Venezia, 61a Mostra del cinema - report

21/10/2004 di Arianna Buratto



Da neofita festivaliera quale sono, non ho la presunzione di raccontarvi la Mostra del Cinema di Venezia parlandovi dei film scrivendo le recensioni di quelli visti (e - perché no? - anche dei non visti, mettendoci un po’ di fantasia e disponendo dei daily di molte riviste di settore), anche perché di questa operazione ci sono già gli addetti ai lavori che si occupano e che potranno soddisfare questo tipo di curiosità.

Vorrei invece restituirvi il clima che si vive per 12 giorni ad un festival, sia per gli avvenimenti che lo riguardano da vicino, sia per tutto quello che è accessorio ma complementare del vivere una città particolare quale è Venezia.

Tutto ha origine nelle code, ovvero il mettersi in fila per aspettare il proprio turno, per qualsiasi cosa. Iniziano non appena si scende dal treno, per prendere il famigerato vaporetto, che se si è fortunati possessori della carta Venezia non costa più di un normale autobus di una città qualsiasi; se si è turisti occasionali bisogna invece prepararsi a sborsare una cifra pari a un pranzo (parlo dell’equivalente a un pranzo per turisti a Venezia, non di un banchetto luculliano quindi).

Bisogna prepararsi psicologicamente a pazientare un bel po’, a non farsi prendere dallo sconforto, anche perché fare la fila a Venezia, anche in un supermercato, è cosa ben diversa da quella a cui siamo abituati. Se si ha bisogno di una bottiglietta d’acqua, la grande distribuzione è l’unica soluzione se non si vuole pagare 1.50 €. Non aspettatevi che qualcuno vi dia la precedenza anche se avete un solo prodotto: non è un’abitudine consolidata in laguna; i corridoi dei supermercati sono dei budelli, tali e quali le calli, e le vie d’accesso alle casse anche peggio. Sia che vogliate fare i furbi sia che qualcuno vi abbia gentilmente ceduto il proprio posto, è comunque necessario turarsi le orecchie di fronte alle colorite espressioni dialettali autoctone che vi vengono lanciate, se non si vuole innescare una rissa. Esperienze di questo tipo temprano per quello che ancora ha da venire…
Il 31 agosto, giorno precedente l’inizio della Mostra, è attivata la distribuzione degli accrediti. Non so quale sia l’orario di arrivo giusto per non dover attendere il proprio turno almeno due ore e mezza, se si è in fila per l’accredito cinema, ovviamente (della differenza tra i vari accrediti avrò tempo e modo per darvi chiarimenti); comunque chiunque vi passa avanti. Non è il caso di arrabbiarsi: si è, in un certo senso, tutti nella stessa barca, in mezzo a un oceano di persone accreditate cinema, con le quali sicuramente ci sarà modo di solidarizzare nelle file per accedere agli spettacoli in cui la priorità è stabilita per giornalisti, produttori, e ultimo, ma non d’importanza, il pubblico.

Il pubblico, perché pagante, e profumatamente (a seconda degli orari e della sala relativa i prezzi dei biglietti vanno dagli 8 ai 20 €), ha precedenza su tutti, ovviamente agli spettacoli prestabiliti da programma. In successione entrano a pari merito i press, gli industry (quelli delle case di produzione) e i gold, che tuttora non ho capito che categoria di utenti rappresentino. E alla fine, ultimi che non saranno mai primi, gli accrediti cinema.

Quindi, ci sono spettacoli destinati solo al pubblico, altri per i vari accrediti, talvolta tutti insieme, altri solo per i press e industry. La promessa del direttore artistico di questa edizione Müller, cioè far entrare gli accrediti con precedenza fino a 10 minuti prima dell’inizio dello spettacolo così da permettere ad altri di vederlo, è stata mantenuta per i primi giorni. Dal primo weekend, quando l’afflusso di utenza al festival ha raggiunto l’apice, sono cominciati i problemi, che si traducono in code anche di due ore senza vedere nulla per due spettacoli di fila, perché le maschere, per non litigare, lasciano passare anche i ritardatari più incalliti e anche maleducati, che giungono con passo lento, senza scomporsi davanti alle facce preoccupate di chi spera di entrare. E gli spettatori, i primi della fila, che attendono da tempo, che fanno? S’incazzano con le maschere! Che dal canto loro hanno un bel daffare a spiegare che rappresentano solo la manovalanza, ma con l’organizzazione del festival c’entrano poco o nulla; in ogni caso, pur sapendo questo, e sapendo che razza di stress è lavorare in una bolgia come quella, a chiunque viene voglia di inveire contro qualcuno: è facile perdere la pazienza con chi ha solo parzialmente la responsabilità di ciò che accade.

Dopo tutto questo, è possibile che vi venga voglia di lamentarvi con qualcuno della mala organizzazione della Mostra. Bene, lo spazio di Ippoliti (sì, Gianni) serve a questo. Si tratta di uno stand dove si troverete carta e penna per dare libero sfogo ai vostri pensieri, commenti, rimostranze, che poi verranno affissi su una lunga parete bianca, in modo da essere letti da tutti.

