Jennifer Gentle - Tour report Usa: 22 - 29 marzo 2005 Live report,

03/04/2005



Alessio:
Ed eccoci a Philadelphia. Arriviamo in serata (22/3) e la prima preoccupazione è rintracciare il promoter locale che ci deve ospitare. Essendo ancora senza furgone gli spostamenti risultano particolarmente complicati. Il giorno seguente (23/3), prima del concerto, dobbiamo recuperare il furgone e il driver, Adam.

Adam è un ragazzo 21enne che ci accompagnerà lungo il tour, principalmente guiderà il furgone e ci darà una mano a risolvere i vari imprevisti. Il furgone va oltre le nostre aspettative, veramente bello e spazioso. Al locale, il Kyhber, dobbiamo incontrare invece la persona che ci fornisce il backline: qui non va benissimo però poteva andarci peggio. Purtroppo non riusciamo a provare bene tutta la strumentazione, qualcosa non funziona a dovere così il concerto un po’ ne risente…non è andata male ma poteva andare molto meglio. Il concerto è aperto dai Growing, duo della Kranky chitarra e basso autori di un droning molto potente e rumoroso, ed è chiuso dai Dead Meadow. Anche i loro concerti non creano una grande atmosfera… scopriremo solo in seguito che comunque Philadelphia è una città particolarmente difficile e che il pubblico è un po’ freddo. Non ci facciamo scoraggiare e partiamo fiduciosi per New York (24/3), dove ci aspettano ben due date allo stesso locale, il Mercury Lounge. Per me questo posto rasenta la perfezione assoluta: ingresso, prima sala con un bar ben fornito e semplice parallelo ad una sorta di corridoio che conduce ad una porta che dà accesso ad una sala concerti da circa 300 persone con un bel palco e un impianto potente. Elegante, con tendaggi e mattoni a vista, illuminazione bassa sembra un piccolo teatro: per una volta non sembra di essere in un ghetto a suonare musica rock. Noi arriviamo in largo anticipo in modo da poter sistemare i suoni, accordare la batteria, risolvere i problemi del giorno prima.

Anche questa sera il concerto è aperto dai Growing, prima di loro una cantautrice (di cui, chiedo venia, non ricordo il nome) accompagnata da un suonatore di tablas. Si capisce subito che l’atmosfera sarà diversa dalla sera precedente e quando saliamo sul palco il locale è pieno. Siamo carichi e in forma, sfoderiamo un bel concerto e la risposta è entusiasmante. Tra il pubblico amici conosciuti nel precedente viaggio a New York: Kid Millions, batterista degli Oneida, Marcus degli Electric Turn To Me e precedentemente nei Laddio Bolocko. Saranno loro ad ospitarci in questa due giorni newyorkese. Anche i Dead Meadow sfoderano un bel concerto: iniziamo a conoscerci, sembrano persone simpatiche. A fine serata ci avviamo verso Brooklyn e la città è più affascinante che mai. Il giorno dopo lo sfruttiamo per una passeggiata, io con Francesco, Paolo e Liviano ci facciamo a piedi tutto il ponte di Brooklyn accompagnati da Marcus: un panorama indescrivibile, molto bello ed emozionante. Arrivare al locale con tutta la strumentazione praticamente pronta, il soundcheck quasi fatto e il sold-out garantito già dalla prevendita crea le condizioni migliori per suonare. Non ci sono band d’apertura per cui possiamo suonare un’ora: va perfino meglio della sera prima! Piccolo aneddoto: tra il pubblico Mark Lanegan, che nessuno di noi riconosce, nemmeno quando passa al nostro merchandise. Solo una volta che se n’è andato il tour manager dei Dead Meadow ci chiede se l’avessimo riconosciuto… Carichiamo il furgone per poi riscaricare tutto alla sala prove degli Electric Turn To Me: una faticaccia ma non è pensabile lasciare un furgone carico di strumenti incustodito per le strade di Brooklyn. Sveglia e colazione tutti insieme, salutiamo Marco SillyBoy: se ne torna a casa e un po’ di commozione ci coglie. Non c’è tempo però, bisogna muoversi verso nord, verso Boston, dove in serata (26/3) suoniamo al Great Scott.

