Il male non era
lì dentro, nelle scale, nei cortili,
nei ballatoi, lì semmai c'era umido
da prendersi un malanno. Se mio padre
fosse vivo, chiederei anche a lui: ti sembra
che serva? e il modo? A me sembra che il male
non è mai nelle cose, gli direi.
--- Da Le case della vetra (1966)

  Mentre cerco, inutilmente, di spiegare a Lorenzo che la vita in città è una circostanza umana imprescindibile a cui ogni artista, ed ancor più un cantautore, dovrebbe dedicare qualche anno della propria vita, ci prepariamo a quello che per Santiago sarà il debutto in un club 'importante', senza nulla togliere a tutti i bellissimi luoghi che finora hanno ospitato il nostro baraccone.


Lorenzo è visibilmente emozionato e all'inizio i soliti problemi tecnici in agguato provano a sparigliare le carte ma siamo in vena e ce ne freghiamo, con Urciullo che si rivela ottima spalla (ottima perché dirà tre parole in tutta la serata, ma con l'accento giusto!) per il mio tentativo di trasformarci in Cochi e Renato versione 2.0. Il pubblico è numeroso, in molti ridono di gusto alle nostre gag da pellegrinaggio e tutti ascoltano in silenzio civilissimo (purtroppo non è mai scontato!) un repertorio che stasera privilegia l'italiano. Chiudiamo la serata con un paio di inediti di Colapesce, apprezzatissimi, e una versione chitarra e voce de 'Il sesso degli angeli' che mi coinvolge come raramente mi è capitato, fino a steccare un acuto per quel senso di pura, quasi bella, frustrazione che a volte una canzone ci rievoca. E' uno dei pochissimi momenti autobiografici della mia modesta produzione e forse per questo sono sempre stato restio a riproporla. E' anche il primo pezzo che ho scritto pensando a Milano, sentendomi un po' meno straniero in questa città invisibile, suggellando un periodo difficile in cui non sentivo altro che Herbert Pagani, Nara Leao e Jobim. Chissà se a loro sarebbe piaciuta…forse stasera si.

Parte ottava: Firenze – Aversa – Benevento – Cosenza
Disse Mario Spezi, riflettendo sui delitti dei compagni di merende, che la Toscana e Firenze in particolare sarebbero schiave di un'immagine dipinta nell'ottocento, in particolare dagli inglesi. L'immagine di una città solare, armoniosa, la culla del Rinascimento. Spezi sostiene una dicotomia interessante: Firenze è veramente la culla del Rinascimento ma senza essere una città rinascimentale, quanto piuttosto medievale. Una città di pietra, di pietra fatta di spigoli, dove il verde è sovente nascosto, una città perennemente ammantata da un alone oscuro, gotico, in cui storicamente sono stati commessi e celebrati delitti atroci.



"Basta recarsi in Piazza Signoria - continua Spezi - e guardare sotto la Loggia dei Lanzi, dove il sublime si fonde al sadico. E' come se un filo di violenza ancestrale scorresse sotterraneo ed emergendo acquisisse forme di soavità, come lava che si solidifica nel Perseo che mostra la testa mozzata, negli stupri terribili e magnifici del Gianbologna...". Una città che tuttavia d'inverno torna grigia, in cui l'Arno "si fa giallo e porta giù di tutto, alberi, carogne di animali". Una città fatta di strade buie, strette, piccole, la cui morfologia, anche emotiva, è stata deformata dagli Inglesi, si pensi a "Camera con Vista". La vista però, secondo Spezi, è molto diversa.



Ho avvertito tante volte questo straniamento, pur senza avere mai motivo o tempo di fermarmi a capire se, vivendolo, si diluisca o rafforzi. Di ritorno da un concerto piacevolissimo nel neonato Glue, gran bel teatro-club collocato all'interno della gloriosa società sportiva Affrico, siamo stati testimoni dell'ennesima manifestazione notturna della bellezza ambigua di questa città. Recatici a consumare l'agognato pasto del musicista, multiforme cibaria a cui spetta il compito di sedare la fame chimica post concerto, Leonardo di Black Candy (colonna della discografia indipendente fiorentina che conobbi ai tempi della mia esperienza nei GDM) e i ragazzi degli Hacienda ci conducono oltre la soglia del proverbiale fornaio notturno. Dietro al bancone però non troviamo come al solito un garzone di laboratorio ma l'incarnazione di un esotismo che ridesta all'istante i sensi intorpiditi dalla stanchezza e dal deflusso di adrenalina.

