Jennifer Gentle - Tour report Usa 2005 (18/04 - 1/05) Live report,

11/05/2005



Alessio:
Tutti ci avevano avvisato che suonare nel Sud non sarebbe stato semplice. Tucson e Phoenix in particolare, dopo Fargo, sono diventate le tappe “comiche” del tour. Attraversare il deserto della California e dell’Arizona ha comunque giustificato questa escursione nel profondo Sud ai confini del Messico. A Tucson (18/4) suoniamo in una galleria d’arte chiamata “Solar Colture”. L’atmosfera e la scarsa affluenza ci fanno optare per un set molto pacato, un paio di pezzi appena sussurrati, “Blue Jay Way” e la nuova jam che dilatiamo penso fino alla quarantina di minuti… un concerto molto riuscito! Da segnalare il personaggio che ha aperto la serata: un folle accompagnato dalla sola chitarra elettrica e da un orsetto che fa parlare tra una canzone e l’altra, un degno candidato al prossimo volume di “Songs in the key of Z”.

Lasciamo Tucson (19/4) dopo un giro in città e raggiungiamo facilmente Phoenix: sarà l’ultimo giorno in cui possiamo fare le cose con calma. Il Modified è un’altra galleria d’arte e la situazione è simile alla sera precedente; proponiamo però una scaletta completamente diversa, molto pop e “tirata” inserendo una cover “provata” in furgone durante i vari trasferimenti, “Rumbe”, dell’immenso Link Wray. Il giorno dopo ci aspetta il New Mexico, un trasferimento non particolarmente lungo ma guardando la cartina stradale ci rendiamo conto che a metà del percorso siamo a circa 80 miglia dal Grand Canyon. Ci guardiamo negli occhi e pensiamo che questa sia un’occasione unica: sveglia alle 7.30 e si decide di andare.

Ovviamente nessuno sente la sveglia (20/4) per cui lasciamo Phoenix alle 9. Decidiamo comunque di deviare verso il Grand Canyon. Scelta saggia perché lo spettacolo naturale è incredibile, il nostro pianeta si svela in tutta la sua bellezza e racconta la sua storia, l’ordine matematico delle pareti rocciose non può lasciare indifferenti. Ci lasciamo conquistare da tanto splendore e ci fermiamo più del tempo previsto. Quando ripartiamo ci rendiamo conto che, viaggiando da ovest ad est, nel momento in cui saremmo arrivati nel New Mexico avremmo perso un’ora per il cambio del fuso orario. Siamo clamorosamente in ritardo. Corriamo senza sosta e arriviamo al Lounchpad di Albuquerque alle 11.15, montiamo gli strumenti in tempo record, alle 11.30 iniziamo il concerto, suoniamo 20 minuti tiratissimi, degni del miglior garage, a mezzanotte il furgone è già caricato, prendiamo un paio di margarita al bar e andiamo a dormire da una coppia dall’aria molto simpatica, venuti appositamente per noi dopo averci visto al SXSW. Chiacchierando scopriamo che anche loro suonano sotto il nome di A Hawk and a Hacksaw, progetto di cui Francesco ha il cd d’esordio. Ci perdiamo in mille chiacchiere e ascolti nonostante Jeremy, il padrone di casa, il giorno dopo debba andare a San Francisco per la prima di un film di cui ha curato la colonna sonora.

Si parte per Denver (21/4) abbastanza presto per cui riusciamo ad arrivare ad un orario decente al Larimer Lounge. La situazione è diversa dalle sere precedenti e ritorna ad esserci un po’ di movimento. Concerto regolare ma pernottamento in motel. Battuti tutti i record per la presenza di un amico di Adam: siamo in sette in una stanza da quattro!

