Afterhours - Velvet - Rimini Live report, 10/03/2001

12/03/2001 di Nicola 'Neghe' Violi



Sono tornati i cavalieri elettrici, e per farlo hanno scelto di giocare in casa. Un Velvet affollatissimo ha accolto in modo trionfale la data inaugurale del nuovo tour degli Afterhours, dopo la pubblicazione – poco più di un mese fa – del live elettro/acustico...

La curiosità di rivedere in azione una delle realtà oramai fondamentali del rock tricolore era palpabile, ed è stata ripagata con uno show eccellente, articolato in oltre due ore di musica, tra vecchie certezze e nuove sfumature.

Quando si spengono le luci ed il gruppo sale sul palco, ecco le prime novità: sullo sfondo campeggiano una serie di lastre metalliche con lo slogan “siam tre piccoli porcellin”, e il violoncello di Roberta Castoldi (che sarà presente in quasi tutte le esecuzioni) affianca da subito Dario Ciffo e il suo violino. L’inizio è a fari spenti, senza alcun saluto da parte di Manuel le note di “Simbiosi” aprono le ostilità. Il pubblico è preso in contropiede, abbozza una reazione intonando la prima strofa e si lascia poi cullare dalla melodia obliqua. La quiete è brevissima: Xabier si piega sulle ginocchia facendo esplodere il riff metallico di “Male di miele”, che scuote la sala come un pugno al viso. Centinaia di corpi ondeggiano sotto il palco, il cantato di Manuel è letteralmente coperto da quello degli spettatori che hanno mandato a memoria il pezzo. A ruota seguono “1.9.9.6.”, “Rapace” e “La verità che ricordavo”, la tensione è altissima ma deve ben presto lasciare posto allo stupore: le note che seguono sono quelle inconfondibili di “Dentro Marilyn”, pezzo da novanta da sempre posto in chiusura di scaletta.

Dopo una vibrante “L’inutilità della puntualità”, ecco le prime parole di Manuel alla platea: al canonico “ciao, siamo Afterhours” si aggiunge un “benvenuti alla prima data del tour”. Esauriti i convenevoli è ora de “La sinfonia dei topi”, pezzo tanto atipico quanto contagioso nella dimensione live, bissato dall’applauditissima “Non si esce vivi dagli anni ’80” e da “Milano circonvallazione esterna”. Oltre un’ora di concerto è già volata, i nostri si concedono una prima pausa, finita la quale ritornano con i volti coperti da maschere di porcellini sorridenti.

Quella di Manuel salta già alla seconda strofa di “Questo pazzo pazzo mondo di tasse”, non si fa in tempo a finire di sorridere che parte una sequenza mozzafiato capace di stendere anche i più scalmanati (“Dea”, “Adrenalina” e “Sui giovani d’oggi ci scatarro su”). Sei minuti, tre pezzi al fulmicotone e palla al centro. La seconda pausa è provvidenziale, il pubblico rifiata mentre i tecnici lavorano sul palco. Sgabelli e chitarre acustiche fanno la loro comparsa: è il segnale che ci aspettano delle fascinose versioni di orientamento acustico dei classici che ancora mancano all’appello. Imbracciati di nuovo gli strumenti, gli After “scartano” ancora, aprendo quest’ultima parte con l’aspra “Senza finestra”. Per i cori ed i battimani finali bisogna attendere, sino a quando “Bianca” ed “Oceano di gomma” trascinano dolcemente verso la consacrazione sancita da “Pelle” e “Voglio una pelle splendida”. Applausi.

Chiudo con un’annotazione. Se la dimensione live è la cartina di tornasole sulla condizione di salute di un gruppo rock, il combo milanese è decisamente in forma e riafferma con classe – tocca ripeterci - la posizione di primo piano che riveste nella scena italiana.



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