E' una ragazza bellissima, il cui viso ricorda il candore delle bambole orientali, un prodigio di cineseria ottocentesca, con occhi severi che sono fessure nere su un ovale in cui risaltano labbra sottili e cremisi. Ci osserva con un misto di compatimento e disciplina, creando un effetto ancor più straniante rispetto al clima gioviale e alcolizzato della nostra combriccola. Non posso evitare di chiederle dove sia nata, poiché mi è assolutamente impossibile intuirne l'origine somatica, anche se propendo per la Sicilia. Mi risponde semplicemente "Toscana", non tradendo alcuno stupore. La scollatura della camicia che indossa nasconde una lunga cicatrice sul petto. Non saprò mai se sia la traccia di un intervento o una ferita d'amore e sarà opportuno vivere nel dubbio. Nessuno pare accorgersi di lei, del perturbamento che la sua femminilità genera in un luogo di lavoro manuale, in cui il cameratismo, con ogni probabilità, prevale sulla contemplazione. Mentre il sonno ci assale la mia mente va alle parole di Paolo Sorrentino, che così seppe spiegare quanto l'epifania di una bellezza di donna – che è un fatto misterioso come misteriosa è Firenze - possa, per qualche istante, strappare il mondo al suo declino.
"Una delle ragazze più belle viste negli ultimi dieci anni attraversa un gruppo di almeno cinquanta giovani in divisa. Nessuno commenta. Nessuno solleva uno sguardo di troppo su di lei. Ciascuno ha ritrovato il rispetto e la dignità. Nell'orgia del dolore, il mondo va come dovrebbe andare".
Ricorderò per sempre la città di Aversa a causa della mania di mia nonna materna di conservare le riviste per decenni. Sulla copertina di un numero di 'Stop' del 1955 si parlava di una donna aversana, Carmelina Fedele, entrata nel Guinness dei primati per avere dato alla luce un neonato del peso di 10,2 kg.

Ogni volta che la voce asettica del navigatore ci conduce fra queste strade mi chiedo quanto sia cambiato il Sud, quanto sia cambiata l'Italia, dai tempi in cui, incurante del futuro, metteva al mondo figli giganteschi ed inseguiva le promesse di un benessere presto sfumato. Chissà dove si trova ora quel bambino voluminoso, chissà se ha continuato a svilupparsi diventando un gigante, se ha dei figli, se possiede una copia del libro dei record. Non ricordo mai di chiederlo a Nicola e a tutti gli altri idealisti che hanno preso una stanza incastrata in una galleria commerciale che sembra il rifacimento di un set di "Love Boat" e l'hanno trasformata in un piccolo grande club dove è sempre bello suonare a due millimetri dall'entusiasmo di tanti ragazzi, quest'anno ancor più infoiati dai prodigi dei Mazzarri boys. Non oso immaginare cosa accadrebbe da queste parti se il Napoli rivincesse lo scudetto. Di certo stasera non si è impegnato molto per riuscirci, ma le due polpette rimediate contro il Chievo Verona non placano il calore della Repubblica di Fabbricaria, il cui vessillo campeggia alto a fianco della vela rabberciata di Santiago.

  Raggiungiamo Benevento resistendo a folate di vento che fanno sbandare la nostra monovolume lungo le strade del Sannio. Da queste parti mi sento a casa come raramente accade, e con una punta di orgoglio comincio ad elencare le bellezze locali ai miei compagni di ventura. A pochi metri dalla villa comunale in cui ricavammo lo spunto per scrivere "Il mondo non esiste" e dare ufficialmente il via al cantiere de "I Moralisti", ci attende il Morgana, il contenitore di alcune delle nottate più rochenroll della mia breve vita, ideale punto di inizio per la visita di un centro storico fra i più belli del Sud Italia. Senza esitare scelgo di cominciare dal luogo che forse rappresenta meglio la dimensione emozionale di questo piccolo centro, scoperto fra i vicoli grazie all'amicizia e al profondo respiro intellettuale di persone come Ernesto Razzano, direttore artistico del Morgana e giornalista insigne, che me lo fece conoscere anni fa.

