Urban Music: una fotografia sulla scena rock

24/02/2003



E’ possibile leggere l’Italia attraverso una geografia musicale? Dove è finita e cos’è diventata oggi la via Emilia? Catania è davvero la Seattle d’Italia? Di che colore è oggi il cielo sopra Torino? E’ possibile che Milano possieda una faccia dai colori nascosti? Cosa si nasconde tra le onde del Salento? Roma è ancora la città dei cantautori? A Firenze si parla ancora il dolce stil novo? E che fine ha fatto l’antico furore dei bassi napoletani?

Anche se le stagioni del rock demenziale sono finite da tempo, è sicuramente ancora possibile partire da una strada, da un quartiere di una città per parlare di musica. Proprio come faceva Freak Antoni in quel suo storico volumetto del 1981 dove per ogni stagione c’era una band, dove quasi ad ogni angolo di strada si poteva incappare in una sentenza, in una massima, in una citazione che poteva provenire persino dalla sublime penna di Marcel Proust.

L’Italia si presta magnificamente per la sua stessa conformazione morfologica a questo gioco del piacere e della ri-scoperta. Strutturata com’è in una geografia musicale coloratissima e frastagliata, eppure nello stesso momento estremamente provinciale: proprio perché in definitiva tutti si conoscono, tutti si sono perlomeno incrociati una volta nella vita, tutti parlano continuamente di se stessi e degli altri colleghi. In un rimando continuo di collaborazioni, incroci, dichiarazioni di appartenenza.

La nuova scena musicale italiana è tutta una fitta ragnatela. E non un manipolo di monadi isolate. Bensì il documento pulsante di un’esistenza che con ogni mezzo è possibile e doveroso documentare.

Una storia che procede a cicli, a corrente alternata. Così come esisteva la Firenze del Tenax e del Banana Moon, così come esisteva la Bologna dell’Harpoos Bazaar, così oggi esiste la Milano del Leonka o la Torino della club culture dei Murazzi. La Roma del Locale cede il passo all’Orchestra Multietnica di Piazza Vittorio. Il Salento sono vent’anni che è un fuoco di dance hall e Crotone risorge sotto l'ombra del magistero di Rino Gaetano. Poco più avanti pizzica la Notte della Taranta a Melpignano. E a Catania tira un vento forte fatto di Radio Bemba Sound System. Etna Gigante.

E poi gli studi di registrazione: lo Split-a-Dada, come Casa Sonica, il Mulino Mause House, come le Officine Meccaniche, La NoveNove Produzioni come la Bustin’ Loose, Il Nautilus come la Ferrara di Giorgio Canali, il Kaos studio in quel di Catania come quello di Giovanni Ferrario, i Red House Recordings di Senigallia o come il ricordo di Francesco Virlinzi di quando produceva gli album dei Pylon e degli Yo La Tengo o il tributo a Gram Parsons e poi nel 1995 quella storica compilation “Battiato non Battiato”. Ma questo in fondo è ancora davvero niente.

L’idea che sta insomma dietro ad Urban Music è di prendere una penna e trasformarla in telecamera. E tanta voglia di parlare di musica e di vita veramente. Con quella passione che fa della musica la coperta di Linus, la tua strada blu. Per molti di noi una vera ossessione con cui bisogna imparare a convivere.

In questo tentativo itinerante di raccontare e documentare la moderna scena musicale italiana otto sono state le città attraversate, oltre cinquanta gli artisti intervistati. Una parte soltanto di un arcipelago estremamente ramificato. Ma come in questo ambiente spesso succede si è dovuti venire a tappe con scadenze temporali, tournée, buon ritiri, crisi di astinenza, letarghi, schizofrenie discografiche e quant’altro.

Riguardando il materiale girato, le tante ore passate con gli artisti incontrati a riannodare storie, a dimenticarsi che davanti e dietro di noi c’era una telecamera che riprendeva i nostri discorsi, ci si accorge di come esista in giro una voglia di raccontarsi straordinaria, ma solo davanti ad una telecamera capace di scomparire e di non far sentire il peso ingombrante e troppo spesso meccanico della sua presenza.

In Urban Music sono confluiti estratti significativi di interviste fiume, di incontri che sono andati molto oltre il tempo consentito dagli accordi presi. 50 racconti circa che rimandano l’uno all’altro, disegnando una fittissima ragnatela musicale e di collaborazioni. Una specie di intranet della musica.

Roma, Milano, Torino, Catania, Napoli, Puglia/Salento, Firenze, Bologna. Lungo un arco più o meno in certi casi anche di vent’anni di storia. Un documento su di un pensiero musicale, su di un laboratorio di lavoro, su di una cronaca che si è trasformata da sola irrimediabilmente in storia.

I rapporti della musica e del musicista con il territorio nel quale si trova a vivere. La riflessione sul proprio luogo di appartenenza, sulla propria città, sul filtro ambientale nei confronti dell’ispirazione, come oggetto di studio e di creatività.

Nella dinamica delle interviste televisive viene riportato il ritmo, la ricchezza e la riflessione della pagina scritta. Avendo notato, da tempo immemorabile ormai, come nella televisione italiana la musica venga trattata alla stregua di tappabuchi, con uno spazio inesistente, o magari inscatolata in assurdi format precotti, dove l’artista passa solo per promuovere qualcosa che invece ha un’anima ben più grande da rivelare.

Una televisione che nei confronti della musica non fa documentazione ed approfondimento, circondata invece da un panorama di critica musicale sui giornali, su internet, su certe radio, sui libri, informatissima, appassionata, stimolante.

E questa è la vera sfida di questo programma forse. Ma indubbiamente anche di più, un grido di allarme a tutto l’universo della musica, degli operatori di settori, dei giornalisti e dei semplici appassionati.

