Jennifer Gentle - Tour report Usa 2005 (30/03 - 16/04) Live report,

19/04/2005



(Alessio)
OK! Dobbiamo trovare una strategia per il dormire, non possiamo continuare con i motel. Da questa sera (30/3) si chiede dal palco ospitalità. Arriviamo a Toronto dopo un viaggio abbastanza lungo; la città ci appare come se New York fosse stata edificata in Svizzera… Il locale, Horse Shoe Tavern, è grande e attrezzato, e troviamo un fonico disponibile e possiamo fare un buon soundcheck… le premesse per un buon concerto ci sono e così è stato. Particolare della serata, l’incontro di Liviano con le zie Luisa e Marcella emigrate in Canada. La strategia per l’ospitalità funziona, troviamo 2-3 persone disposte ad ospitarci, e finiamo da Armando, un’orientale con un loft nel quartiere italiano di Toronto.

Il giorno dopo (31/3) siamo a Cleveland, una delle città più inquinate degli USA. Ci fermiamo alle cascate del Niagara, dove possiamo ammirare oltre allo spettacolo naturale quello della speculazione edilizia dei casinò costruiti attorno. Arriviamo al Grog Shop, locale che ogni sera propone un concerto. Qui niente soundcheck, si piazzano strumenti e amplificatori sul palco e si inizia. Tutto bene e sorprendentemente, visto che si tratta di una delle grandi città più povere degli USA, il merchandise va molto bene. Troviamo ospitalità anche qui ma non siamo molto fortunati visto che capitiamo in un appartamento con un via vai continuo di gente che vuol far festa e musica a palla… siamo esausti ma non possiamo dormire… e quando tutti se ne sono andati il padrone di casa si piazza davanti alla tele a vedere Futurama ad un volume impossibile…
Ripartiamo (1/4) presto e poco riposati per Chicago, una delle date più attese del tour. L’Empty Bottle è un po’ la mecca dell’indie rock e i manifesti alle pareti lo testimoniano. Quando arriviamo l’happy hour è occupato da un gruppo country che accompagna i balli con pedal steel e canti tradizionali. Qui troviamo un fonico molto scrupoloso che ci mette nelle condizioni migliori: è stato un gran successo con entusiasmo generale. L’appello di Marco per l’ospitalità ci segnala la presenza di un folletto in prima fila con berretto di lana con pon pon che si offre… solo dopo un po’ riconosco in lui Bobby Conn che avevamo invitato al SXSW. E’ entusiasta del concerto e telefona alla moglie di prepararci i letti: questa sera ognuno di noi avrà un letto!!! La casa di Bobby Conn è molto particolare: dagli armadi spuntano vestiti da scena veramente improbabili e alla parete fanno mostra di sé quadri con le copertine dei suoi dischi ma soprattutto una cornice con un peluche di gatto investito. Notevole anche il (finto?) cane impagliato. Io e a Adam abbiamo il privilegio di dormire con lenzuola leopardate… Dopo un abbondante colazione ci salutiamo e partiamo per Minneapolis (2/4). Ormai 4-5 ore di furgone sono trasferimenti ordinari, come diamo per scontata la possibilità o meno di fare il soundcheck. Il Triple Rock è un locale nuovo e ben attrezzato, buon concerto, e ottima ospitalità presso una coppia. Questo deve servirci da insegnamento: cercare sempre una casa con almeno una donna: questo garantisce (quasi sempre, vedi più avanti la notte a San Francisco) un certo ordine e una certa pulizia. Domenica 3 aprile, una delle date fondamentali di questo tour: Moorhead, il lato triste di Fargo!!! Questa data è diventata la barzelletta del tour, visto che tutti scoppiano in un fragoroso “Why Fargo?!?!?!?!?”ogni volta che la nominiamo. In realtà il Ralph’s Corner è un palco su cui sono passati tutti (dai Sonic Youth ai Blonde Redhead e dopo di noi i Decemberists) essendo una tappa obbligata prima di affrontare il North Dakota e il Montana. Comunque il concerto è divertente e il pubblico caloroso e troviamo anche qui da dormire.

