I Tropea sono la miglior band di Milano ma non lo sanno neanche loro

12/06/2018 di

Sulla casella email della redazione arrivano quotidianamente molti comunicati stampa. Non direi che è il miglior modo di conoscere nuova musica, semplicemente tante volte i musicisti non trovano reali alternative: i comunicati stampa nella musica sembrerebbero destinati a tramontare, forse dopo una certa ostinazione. Tanti dei progetti musicali più noti di cui parlate quotidianamente, al momento, non hanno più bisogno di comunicati, basta essere davvero forti sui social. E fin qui ho scritto una serie di ovvietà.
La vera bomba è che nel marasma di roba che arriva tra autocandidature via mail, su Facebook, sul profilo privato, via posta eccetera, succede che le realtà musicali che ti conquistano davvero sono quelle più impreviste, che tranquillamente eludono tutto il meccanismo per farsi notare sul web e arrivano direttamente dalla vita reale. 



Io, ad esempio, sono stato totalmente rapito tipo abduzione aliena da una band di nome Tropea. Li ho conosciuti l’anno scorso perché il chitarrista Domenico stava cantando con un gruppetto di disperati su una panchina vicino a casa mia. Era una serata molto triste, tornavo da una secchiata alla chiusura della biblioteca, e mi sono unito a loro perché mi sembravano un suggerimento della vita a non chiudere così cupamente la giornata. Ci siamo scambiati consigli su come superare la presa male delle nostre ex, Domenico è diventato un amico e i Tropea una delle mie band preferite.
Li ho messi sulle casse in redazione e sono diventati la colonna sonora perfetta per le nostre mattinate nuvolose.

Non hanno combinato nulla di assurdo, non credo sappiano nemmeno cosa sia un comunicato stampa, per mettere la roba su Spotify ci hanno messo un bel po’: semplicemente arrivano sul posto, mettono degli occhiali stupidi e suonano, e lo fanno benone.
A me piacciono tantissimo perché, pur essendo tutti e quattro più o meno studenti di musica, hanno questa attitudine cazzuta e cazzona, se la godono tanto da sembrare quasi disinteressati. Quello che suonano sta in quell’intersezione gustosissima tra il già sentito e il “comunque non saprei descriverti ’sto suono”, a metà tra le mode internazionali dell'alt-pop contemporaneo e alcune grossissime fette di tradizione di cinquanta anni fa. Non capisci se l'influenza più grossa sia Mac DeMarco o direttamente i Beatles, alla fonte. Le chitarre sono ovunque ma ti ritrovi all'improvviso un sax o un sintetizzatore tamarrissimo, e nulla stona mai. Testi in inglese e rilassata attittudine mediterranea. Accelerano inquietati e si guardano malinconici alle spalle, contemporaneamente. 
Qui sopra ci sono i loro primissimi pezzi su Spotify. Ovviamente il meglio di loro lo danno dal vivo, dove suonano a perfezione e ti aprono catarsi di carica emotiva sempre diverse. Qualche mese fa siamo andati a vederli a un concerto al Piano Terra, un piccolo centro sociale di Milano, è stato bellissimo e non vediamo l’ora di vederli su palchi sempre più grandi. 

 

Commenti (4)

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  • melandro 5 mesi fa @melandro

    > per mettere la roba su Spotify ci hanno messo un bel po’
    e l'hanno fatto anche male, tanto che hanno creato una band per ogni brano, o almeno già solo cercandoli su spotify viene l'emicrania

  • Pietro Raimondi 5 mesi fa @PietroRaimondi

    melandro Hanno avuto problemi i ragazzi, ma vedrai che a giorni Spotify dovrebbe correggere e radunare tutto sotto un solo artista. c:

  • Pietro Selvini 5 mesi fa @peterselvo

    perdonaci melandro :( siamo stati i primi a rimanerci male

  • Nick Matteucci 5 mesi fa @nick.matteucci.numeriuno

    mi spiace pietro. dio perdona. melandro no

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