Parlando un giorno con Filippo Gatti degli Elettroyce, nei nuovi studi di produzione e postproduzione TrickShow da poco sorti a Roma, nel cuore del quartiere Pigneto, un luogo che è nel centro di Roma ma dove subito dietro l’uscio d’entrata sembra come di stare in pieno Portagallo, in una sequenza degna di Lisbon Story, siamo venuti a scoprire il terrore che si nasconde dentro gli occhi di tanti artisti e musicisti della nuova musica italiana. La paura che di tutto il loro lavoro, di tutta una copiosa ricerca musicale e di sonorizzazione niente in fondo venga davvero documentato, ripreso dalle telecamere. Non capita mai che le televisioni più o meno di stato se ne occupino. Su altri versanti televisivi regnano format inscatolati, condotti da veline o da ragazze e ragazzi che la musica non la vivono propriamente sulla loro pelle giorno dopo giorno, che non entrano nelle camere oscure degli artisti, a contatto con le loro vere storie di chi quotidianamente inventa un mondo. E con questo mondo si scontra.

Se ne occupa solo la carta stampata invece - e nemmeno tutta -, internet. Le radio quasi mai. E questo non fa bene alla scena musicale italiana. A chi fa ricerca. A che crede nella poesia, nella comunicazione di contenuti. Viene a mancare un retroterra di riflessione, uno specchio su cui proiettare e confrontare, verificare i propri sogni. Perché si sa che in Italia la televisione resta il primo mezzo, quello più immediato per arrivare a tutti.

Mancano programmi televisivi musicali ad hoc. Spazi live, magari umplugged dove far sentire l’artista a casa propria con dei ritmi e dei tempi non schizofrenici. Quei pochi bisogna cercarli o andarseli a costruite con immensa fatica, col lanternino. Proprio come ha fatto Urban Music.

La musica che potrebbe venir raccontata dai suoi stessi protagonisti, i luoghi di nascita e d’ispirazione filtrati attraverso i ricordi personali. La decadenza della Catania di Cesare Basile, dei suoi seminali Candida Lilith, una città in fondo che tende la mano a Seattle attraverso la natura in replay del marchigiano Moltheni. La Montesole di Giovanni Ferretti che equivale a certi paesaggi della Mongolia, quando un tempo dietro l’angolo si nascondeva l’orrenda strage di Marzabotto. L’Emilia paranoica che è oggi diventata parabolica di Massimo Zamboni. Un’Emilia che è l’unica lingua d’Italia dove si possa oggi fare dell’epica. La visione nostalgica di una Napoli mai vissuta e sempre cercata di Raiss degli Almamegretta; una Napoli anni ’60 inzeppata di un cinema alla Mario Merola. Il rocksteady soto l’Etna di Roy Paci ed il suo sogno di superare il mito Miles Davis. La Firenze nostalgica del Bar Bogart di Sergio Cammariere, come quella Roma da prima repubblica conosciuta ai tempi del Tartarughino con certe lunghe notti passate a fare pianobar fino all’alba. La Bruxelles multietnica di Max Gazzè ritrovata con fatica nel Locale romano. Città talmente grandi che mangiano se stesse, dove gli artisti sanno e sentono di avere delle forti affinità, ma si conoscono e si ritrovano solo avanti con gli anni, come è successo a Filippo Gatti con Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. Due modi diversi di fare rock, ma in definitiva uniti da una stessa attitudine emozionale.

Ecco allora la rivendicazione del lavoro in provincia fatto dal cantautore PinoMarino. La forza del cantiere operaio, di una vita vissuta sulle barricate a scoperchiare sempre e soltanto l’altra faccia dell’impero della Banda Bassotti. Oppure la visione di un mondo dove forse un giorno i freakkettoni saranno al potere come accade nella Bandabardò. Artisti duttili a continue collaborazioni, forti di uno spirito di ricerca che li trasporta da sempre ovunque nel loro incantato circo Mangione.

Non capita mai di ascoltare in televisione Mauro Giovanardi tessere una tela di assonanze che da Il Vino di Ciampi, passando per Umberto Martino, arrivi fino al punk, ad una nuova forma di postpunk esistenziale. Ad un crocevia di influenze al grido di: si può fare, si può fare. In fondo è una storia ed una ricerca già iniziata con i seminali Carnival of Fools.

Non capita mai ascoltare Manuel Agnelli descrivere Milano come una città dove le cose brutalmente si fanno, a differenza di Bologna stemperata tra le sacche dei suoi eterni studenti, una città piena di fortunati veri, di sfigati veri. L’altra faccia di Milano appunto.

Infine in tre battute, con una maestria esemplare, Francesco Magnelli che ti spiega perché i C.S.I. si sono sciolti; loro che cercavano solo di esprimere le vere dinamiche della musica e che invece erano costretti a suonare al massimo del volume, ai tempi di “Linea Gotica”, negli stadi, nei palazzetti. Quando invece tutto era nato per sentire i lenti movimenti, le assi del palcoscenico. Lo struggente ricordo di Mostar che segna l’epilogo irreversibile di una straordinaria avventura.

Viviamo in un momento discograficamente molto basso. E vale la regola che valeva nei primi anni ’80: ricostruire una scena dal basso, dai luoghi giusti in cui fare musica, dai veri musicisti, dai veri appassionati, dai giornalisti che ci credono. Stringersi insieme, attorno e camminare uniti per dare un contributo di unità, di compattezza, di fede. Non solo piccole scene, ma una grande onda che da un luogo qualsiasi sia in grado di irradiare la sua luce, la sua potenza, la sua sete di verità.

Jonathan Giustini



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