Il prossimo concerto è a Seattle il 6 aprile: abbiamo 3 giorni per coprire 1300 miglia (circa 2000 km) di nulla: è incredibile percorrere spazi così grandi e vuoti per noi abituati alla densità industriale della Milano-Venezia! Dopo 22 ore di praterie sterminate, vacche, qualche rara fattoria e poi le montagne rocciose e le sue sequoie, arriviamo a Seattle la sera del 5 aprile. Dean ci aspetta con pizza e birra presso la ex-casa di Jad, uno degli addetti stampa di Sub Pop. Immancabile ed emozionante visita al quartier generale di Sub Pop: finalmente incontriamo Jonathan Poneman, l’uomo che distribuiva una fanzine con allegata una cassetta nei primi anni 80 e che poi si è ritrovato il fenomeno grunge tra le mani. Non possiamo non notare il disco di platino di “Bleach”, ma a parte questo, le memorabilia del passato per fortuna non abbondano, e in vetrina fanno bella mostra di sé i poster di Low, Shins, A Frames, e Jennifer Gentle! In serata uno dei concerti più particolare del tour: il laser show al Pacific Science Center. Questo sarebbe un day off ma Sub Pop ci ha proposto di suonare al laser dome…che cos’è il laser dome? Un planetario in cui vengono svolti 4 volte alla settimana degli spettacoli laser accompagnati dalle note (registrate) di qualche gigante del rock (Led Zeppelin, Pink Floyd… ma anche Beastie Boys e Korn!!!!). Per la prima volta il pubblico, comodamente seduto su poltroncine che facilitano la visione del cupolone o direttamente sdraiato sulla moquette, sarà accompagnato da un gruppo che suona dal vivo.

(Liviano)
Eh già, il laser show! Divertentissimo suonare al buio circondati di luci e fumo… passiamo metà concerto suonando con il naso in su a guardare le “extravaganze” proiettate sul soffitto. La mattina successiva è giunto il momento della “new entry”: si va all’aeroporto a prendere Isacco, direttamente da quel di Padova, fresco fresco per la west coast. Dà il cambio a Paolo che torna in Italia con un bel po’ di storie da raccontare. La sera stessa concerto al Chop Suey sempre in quel di Seattle, un locale arredato a mo’ di ristorante cinese, con un bel palco fornito di sipario. Ottimo concerto e palma d’oro alla resistenza di Isacco, che ignorando il jetlag e le 30 ore di veglia, si occupa del banco merchandise. Da oggi in avanti per le prossime dieci date ad aprire i concerti saranno i The Outcrowd e le loro canzoni shoegazer, alla voce il bassista dei Brian Jonestown Massacre; da non sottovalutare l’appariscente Sarah Jane al cembalo. Questa notte siamo ospiti dai Kinski, gruppo psichedelico nostro compagno di etichetta, in uno splendido quartiere di Seattle dai giardini fioriti e le casette in legno arrampicate sul fianco della collina.

Vancouver (8/4) è un pugno allo stomaco… arriviamo al locale nel più squallido e trasandato quartiere della città. Scene di grande depressione che sembrano uscite da “I Ragazzi dello Zoo di Berlino” con freaks per le strade, uomini e donne scavati dall’eroina, banchi dei pegni per chi si venderebbe tutto per una dose e scene di spaccio e arresto in strada. Io e Francesco facciamo un giro del block, ma il magone per tanta disperazione ci fa tornare rapidamente al locale. Peccato aver avuto questo impatto con la città, il cui skyline con le montagne innevate e le chiatte che trascinano tronchi è affascinante. Verremo a sapere dopo che proprio questa zona è un “quartiere di tolleranza” in stile Zurigo. Tuttavia alla sera il Brickyard si riempie di studenti universitari e giovani appassionati di musica. Salutiamo Paolo, che resta un giorno qui, ospite del suo professore dei tempi del Collegio del Mondo Unito. E’ la volta di Portland (9/4), nell’Oregon, città immersa nel verde di parchi pubblici e piste ciclabili lungo il fiume. Una data al Berbati’s Pan, locale per metà grande sala concerti e per l’altra metà un altrettanto grande sala biliardi + cucina greca… uno strano miscuglio che convive alla perfezione con un’ottima acustica. Tra il pubblico Carrie Brownstein delle Sleater-Kinney, un gradito reincontro dopo Austin… Il giorno successivo (10/4) si fa un po’ di shopping per Portland, un negozio di vestiti usati e uno di strumenti musicali dove c’è di tutto. Alla sera concerto organizzato all’ultimo secondo al Dunes, un bar minuscolo, ma considerato estremamente trendy, gestito da due vamp che chiamerò Morticia e Pippi Calzelunghe e con il fonico membro di Jackie-O Motherfucker e chitarrista di Devendra Banhart. A fine concerto, mentre carichiamo il van sotto una pioggia fastidiosa, la dolce e minigonnata Pippi (in realtà si chiamava Honey, ndFran) esce dal locale e ci porta il cd-r del nostro concerto, appena tostato dal masterizzatore… una sorpresa molto gradita.