L'Hortus Conclusus, già orto del convento medievale dei Domenicani, ospita un'installazione permanente dell'artista beneventano Mimmo Paladino, straordinario e pluridecorato esponente della Transavanguardia. L'Hortus vuole essere una sorta di galleria d'arte libera e immersa nel verde. Le opere dell'artista ("il Cavallo", "il Disco", "la Testa equina", "il Teschio") si alternano a resti dell'epoca romana (pezzi di colonne, di capitelli e di frontoni) creando un contrasto che comunica la complessa cultura del Sannio, una cultura misteriosa, sofisticatissima e popolare, silvestre e cittadina al contempo.

Il concerto è quasi una formalità, nel senso che gli spazi stretti del club si dilatano come ogni volta, regalandoci l'ennesima conferma che Santiago, non sappiamo nemmeno noi come, sta facendo velocemente breccia in un pubblico non sempre facile da irretire, specie se ci si presenta sul palco armati solo di un paio di chitarre, una statuetta di Santa Rosalia e un'Aquila. A notte fonda ci facciamo ipnotizzare da un dvd di Beck, "Live at the Basement", proiettato sul grande schermo. Chissà se arriveremo mai a disporre di un millesimo di quella padronanza. Chissà se qualcuno se ne accorgerà, qualora accadesse.

Da queste parti c'è un detto che dice "U cane mozzeca sempe 'u strazzato", il cane morde sempre il pezzente. Forse siamo troppo pezzenti o forse le streghe hanno ammansito i cani. Riprendiamo la strada scortati da un branco di bellissimi randagi, che da queste parti hanno – spesso - un nome e una targhetta che li riconduce a un proprietario, e – sempre - occhi liquidi e comprensivi. Il latrato si perde nel sole mentre Urciullo fischietta una canzone di Modugno e l'inverno sta per essere definitivamente sconfitto.

  Cosenza fu città amatissima di Federico II di Svevia, lo stupor mundi idolatrato da Lorenzo che non perde occasione di elogiarne le gesta, spessissimo votate alla tutela dell'arte e delle culture piu' disparate. A questa Italia servirebbe come non mai un novello Federico II, e con lui tante altre cose, ma per ora ci teniamo stretto Fabio Nirta, pluridecorato animatore della scena musicale locale, che durante il concerto salirà più volte sul palco a redarguire i (per la verità pochi) chiacchieroni. Ne ha motivo! Questa sera a seguire le gesta di Santiago sono quasi in trecento, calorosi come non mai, ad accompagnarci nella migliore esibizione del tour in cui abbandoniamo più volte la scaletta per improvvisare a grande richiesta versioni unplugged o cavalcate new wave in cui Lorenzo picchia sui tamburi come un forsennato ed io, dopo tre anni di tentativi mal riusciti, riesco a rompere le corde della mia Epiphone. E' confortante sentire così tante persone cantare canzoni appena nate come quelle di Colapesce e non di meno l'emozione mi scuote quando sulle frasi d'ingresso di "Filemone e Bauci" a cantare sono persino Brunori e la sua dolce metà, avvinti in prima fila.

Il dopo concerto scivola via gioviale mentre il locale si svuota e recuperiamo armi e bagagli tenendo testa a gag, battutacce e considerazioni musicali con il neo-urlatore piu' amato dagli italiani. Se esistesse ancora un nobile cinema di serie B, quello dei Banfi, dei Bracardi e dei Montagnani, sono certo che Brunori ne emergerebbe in tutta la sua limpida, giocosa, sagacia di maschera meridionale. Starebbe benissimo in un remake di "Vinella e Don Pezzotta", in cui il parroco di Santa Zitta combatte i modernismi di Padre Splendid, un prete biondo ossigenato giunto in Italia dagli Stati Uniti, le cui campane chiamano i fedeli a raccolta sulle note di "Nessuno mi può giudicare" di Caterina Caselli. Purtroppo di registi come Mino Guerrini ne nascono pochi e se nascono cambiano mestiere, come la Caselli.