Liviano:
Partiamo dopo un’abbondante colazione a base di uova e bacon e arriviamo a Boston che ormai il sole è tramontato. Il Great Scott ha tutto l’aspetto di un pub dove la birra viene servita facendo strisciare il bicchiere sul bancone. Il palco è piuttosto piccolo e circondato da una balaustra. All’ingresso c’è un vecchio ubriacone che prima dice a Paolo che è un frocio, poi ad Adam che è un capellone di merda. Sembra di essere nel profondo Midwest, cose tipo Easy Rider. Siamo un attimo spiazzati, credendoci fuori posto, quand’ecco “Alessio, do you remember me?”… è il batterista dei Karate, gruppo che Alessio ha ospitato più volte a Padova, che questa sera aprirà le danze assieme ai Pika… è un incontro del tutto inatteso che ci mette di buon umore. Il locale, che a tardo pomeriggio ci sembrava una birreria in cui mancava solo il toro meccanico, a tarda serata è pieno di giovani studenti universitari che hanno voglia di godersi un bello show. Nonostante il palchetto angusto, ci divertiamo un mondo, il pubblico ascolta e partecipa e tra il pubblico un tizio conosce tutti i nostri pezzi e li canta a squarciagola… fantastico!

Dormiamo a casa di Bob, tastierista degli Oneida e ci svegliamo la mattina di Pasqua facendo colazione con dei dolcetti appena sfornati. Liviano si perde a suonare un magnifico Farfisa Compact e lo vediamo raggiante mentre attacca con la progressione di “A Saucerful of Secrets”. Tutti gli altri scrivono o telefonano a casa per scambi di auguri. Ma è già il momento dei saluti… si parte per Portland, Maine.

Paolo:
Il Maine è forse lo stato degli Stati Uniti con la più bassa percentuale di immigrati e persone di colore. Sembra di stare in un paesino della Germania del Nord. Tutto pulito, strade tranquille, nessuno in giro. Fa decisamente freddo, e tutto sommato questo fattore, assieme al fatto che tutto sommato è il giorno di Pasqua, contribuisce a un clima piuttosto surreale. Dopo una sosta a mangiare calamari fritti al rinomato Bob’s Clam Hut, sul confine tra Maine e New Hampshire (per fare i soliti campanilisti, molto meglio i calamaretti veneziani), arriviamo per tempo al locale, la Space Gallery, che si rivela essere una sorta di galleria d’arte autogestita. La zona circostante sembra una riserva indiana delle belle arti: gallerie, negozi di colori, tre o quattro sedi della locale scuola d’arte. Ci sentiamo un po’ una banda di rozzi rocchettari circondati da artisti più “laureati”. Il locale è molto bello, grande e ben illuminato, con opere d’arte contemporanea appese al soffitto (che poi si rivelano essere delle navi spaziali fatte col cartone, che alla fin fine ci ricordano quando da piccoli si cercava di fare le navi di Guerre Stellari col Lego… per citare i Peanuts: ma è arte?). Di fronte all’entusiasmo collettivo per il fatto che stavolta non suoniamo in un postaccio, Paolo pronuncia la fatidica e alquanto malaugurante frase “meglio un bar pieno che una galleria d’arte vuota”. La predizione si rivela corretta. La gente locale, forse ingozzatasi di cibo, non si presenta particolarmente numerosa. C’è un tipo che si presenta per farsi autografare la copia del CD allegato alla fanzine Ptolemaic Terrascope. Ha fatto un giro in Italia come assistente degli Skatalites, ed è così tranquillo che sembra imbottito di sedativi. Dato il ritardo dei Dead Meadow, questa sera non si fa il soundcheck, ma solo un line check. Suonando per penultimi può capitare questa situazione un po’ paradossale che il check lo facciano solo gli headliner e il primo gruppo di supporto. Visto quanto ci si sbatte per arrivare nei posti per tempo e mantenere una qualche parvenza di professionalità, la cosa è un po’ frustrante. Tutto sommato il concerto va bene, e la reazione dello sparuto pubblico è piuttosto buona. Highlight della serata: nei camerini, alquanto spaziosi, troviamo un residuato bellico della seconda guerra delle arti neofigurative: nella fattispecie, un pupazzone ermafrodito, che viene prontamente utilizzato per una serie di ritratti della band che NON vedrete MAI nel nostro sito.