Dall’Oregon alla ambita California! Viaggiamo per 10-11 ore alla volta di Sacramento. Arriviamo (11/4) stravolti in una situazione che in un primo momento ci lascia delusi. E’ una festa privata in un piccolo circolo di artisti, negli scantinati di alcuni uffici. Manca il PA e c’è un'unica cassa, l’acustica da box auto ci costringe ad un set più acustico. Decidiamo per una jam eterea e rarefatta, il pubblico ascolta in ispirato silenzio, fino all’ultima lievissima nota e alla fine ne esce un concerto che ha soddisfatto tutti. Siamo ospiti di Larry e degli amici della KDVS, dei tipi simpatici in una casa sommersa dai vinili. Tiriamo fino a tardi ascoltando ottima musica, tra cui segnalo la psichedelia brazileira di Gal Costa e un suo interessantissimo LP targato ‘69.

E’ il 12 Aprile, giornata campale… oggi diretta radiofonica alla KDVS del college di Davis, CA, finalmente riusciamo a proporre qualche pezzo del nostro set acustico, ci lasciamo andare alla jam dilatata sperimentata ieri e poi qualche pezzo elettrico... estremamente divertente, potete scaricare la session in streaming da www.kdvs.org. In serata, a Berkeley, per il secondo concerto di oggi… Ed è solo l’inizio della maratona: San Francisco e Los Angeles… Giornate che saranno difficili da dimenticare, ma andiamo con ordine…
(Francesco)
Quando si va a Berkeley la maggior parte degli stranieri si aspetta di trovare hippies ad ogni angolo: non è così (per fortuna o no?), anche se qualche simpaticone che entra nel nostro club con la chitarra a tracolla cercando la serata open mic non manca. Il concerto non va niente male, stavolta ci sfoghiamo jammando su un riff violentissimo e la gente apprezza quanto noi, tranne uno che ci richiede di suonare pezzi di Billy Joel. Mi spiace, buddy.

Dopo una nottata in uno splendido quartiere residenziale della baia, decidiamo di andare a passeggiare per San Francisco (13/4). Giriamo per Haight Street e dopo un paio di bus ritorniamo al furgone ed al Bottom of the Hill, dove suoniamo. È bello esibirsi davanti ad un pubblico così attento, numeroso e così vicino a te. Quando il fonico ci chiede di suonare altre due canzoni e rispondiamo che ne suoneremo una lunga, sorridono tutti, noi, pubblico e fonico. Ottimo segno, no? Ma il post concerto è ben più pittoresco. Comincio dicendo che a me l’Islanda ha sempre affascinato e non avrei mai escluso una visita in tal luogo isolato e misterioso. Vi dirò anche che gli islandesi che abbiamo incontrato hanno un grande pregio, quello di essere sempre onesti e schietti, in ogni caso, una virtù che in tantissimi popoli è ormai persa. Ma concludo con la certezza che gli islandesi che ci hanno ospitato hanno schiacciato con la loro schiettezza ogni forma di tatto verso il prossimo e comfort. Ci guardiamo sgomenti mentre dobbiamo dormire chi schiacciati vicino a una coppia che al mattino sveglia tutti litigando in lingua madre, o in una stanza tra parquet di dubbia igiene tra musica heavy metal a tutto volume, alcool, e signorine che forse si sentono un po’ TROPPO sole… Scappiamo la mattina (14/4) presto guardandoci stupiti l’un l’altro, ma quasi morti dalle risate.

Dalle colline ci spariamo una camminata di quasi un’ora fino al Pier, il lungo porto turistico. A Marco prendono fuoco i piedi ovviamente, ma un paio di ciabatte per la settimana seguente riducono i danni, a parte di quelli che gli siedono accanto in furgone. San Francisco è stupenda, tra le più belle città degli USA. Il vento che viene dall’oceano calma il sole quasi estivo e restiamo incantati anche solo nei quartieri residenziali, o ai negozi di dischi enormi, proprio come l’Amoeba dove facciamo il primo in-store del tour.