Il pane è la vita degli italiani, e il grano finisce di maturare nella stagione più spessa di grandinate. Alle cinque del mattino Cosenza riposa, in attesa di risvegliarsi e ritirare i panni asciutti da un sole ormai maturo per scaldare e noi ci stringiamo fra le immense teglie di un fornaio che ci regala il privilegio di assistere al miracolo della nascita di rosette e francesine. C'è qualcosa di anomalo nei calli che cesellano le mani dei fornai, mani maschie e delicate come la presa di un danzatore. Addentando i nostri panini è un po' più facile ricordarsi che l'esperienza è anche nel dar forma ad un po' di acqua e grano. E in quel che ci rimane dopo che si è perso tutto il resto.

Parte nona: Palermo – Ragusa – Messina

Pochi hanno saputo condensare le tante, tantissime miniature che compongono il grande libro che una città spalanca ogni volta dinanzi ai nostri occhi come fece Pippo Fava quando scrisse della sua: "Palermo è sontuosa e oscena. Palermo è come Nuova Delhi, con le reggie favolose dei maharajà e i corpi agonizzanti dei paria ai margini dei viali. Palermo è come Il Cairo, con la selva dei grattacieli e giardini in mezzo ai quali si insinuano putridi geroglifici di baracche. Palermo è come tutte le capitali di quei popoli che non riuscirono mai ad essere nazioni. A Palermo la corruzione è fisica, tangibile ed estetica: una bellissima donna, sfatta, gonfia di umori guasti, le unghie nere, e però egualmente, arcanamente bella. Palermo è la storia della Sicilia, tutte le viltà e tutti gli eroismi, le disperazioni, i furori, le sconfitte, le ribellioni. Palermo è la Spagna, i Mori, gli Svevi, gli Arabi, i Normanni, gli Angioini, non c'è altro luogo che sia Sicilia come Palermo, eppure Palermo non è amata dai siciliani. Gli occidentali dell'isola si assoggettano perché non possono altrimenti, si riconoscono sudditi ma non vorrebbero mai esserne cittadini. Gli orientali invece dicono addirittura di essere di un'altra razza: quelli sicani e noi invece siculi."
Quanto inchiostro e quante mani servono a scrivere i nomi delle strade in italiano, ebraico ed arabo? Quanti italiani di terraferma si ricordano che Ballarò è un mercato prima ancora che una cassa di risonanza mediatica del malcostume dei nostri governanti? Cosa giustifica la presenza di tutti questi cristi dilaniati agli angoli di strada, nelle edicole dai fiori sempre freschi, lungo vie che promettono la felicità attraverso la depilazioni al laser?

A nessuna di queste domande, ovviamente, troviamo risposta mentre usciamo dal piccolo Lizard Club e alle quattro del mattino finiamo coinvolti in una cena di strada. Il paninaro di via Grande Lattarini sta cuocendo un'enorme pignatta di spaghetti. Ogni quarto d’ora si aggiunge qualcuno. Ragazze sfatte dagli occhi belli e annegati nello sfinimento del nottambulismo, i loro accompagnatori dal sorriso indelebile e come sempre meticci a quattro zampe, dalle movenze agili e curiose. Attendiamo seduti al tavolino al centro di una piazzetta, ogni tanto una volante dei carabinieri ci scivola accanto, incurante. L’entusiasmo raggiunge l’apice quando l’enorme pentola viene scolata in strada e i fumi riemergono dal tombino, preparandoci all’ennesimo delizioso pasto fuori orario.