Ci si sveglia lentamente (22/4) non rendendoci conto del trasferimento che ci aspetta: Lawrence dista una decina di ore da Denver e, nuovamente, avremmo perso un’ora per il fuso orario. Arriviamo al Replay Lounge a ridosso dell’ora dell’inizio del concerto in un locale molto grande ma con uno spazio concerto piccolo e poco attrezzato. In questo clima da birreria salta fuori un concerto molto cazzone e divertente. Troviamo da dormire in una casa di musicisti piena di strumenti molto particolari, tra cui un vibrafono e un basso tuba. Alcuni crollano dal sonno, altri cazzeggiano un po’.

Il giorno dopo (23/4) ci aspetta ancora un lungo trasferimento, dobbiamo raggiungere Louisville, la patria degli Slint. Arriviamo tardi anche qui, per di più bloccati dal traffico per i fuochi d’artificio che si terranno quella sera, i più grandi degli USA, ci dicono. Prima di noi un duo chitarra batteria dimostra che è vero: Louisville è la città del post rock. Il pubblico comunque si dimostra entusiasta anche del nostro concerto e l’abbondante alcol che gira aiuta a riscaldare l’atmosfera. Anche qui siamo ospitati da studenti/musicisti che abitano in una casa bella e accogliente.

L’indomani (24/4) finalmente possiamo dormire fino a tardi visto che ci aspettano solo quattro ore di furgone e non ci sono fusi orari fino a Columbus, dove arriviamo al Bourbon Street comunque in ritardo. Nonostante il locale sia un buco e sia domenica sera c’è abbastanza gente e il concerto risulta positivo, nonostante un impianto voci veramente pietoso. Dormiamo dal cuoco e la barista che vivono con 2 cani e 2 gatti splendidi. Anche qui cerchiamo di dormire il più possibile, siamo clamorosamente stanchi da questa settimana in cui abbiamo attraversato tutti gli USA da ovest ed est suonando tutte le sere… e mancano ancora due giorni prima di un day off.

Oggi (25/4) siamo a Pittsburgh e suoniamo nuovamente in una galleria d’arte dove, nonostante i precedenti poco felici, accorre un bel po’ di gente. Il posto è suggestivo, molto buio, nuovamente decidiamo di proporre una scaletta molto sussurrata con la lunga jam, forse qui proposta nella sua versione migliore, molto statica e kraut-rock.

Il giorno seguente (26/4) siamo a Baltimora all’Ottobar, un locale veramente bello, con i camerini migliori dell’intero tour. Regna un clima da ultimo giorno di scuola in quanto si chiude il tour dei Dead Meadow. Anche per noi è una data significativa, il giorno dopo dobbiamo andare a Philadelphia per consegnare furgone e back-line e raggiungere nuovamente New York per gli ultimi concerti. Dopo il concerto dunque cerchiamo di richiudere le valigie e vi assicuro, dopo un mese e mezzo di vita sulla strada, risulta veramente un’impresa disperata.

Il giorno successivo (27/4) resta uno dei più stressanti, dopo aver salutato in stazione Adam che consegnerà per noi back-line e furgone cerchiamo di capire come conviene raggiungere New York... Cambiare due treni con tutti i bagagli è alquanto complicato. Ritornare nella Grande Mela è sempre emozionante, ma cercare un alloggio si rivela problematico. Alla fine ci rassegniamo, si torna al YMCA, l’ostello dove eravamo stati due anni prima. Nonostante la stanchezza ci concediamo un giro a Time Square e al Village.