(Alessio)
Montiamo gli strumenti sul palchetto e nella mezz’ora a disposizione suoniamo il nostro repertorio più pop. Prima e dopo ci perdiamo tra gli scaffali alla ricerca di cd introvabili o di qualche occasione tra l’usato… Il buono di 40 dollari che ognuno di noi riceve viene speso in fretta. Lasciamo Amoeba tra gli abbracci dei commessi e ci dirigiamo verso Los Angeles, dove risiedono i genitori del nostro driver Adam. Arriviamo all’alba e la città ci accoglie con un ingorgo stradale che inizialmente Adam pensa essere un set cinematografico (e qui non si contano i motherfucka) ma che si rivelerà un serio scontro tra tir. Dormiamo a lungo e ci svegliamo riposati per la giornata più intensa dell’intero tour. Suoniamo alle 6 del pomeriggio ad Amoeba ad Hollywood il secondo in-store del tour. Per l’occasione ritroviamo, per l’ultima volta, Dean di Sub Pop che è volato da Seattle fino a qui. Se il negozio di San Francisco ci aveva lasciato senza parole, questo ci lascia paralizzati. Prima del concerto Marco viene intervistato e filmato per un documentario/tributo a Joe Meek e la cosa ci riempie di orgoglio. Lo staff si fermerà a filmare anche l’intero concerto. Il palco è degno dei migliori locali e sfoggiamo un concerto particolarmente riuscito. Tra il pubblico vecchie conoscenze del SXSW, tra cui Laurel, una A/R della Capitol Records totalmente fulminata, un compagno di classe delle superiori di Paolo passato qui per caso, Ned Raggett, il giornalista che ci ha dato 4 stelle su www.allmusic.com quando ancora i nostri cd erano autoprodotti. Un pazzo arriva correndo verso di noi a metà concerto e ci lancia dei cd compilation masterizzati con dentro un po’ di tutto, ma soprattutto con la scritta sulla label “Brian Jones è la reincarnazione di Cristo Krishna, credici o no”. Il pomeriggio finisce tra l’entusiasmo generale quando ci accorgiamo che è tardi, dobbiamo correre allo Spaceland. Arriviamo particolarmente in ritardo perdendo ogni speranza di fare un briciolo di soundcheck. Non importa, siamo talmente galvanizzati e rodati dagli ultimi concerti che suoniamo con una determinazione e precisione che stupisce noi per primi. Il locale è bellissimo e molto (ben) frequentato, quando saliamo sul palco noi è pieno. Anche qui gente che ci ha visto al SXSW tra cui una coppia in prima fila che canta tutte le canzoni e che Isacco dirige durante i cori di “Nothing makes sense” e alcuni fans presenti anche ad Amoeba poche ore prima. Piccolo particolare, il giorno dopo suona John Mascis dei Dinosaur Jr. e alcuni voci di corridoio parlano di reunion… Ad un certo punto, durante il nostro concerto, Adam nota tra il pubblico tre figuri familiari che ci seguono… quando lasciamo il locale l’insegna annuncia che il giorno seguente suoneranno John, Lou e Murph e la voce di corridoio diventa certezza, così come l’identità dei tre spettatori notati da Adam.

Torniamo a casa dei genitori di Adam dove dormiamo abbondantemente. Il giorno dopo qualcuno vorrebbe rimanere per non mancare la reunion ma il dovere e Dean ci richiamano all’ordine: si parte per San Diego (16/4). Da non fan dei Dinosaur Jr posso dire che ne è valsa la pena: l’Oceano Pacifico ci accoglie con un bel tramonto e un’aria particolarmente frizzante. Suoniamo in una casa/comitato elettorale di Jim Bell, un fricchettone ecologista che continua a candidarsi. La situazione ci riporta alla mente i concerti ad Austin alla Church of Friendly Ghost. Questa sera siamo headliner per cui possiamo proporre un set più lungo e particolare. Proponiamo, oltre al solito repertorio pop la lunga jam che abbiamo registrato alla radio e una Blue Jay Way particolarmente apprezzata anche dal candidato che si lascia andare a balli improbabili per un sindaco... Aprono la serata i Residual Echoes, band di Adam, che propongono una psichedelia molto rumorosa ma ipnotica. Andiamo a dormire a casa della sezione ritmica dei Silver Sunshine, ottima band che ha suonato prima di noi, autori di un garage pop molto divertente.

Il giorno dopo day off, si ricaricano le batterie, prima di affrontare il deserto dell’Arizona.



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