GoodMorningBoy - Vapore - Marghera (VE) Live report, 21/01/2003

24/01/2003 di Alberto Muffato




Con questa recensione-racconto, lo so, mi pongo in netto contrasto con l’opinione comune circa Goodmorningboy, e forse rischio di alienarmi pure le simpatie di alcuni amanti del genere. La cosa mi dispiace, perché faccio orgogliosamente parte della schiera di lo-fi-fili ciabattoni. Tuttavia, dopo aver ascoltato l’album, aver visto tre concerti (due da solista, uno con band) di Marco Iacampo, dovevo finalmente togliermi qualche sasso dalla scarpa, confessare tutta la mia perplessità e, anche, il mio dispetto, verso chi ha creduto di riconoscere in questo progetto solista un inaspettato miracolo musicale. La mia opinione è che l’album sia per certi aspetti molto deludente. Credo che da musicisti di tale levatura dovremmo aspettarci qualcosa di più.

Raccontino allegorico
Io e il mio amico Jack arriviamo a Daisyville col maggiolone. Fuori tira aria e vien giù pioggia a catinelle («it’s raining like cats and dogs», gracchia il disc jockey alla radio). Nel sottopasso della freeway troviamo un dannato vento che ci consuma le sigarette. Attraversiamo la strada - le pozzanghere - ed entriamo allo Steamboat, il locale dove si terrà il concerto. Tracanniamo due birre scure e ci buttiamo sulle seggiole, davanti al palco. Gettiamo sguardi noncuranti attorno. C’è tutta la Factory, vedo il chitarrista dei Jucks, il batterista dei Flecks, il tastierista dei Periton. È pieno di ragazze in tiro grunge-ciabattone. Sulle pareti foto di bluesmen del downtown, di qualche pupa del cinema e di attori di quelli giusti, di quelli con la voce roca. Sul palco un piano nero a coda, l’acustica, l’elettrica, l’amplificatore Fender, l’armonica. Aspettiamo.

Stiamo ordinando una seconda birra quando ecco arrivare Goodmorningboy. Ha la maglietta sdrucita, il pantalone lasco, l’aria da slacker di passaggio. Si gratta in continuazione sulla nuca e si guarda attorno con aria spaesata. Fa qualche battuta: «Metà dei presenti sono miei amici. L’altra metà sono mie amiche. Per la terza metà mi presento: io sono Goodmorningboy».

Imbraccia la chitarra con noncuranza, la dondola, la scuote, sembra un prolungamento naturale delle sue stesse braccia. Ne cava fuori una delicatezza di accordi, arpeggi, svisate, che a me chitarrista fa venire le convulsioni: sento l’invidia montarmi alla gola.

Subito un suo gesto semplice e allo stesso tempo romantico mi rapisce: accostandosi al microfono mima con la voce un fraseggio di tromba sinuoso e sognante. Un tizio intanto si siede al mio fianco: il mio compare Jack mi dice che si chiama Tom Waits, che si arrabatta tra la Ventisettesima e la Ventottesima nel retrobottega del ristorante dei cinesi. È venuto a studiare la situazione.

Poi GMB inizia a cantare sul serio, un paio di canzoni. E sono canzoni di rara raffinatezza: ogni cosa al posto giusto, country, blues, la giusta voce sofferta, l’armonica a bocca. «Rock’n’roll is a gas, so inhale» ribadisce più volte intercalando «zio cane», e si autocomplimenta spesso: «molto fucking bene».Tutto magnifico, molto blues, molto fucking bene. Il mio amico Jack comincia a strabuzzare gli occhi e mi tocca il gomito. « È sopra di una spanna...» mi fa accendendosi un’altra sigaretta. Io annuisco illividendo.

GMB intona un rocchettone di Alex Chilton, produttore dei Cramps, blueseggia con il suo manifesto, Good morning blues, si dà da fare con Lili (she’s got a really nice b-walking), Snowfall. Si aggrappa al piano nero e inizia a ringhiare tristemente. Tutto gli viene così naturale che dopo un po’ non riusciamo più nemmeno a stupirci della sua perizia di musicista. Cazzeggia sui tasti e ne vengono fuori nenie impeccabili, malinconie metropolitane escono dalla coda nera del piano, come se fosse il suo cagnolino: GMB lo sa tenere a bada, lo blandisce, lo accarezza, lo bastona quando serve. Ed il mio cuore di pianista langue ammirato. Jack vicino a me m’offre una sigaretta. Siamo in sollucchero.

Girandomi, a fianco al palco, vedo seduto Nick Drake, l’inglese triste, che beve il sidro e sorride malinconicamente fra una ballata e l’altra. Più defilato, al banco, c’è Mark Linkous che è appena arrivato in motocicletta, con Brian Wilson in sidecar. «Toh!» mi fa Jack, «guarda là, c’è Elvis Costello che va al cesso». Sento dire che hanno visto John Lennon passare nel retro, a braccetto con Chan Marshall. Di là ci sono dei tizi belgi che bevono suds and soda...

Comincia così ad insinuarsi un dubbio, a mano a mano che le canzoni si susseguono splendidamente l’una all’altra. Una sensazione paradossale, che non saprei descrivere a parole. Sembra che tutta ‘sta gente - più o meno nota - che gira per il locale, sia qui per qualche strana ragione. (Di là un certo Dylan si fa una canna, poi arriva Stephen Malkmus con la sua faccia da schiaffi e si beve un daikiri).

Capisco di che si tratta quando sento una tipa al tavolo a fianco, che domanda candidamente nel bel mezzo di una canzone: «Di chi sono i brani? Suona canzoni di altri?». «No» gli rispondono, «è tutta roba sua, canzoni che scrive lui». E qui io mi illumino, avvolto nel mio impermeabile grigio e nel fumo misterioso della mia sigaretta: vorrei quasi quasi intromettermi, perché credo di avere la risposta giusta. Vorrei precisare: «No, le canzoni le scrive lui, ma il repertorio è di qualcun altro. Li vedi questi signori qui attorno sono qui a riscuotere i diritti, a batter cassa». Perché finalmente ho capito che quelle canzoni non le ha scritte lui, gli sono state dettate. Tutta questa gente sta a vedere se ha imparato la lezione. Ma lui s’è solo limitato a fare bene i compiti per casa.

Epilogo
Finito lo show e bevuta l’ultima birra usciamo traballando. Piove ancora. Saliamo in macchina. Mi accorgo di una cosa strana: il maggiolone su cui siamo arrivati s’è trasformato in un golf rosso. Allora chiamo Jack per nome ma mi accorgo che non mi risponde: ora mi ricordo che forse il suo vero nome è Alfio! Noto con stupore che fuori invece di un cartello bianco con scritto sù Daisyville ce n’è uno blu con scritto Marghera. E, cosa ancora più strana, sull’insegna del locale vedo scritto Vapore, non Steamboat!

Incrociamo un tipo strano, con i capelli rasta, attorniato da gente che parla in veneziano: lo chiamano amichevolmente «Skardi». Chi è? Ah, sì, adesso mi ricordo! suonava con un gruppo reggae!

Strano, mi dico, con tutti gli inglesi che girano da queste parti, c’è ancora gente in giro che ha il coraggio di parlare in dialetto



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