Il giorno dopo (28/4) è completamente off, giriamo a lungo tra China Town e Broadway per poi cenare con Kid Millions degli Oneida che ci fa da cicerone lungo la Brooklyn più trendy con spirito ironico e disincantato, dissacrando un po’ tutte le next big things di cui si parla tanto negli ultimi tempi. Siamo alle battute finali ma gli ultimi appuntamenti sono incalzanti, oggi (29/4) alle 13 session radiofonica ad Hoboken alla WFMU, concerto alle 23 alla Knitting Factory e domani alle 14.00 all’Hamilton College di Clinton, 250 miglia ad Ovest di New York. WFMU è una delle radio indipendenti più rinomate degli USA e per noi hanno sempre avuto un occhio di riguardo, mettendo addirittura in heavy rotation il nostro secondo disco “Funny Creatures Lane” nel 2002. È la seconda volta che suoniamo qui e infatti conoscendo lo studio siamo in grado di controllare il suono e la session viene molto bene. E’ possibile ascoltarla/scaricarla dal sito: www.wfmu.org. Ci accordiamo con Scott, il dj che ci ha invitato, e il suo amico Roy che ci accompagneranno il giorno seguente al college e ci dirigiamo verso la Knitting Factory. Hoboken ci regala uno skyline notturno di Manhattan impressionante, tanto che ci perdiamo. Il treno che ci riporta a New York ferma al World Trade Center, nessuno di noi si immaginava che saremmo passati dentro il cratere delle Torri Gemelle, la cosa crea qualche minuto di silenzio e sbigottimento. La Knitting Factory è un locale su tre piani con tre sale diverse su cui si svolgono concerti contemporaneamente: non contenti di ciò nella stessa sala e nella stessa sera si svolgono più spettacoli ad orari diversi, così dobbiamo aspettare che finisca lo spettacolo delle 19.00… Noi siamo a quello delle 23.00! Vediamo così sfilare una serie di teen-ager vestiti secondo quello che sembra essere il trend attuale: l’unione del new metal con il dark melodico dei Cure... Non proprio un bello spettacolo… né per gli occhi né per le orecchie! La serata in cui siamo inseriti noi dovrebbe avere un feeling più garage-rock ‘n’ roll, suoniamo insieme ai The Capitol Years e ai The 45’s. Nessuno dei due ci piace molto e nonostante la bellezza del locale non sarà sicuramente questo il concerto che ricorderemo con più entusiasmo. Finiamo comunque tutte le consumazioni che avevamo a disposizione e prendiamo un taxi per tornare all’ostello, abbiamo appena 5 ore di sonno prima di partire per il college.

Ci infiliamo (30/4) nella monovolume che Roy e Scott hanno affittato per noi e ci addormentiamo immediatamente. Purtroppo piove abbondantemente per cui il concerto non si terrà all’aperto come previsto. Arriviamo in un campus universitario e non capiamo l’abbondanza che ci circonda… Insomma… è il concerto meglio pagato della nostra carriera, c’è un palco degno dei Sonic Youth, il cathering è degno di un ristorante… e ci sono solo un centinaio di persone che seguono i gruppi… Roy e Scott ci spiegano che questo è tipico dei college, c’è il comitato che organizza le attività musicali che riceve grossi budget da investire in queste feste (oggi è il May Day Fest)… basta avere un fan nel comitato e il gioco è fatto! Ci dicono che può capitare di vedere anche gruppi molto famosi in queste occasioni… Infatti l’impressione è che gli headliner, di cui non ricordo il nome, lo siano... Noi, fisicamente ai minimi termini, ci fermiamo giusto il tempo della nostra esibizione e torniamo a New York, salutiamo Roy e Scott e crolliamo a letto.

Oggi (1/5) è l’ultimo giorno: dobbiamo chiudere i bagagli (nuovamente un’impresa!!!!) e organizzare il trasferimento in aeroporto. Il volo verso Venezia è alle 23.00 per cui dobbiamo ammazzare il tempo… Optiamo per un ultimo pranzo a China Town e ci facciamo tutta Broadway a piedi. Siamo abbastanza nervosi ed ansiosi di tornare a casa: arriviamo all’aeroporto con 3 ore di anticipo. Scambiamo tra di noi poche parole: siamo effettivamente esausti. Per ammazzare il tempo proviamo a tracciare qualche bilancio: saltano fuori 40 concerti in 45 giorni per un totale di circa 10.000 miglia percorse, ovvero 16.000 chilometri. Che dire? Ci guardiamo negli occhi e sorridiamo, quasi increduli.

Annunciano il volo, è ora di tornare a casa!



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