Trans Musicales Festival 2002

25/12/2002 di



5-6-7/12/2002, Rennes (Francia)

Fusilli con le melanzane. Caffè portato dall’Italia. Nuvole veloci in un cielo che cambia umore rapidamente, come incomprensioni da niente che diventano baci. Un pass stampa internazionale ritirato alla cassa accrediti. Macchina digitale e taccuino in borsa. Un bel po’ di aspettative. Il Trans Musicales Festival comincia più o meno così, giovedì 5 dicembre e, tra picchi e vertigini, andrà avanti praticamente non-stop fino all’alba di domenica 8, dopo 3 giorni in cui Rennes, cittadina universitaria in piena Bretagna, cioè Francia, diventa un po’ l’avamposto di quanto sta accadendo nel mondo a livello musicale (oltre a concedersi una sbornia festaiola generale). Un’esagerazione? Può essere, ma vedere in tabellone Jaga Jazzist, Earl Zinger, Andy Weatherall, Calexico, Terranova e 2 Many Dj’s fa solo del bene e quindi esageriamo. E allora. Si fa un respiro forte e ci si butta, che il tempo d’iniziare e già tutto è finito. E poi non resta che guardare i brillantini sotto le unghie e sperare di trovarci qualche diamante. Se capite cosa intendo.

Il Trans Musicales è così.

Giunto alla 24° edizione, rodato in ogni ingranaggio organizzativo, ben supportato a livello di sponsor sia a livello istituzionale che a livello aziendale, con una copertura mediale che rasenta l’isterismo (per 1 mese qui a Rennes non si è parlato d’altro) il Trans sembra godere di ottima salute e, cosa ben più importante, intatto prestigio. Voglio dire: la gente ormai sa di venire al Trans per scoprire/capire come si sta muovendo la musica attuale (pensiero ai pessimi festival italiani a base di skapunk o dei soliti noti alternativi… sigh…tristezza) e questo è senz’altro il merito maggiore di questo Festival che, tra le altre cose, non dimentichiamolo, è stato il primo ad invitare sotto i suoi riflettori, da quella terra lontana che è l’Islanda, una ragazzina tantocarina e bislacca di nome Bjork (e se ricordo bene di qui sono passati ben prima della notorietà planetaria gente come Nirvana, Moby, Ben Harper, Gotan Project, etc). Insomma, niente male. E l’aria che si respira è quindi un po’ quella, aspettando la Next Big Thing. Clima frizzante. Curiosità. Qualcosa come 80 gruppi divisi su 6 palchi. Concerti sempre pieni (molti “tutto esaurito” nelle sale piccole di Aire Libre, Antipode e Citè). Gente attenta e partecipe. Un totale a fine manifestazione di 25mila spettatori paganti e un numero imprecisato di (molti) accreditati. Se volete farvi due conti considerate che un ingresso a Le Liberté (la sala principale) viaggiava sui 17/23 euro, gli ingressi alle altre sale stavano fra i 7 e i 16 euro e un pass per l’intero festival lo si pagava la bellezza di 77euro, mica male eh?

A tutto questo aggiungete nella fotografia mentale che vi state facendo un’intera città di studenti (più o meno come può esserlo Padova) presa oltremodo d’assalto dai ggiovani di tutta Francia. Per cui, oltre al circuito ufficiale dei Bar in Trans zeppi di gente da non poter bere un pastis in pace, musica in tutti i bar del centro e musica per le strade, i soliti punkabbestia e i loro cani, i soliti giocolieri mangiafuoco e freak vari, qualche orchestrina improvvisata, e un clima complessivamente molto “mediterraneo e gaudente” nonostante le sciarpe i cappelli di lana le doppie calze il naso che cola e le guance rosse. Per un Festival in cui una delle caratteristiche principali è proprio questo fare dentro e fuori. E si fa dentro e fuori allora, anche noi. Sì, dentro e fuori, dedans e dehors, nous aussi, dentro alle sale del Festival e fuori per le strade, dentro al Village al pomeriggio, che è gratuito e ci suonano i talenti dall’Ouest-France, poi fuori per prendere il bus per raggiungere la Citè o l’Antipode, e quindi di nuovo dentro a un bistrot a bere qualcosa e poi di nuovo fuori in strada ad aspettare gli amici che arrivano da Vannes o Nantes e poi dentro casa a cucinare un risotto alla milanese che viene da schifo e ti credo dopo tutto questi bicchieri di pastis e bordeaux fuori allora saltellando per entrare dentro a Le Libertè a farsi bombardare i timpani e su è giù tra i 2 palchi dentro, Liberté haut e Liberté bas, concerti a raffica fino alla mattina alle 6, e poi fuori di nuovo a farsi congelare il sudore raggiungendo la maison alle prime luci dell’alba e . Insomma avete capito. E’ esattamente così per 3 giorni. E dentro ci sono stati, tra gli altri, i Loon: trip hop astratto, beat grassi e avvolgenti, non male davvero. The Craftmen Club: la fotocopia di Jon Spencer, ma sono troppo ‘dritti’ e finquando sul finale il sudore non li olia e sporca un pò non trascinano più di tanto. GG Project: dub’n’bass pregevole e danzereccio accompagnati da proiezioni video davvero degne di nota. Dgiz: hip-hop francese che sa di rendez-vous con tutti gli amici della ballotta in sequenza, non troppo entusiasmante, anzi proprio noioso se non per la jam contrabbasso+violoncello+dj da incorniciare. Gli attempati rock’n’roll kidz Hang Left Devil selvaggi come il vostro zio quando vi fa sentire i suoi dischi ‘70s a tutto volume e sua moglie, cioè vostra zia, urla di abbassare e lui tutto mesto abbassa il volume ma dice “dentro sono ancora un ribelle”. La sorpresa Margo, terzetto leggiadro di pop sospeso ed elettronico, fuori per l’etichetta rennese Peter I’m Flying con cui prendo subito i contatti per la nostra Aiuola Dischi tutta nuova. E poi. Il concerto in quasi-acustica dei belgi Venus all’Aire Libre è una stella che brilla sotto il mare, cioè un pop elegante e trasognato sulla scia degli antesignani del genere, nonchè compatrioti, dEUS. Il pomeriggio electro-britannico all’Antipode con Kings Have Long Arms e Fat Truckers, pessimi i primi con il frontman che sembra Jovanotti che vuol fare Gonzales, accettabili i secondi in stile International Gigolo, ma mooolto meno sexy delle Peaches per intenderci.