Per inerzia e per quel rito italianissimo e sacro che è l’ospitalità ci lasciamo coinvolgere nei discorsi come se ci conoscessimo da anni. Si parla di terme semi-pubbliche in cui gettarsi in piena notte armati di torce, di viaggi mai fatti e di luoghi in cui comprare le migliori stigghiole della città. Quando saliamo sul furgone che ci porterà a dormire è quasi l’alba e la piu’ vispa resta Mia, il bellissimo prodotto dell’amore estemporaneo fra un pastore tedesco e una cagna di strada. Quattro ore prima, al locale, mi ha ignorato. Ora, appena il furgone mette in moto, si rifugia fra le pieghe del mio cappotto perché forse soffre il mal d’auto o forse ha solo capito che a volte vado piu’ d’accordo con gli animali che con i cristiani e questo è il suo modo di felicitarsene. In realtà vorrebbe solo altra pasta, perché la fame dei cani non si spegne mai, tanto meno in una città in cui l’odore della carne è ovunque, di quella viva, guizzante, e di quella già seppellita.


Poi vengono giorni in cui si attraversa la Sicilia da destra a sinistra per raggiungere Ragusa, Messina, Siracusa, in un continuo accelerare e mettere la freccia, una coazione che fra pochi giorni avrà fine.

Scrisse Nazzareno Orlando che la lepre corre più forte del cane perché corre per se stessa e non per un padrone. Mia due notti fa correva forte, sembrava quasi zampettare a mezzo centimetro da terra. Quando il padrone la chiamava a volte tornava, a volte no. Era libera, di seguire quel fischio o di ignorarlo.

Una cosa certa è che non siamo - un tempo lo fummo -  cani né lepri e non possiamo dire molto su come vivano la propria libertà, che in genere è mediata dalle frequenze di un suono e ancor più spesso da un odore, riconosciuto fra seimila.

Ieri notte la lepre corse fra le valli verdissime che tagliano i Monti Iblei, ammassi rocciosi che da lontano sembrano corpi delineati dal vento, le cui vene sono muretti a secco e i cui nei sono dorsi di vacche e di cavalli al pascolo. Corse verso nessuno saprà mai cosa. Era notte e nella sua idea di libertà non erano comprese strade, attraversamenti né ostacoli. Scontrandosi con il paraurti della Y di Lorenzo ha fatto un rumore sordo, come di un piccolo fagotto lasciato cadere in una cassapanca che non si riaprirà mai più. L’abbiamo scorta all’ultimo istante e lei non sapeva cosa fosse quel grande rumoroso ostacolo di metallo piombato a frustarla nel nulla, interrompendo la sua corsa notturna.

Immediatamente dopo lo scontro abbiamo spento la radio e siamo rimasti zitti per minuti. Dopo lunghissimi momenti di vita limpida Santiago ha consumato la sua prima, e se Dio vuole ultima, morte. La triste fine, e involontaria, di una lepre adulta, mandata ad aggiungere un grado in piu’ alla nostra calma, al nostro silenzio.

Poi abbiamo riacceso la radio per ascoltare la voce autunnale di Jeff Tweedy intonare "Radio Cure". La distanza non ha modo di rendere l’amore più comprensibile, e a volte, quando si colma inaspettatamente, fa un rumore di schianto.



Commenti (13)

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  • Andrea Morosetti 23/01/2011 ore 22:09 @romand

    Amor Fou e Albanopower...:)
    Casador e Colapesce...:):)
    Alessandro Raina e Lorenzo Urciullo...:):):)
    A Le Mura di San Lorenzo ci sarò!!!:):):):)

  • Elena Muti 24/01/2011 ore 19:34 @elenamuti

    Scusami Romand sai l'orario del live per caso?
    non son riuscita a trovarlo sul myspace ...
    Merci :)

  • Andrea Morosetti 27/01/2011 ore 02:29 @romand

    Letto solo ora tuo messaggio Elena per cui già saprai che è iniziato dopo le 23. Del resto a San Lorenzo è del tutto normale... :) Spero che ti sia divertita...Sto mettendo un video su youtube (Fiori di lana):)

  • Elena Muti 27/01/2011 ore 19:34 @elenamuti

    Romand,grazie comunque :) .
    Si serata carinissima .Ho visto il tuo video,davvero bellissimo.
    Io ho fatto 8 video, ho ripreso quasi tutto,ecco ahahah.
    Ma non ho un account youtube e sto pensando come poterli caricare su qualche sito.
    Consigli?:D

  • rockerina 10/02/2011 ore 18:11 @rockerina

    E meno male che il Morgana c'è!
    Bel progetto e bella musica comunque, bravi.

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