Non si trova nessuno che ci ospiti, quindi si procede alla ricerca di un motel, essendo impraticabile la soluzione di dormire nel furgone, dato il freddo e lo spazio tutto sommato ridotto. Nei motel americani, almeno in quelli che hanno tutte le stanzette a piano terra tipo Drugstore Cowboy, funziona così: si fa finta di essere in quattro (quasi sempre le stanze hanno due letti matrimoniali), e poi si entra in sei, con un paio di persone che dormono per terra. Il che consente di dormire in tanti spendendo 60/70 bigliettoni in tutto. Tutto sommato una soluzione discretamente conveniente, per quanto la moquette faccia un tantinello schifo.

Il mattino seguente piove a dirotto e fa molto freddo, Adam, abituato al sole della California, cerca disperatamente una giacca pesante in uno store. Il tour-book indica oggi come un day-off, ma l’idea di rimanere a prendere freddo a Portland non ci va. Decidiamo di raggiungere con calma Montreal. La strada è interminabile: un intricato sali e scendi tra laghi ghiacciati, boschi e cumuli di neve. Paesaggi montani vagamente inquietanti, degni di Twin Peaks. Banchi di nebbia qua e là infastidiscono la guida di Adam, ma si ride e scherza pensando a Padova. Attraversiamo d’un fiato il Vermont e giungiamo al confine con il Canada, dove tra pratiche burocratiche, visti e sdoganamenti, siamo bloccati per un’ora e mezza. Si procede così, cercando di passare il tempo tra battute nonsense e qualche pennichella qua e la… e finalmente Montreal. Lo skyline della città non è male: diversi grattacieli illuminati. Passiamo lungo un fiume talmente ampio che lo scambiamo per un lago.

Arriviamo al locale (visto che non abbiamo alcun posto dove sbatterci) verso le 9 e mezza. Parliamo col barista, Francis, che ci sembra piuttosto simpatico. Il locale si chiama l’Emisphère Gauche, Alternatif Bar. Si sviluppa in lungo, con un’area più alta dall’ingresso fino al bar, con tavolini e calcetto, e una più bassa davanti al palco che è in fondo al locale. Quest’ultima parte è occupata quasi per intero da un biliardo (si scoprirà poi che durante i concerti viene infilato sotto il palco), sul quale giocano da vere provette due ragazze piuttosto punk, una delle quali indossa una maglietta dei Los Fastidios (il mondo è piccolo…). Andiamo a mangiare. Cerchiamo spudoratamente qualcuno che ci ospiti, e dopo due ore di attesa sonnolenta troviamo Dany, timido e simpatico: ci impossessiamo del suo soggiorno e crolliamo esausti.

Liviano:
Passiamo la mattina seguente (29/3) tra lavanderia a gettone, telefono pubblico e un’ottima caffetteria dove facciamo colazione per pochi dollari canadesi. Passeggiamo per un po’ per la via del locale. In un negozio di strumenti un commesso di mezza età ci riconosce come italiani, e inizia a chiacchierare con noi con un gradevole accento messinese. Parliamo un po’ di Montreal e delle mire indipendentistiche del Quebec, condendo tutto con un po’ di politica e polemiche sull’integralismo francofono della regione: cosa che, a suo modo di vedere, ha portato Montreal ad arroccarsi in una torre d’avorio, e a perdere terreno rispetto a Toronto. Ceniamo in un fast food in cui una cameriera incartapecorita dalla voce snervante e dal fare fastidioso dispensa emicranie ad ognuno di noi insieme agli indigeribili poutine (delle patate fritte conglomerate a formaggio fuso e chissà quale salsetta). E poi il concerto in cui ci divertiamo moltissimo, ribaltando la scaletta sottosopra come un calzino. Tutto bene, in particolare ci lasciamo andare ad una “Bring Them” particolarmente ispirata con una coda molto dilatata. Purtroppo non troviamo nessuno che ci ospiti, se non un metallaro che però ha tutta l’aria di voler tirar tardi. Sono le due e siamo stanchi… decidiamo di metterci in viaggio per Toronto dove suoneremo la sera seguente, con la certezza di trovare un motel per strada che, con altrettanta certezza, sarà squallido almeno quanto il precedente!



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