Il concerto degli Ikara Kolt e il set di Andrew Weatherhall che per motivi diversi non ho visto, e nemmeno Calexico, Mr Scruff, Terranova e la simil-rimpatriata degli Stooges perché la prima sera ho dato buca a Le Liberté per fare il giro dei bar (ehm…).

Tutta l’energia piena dark-wave anni ’80 dei newyorkesi The Faint che bilancia la spocchia electro indie-emo di LCD Soundsystem (ok, fra quanto la ‘scena indie italiana’ inizierà a menarcela con questi ? puah). La cantante degli inglesi Queen Adreena (pas male la fille…) non il loro crossover-rockaccio scontato. L’hip hop banlieusard, canonico ma non per questo meno incisivo, dei francesi La Rumeur. La magia dei norvegesi Jaga Jazzist, prossima uscita Ninja Tune mica per niente, segnatevi questo nome e recuperate al più presto il loro disco. E un pensiero: tra Sigur Ros, Mum, Gus Gus e compagnia bella ma cosa sta venendo fuori musicalmente dal profondo nord in questo momento?? Pazzesco. In Italia teniamoci gli Afterhours e compagnia bella, mon dieu….

Tutto questo un crescendo fino ad arrivare all’atteso apice assoluto (è da settembre che ascolto a rotazione quel cd), toccato la sera di sabato 7 dicembre intorno alle 2 di notte quando ai piatti, piazzati quasi in mezzo alle prime file della sala grande di Liberté bas, arrivano 2 ragazzi belgi e iniziano a tirare fuori dischi e farli girare su basi electro pompatissime. Voilà, mesdames et messieurs: 2many Dj’s ! Ed è il trionfo. È l’essenza primaria del djing “far ballare la gente” e la gente non solo balla ma strippa letteralmente, del tutto, non si può fare altrimenti, ci sono i fuochi d’artificio! Si passa senza soluzione di continuità dai New Order a Vanessa Paradise, da Emerson, Lake & Palmer a Basement Jaxx. La sequenza Jakson 5 – Royksopp – Beasty Boys è da infarto. Mai vista una cosa del genere! Quando partono i Nirvana Le Liberté esplode. Sono talmente preso che la security mi intima da andarmene da sotto il palco perché ballo troppo e non faccio foto. Je m’en fous ! ça c’est la fete, putain ! e allor... allez mes pots! Allez ! Dietro resta solo terra bruciata e un caldo che soffoca la gola e una birra ghiacciata finita in un sorso e ritrovarti nella bolgia infernale, “j’ai juste fumé un p’tit peu de shit” e sorridi. E dopo tutto questo i dj che seguiranno ai piatti faranno solo lavoro d’ordinanza. E allora andiamo a casa che è tardi e siamo stanchi e la notte è finita e il sole si alza lento dietro i palazzi e il freddo spacca le labbra e martedì andiamo sull’Oceano. A sentire il rumore delle onde. Lento, perdersi dentro il tempo. Che quasi quasi lo campiono e ci faccio un pezzo. Smettila di dire stronzate, vieni qui e baciami. Che l’Italia è lontana. Rennes, 2002.



info sul festival: www.lestrans.com

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