Dal primo giorno è impossibile sfuggire all’ appuntamento con Ridateci i soldi (questo il nome dello spazio Ippoliti), vuoi per la posizione strategica dello stand, situato in un passaggio praticamente obbligato, vuoi per la curiosità di sapere cosa pensano gli utenti del festival. Si passa da commenti intelligenti e proteste motivate, come quella per i bagni e per i prezzi del Lido, assolutamente proibitivi, a lamentele per le 9 ore di attesa davanti alla passerella per vedere Johnny Depp… Ma perché lamentarsi per uno snervante sacrificio auto-inflitto?!

Per non parlare di chi rabbrividisce per l’aria condizionata in Sala Perla: ma non perché lo sbalzo tra l’esterno e l’interno è davvero insopportabile, dalla canottiera alla felpa - che talvolta non basta - quanto perché le signorine arrabbiate non possono girare discinte e la Mostra ne perde lustro (cito testuali parole)!!! Al termine del Festival la migliore protesta riceve anche un premio, che consiste nell’essere accreditati gratuitamente per l’edizione successiva…e non è poco se non si usufruisce di alcuna agevolazione data da università o testate o associazioni.

Se qualcuno, alto non più di 1.50 m., dovesse fissarvi insistentemente il collo, non lo fa per derubarvi di qualcosa di prezioso: mira semplicemente al vostro porta accredito, quella fettuccina di finto raso, di varie lunghezze, colori e marche, che consente di avere l’accredito sempre a portata di mano, pronto per la lettura ottica che precede l’ingresso in sala. Si tratta dei bimbi indigeni: li collezionano, scambiano; addirittura per alcuni più rari, o i pezzi unici, pagherebbero e mirano a raccoglierne il più possibile in questi giorni, per poi bullarsi con gli amichetti della consistenza e varietà del proprio campionario. Si vocifera che le settimane precedenti il festival, i genitori li sottopongano a una specie di cura Ludovico Van, convincendoli a suon di foto, diapositive e filmati, con l’immancabile Nona in sottofondo, a dedicarsi a questo sport, così da toglierseli dai piedi per un po’ di ore al giorno. Peccato che la conseguenza di questa terapia sia il trovarseli sempre, ovunque, in agguato, appostati vicino alle sale, ma più spesso a zonzo fra gli stand di associazioni, reti tv ed altri festival muovendosi in bande (sì, perché tali sembrano) a qualsiasi ora del giorno e della notte… Vabbè che siamo in una località marittima e il coprifuoco si allenta, ma sti impiastri non dormono mai?! Viene spontaneo chiedersi come mai non collezionino figurine dei loro miti, sportivi o dello spettacolo, come facevamo noi, anche perché i porta-accredito non hanno alcun valore, se non quello di feticcio di un’esperienza: tant’è che io al mio non rinuncerei per nulla al mondo, non perché sia particolarmente bello, ma un gadget assolutamente rappresentativo di un momento in cui ho fatto parte di questo piccolo universo.

Ho dovuto persino allontanare due attempate signore che volevano impossessarsene per i rispettivi nipoti…
Un’attività da cultori, piuttosto interessante e proficua, consiste nel farsi un giretto, una o due volte al giorno, al casellario al piano più basso del Casinò, dove si trovano copie gratuite di alcune testate e dove vengono recapitate le comunicazioni stampa e altro materiale promozionale ai giornalisti, che muniti di codice accedono ciascuno alla propria casella. Poiché molto viene buttato in grandi cesti di vimini, bisogna pazientemente spulciare ed è facile trovare pressbook totalmente ignorati, ma di grande qualità, per foto e contenuti sull’opera, sul regista e sulla produzione, cd-rom con foto di scena, cartoline e poster di vari formati e, più raramente, cd audio con estratti delle colonne sonore.

Non ci resta che entrare in sala e goderci un buon film… Ma non prima di essere passati per il lettore ottico, implacabile registratore di presenze, per numero, sala, spettacolo, tipo di accredito. La mia amica, scherzando, raccontava che questa operazione sarebbe servita ad accumulare punti al Billa. La motivazione ufficiale invece, pare abbia a che vedere con la programmazione della prossima edizione, migliorabile anche in base ai risultati di tale monitoraggio. Possibile, vero. Certo è che, essere scanditi ogni giorno, come prodotti di grande distribuzione, non aiuta a pensare che la Mostra abbia nei suoi intenti migliorare la fruizione di un bene, piuttosto il controllare i risultati ottenuti al termine di una pianificazione aziendale.



Inviata inconscia anche a nome nostro, la prode Arianna ci invia questo “report” dal Festival del Cinema di Venezia. Le virgolette diventano d'obbligo, visto che piuttosto di dilungarsi su film e trame e gossip e vips e fish and chips, Arianna ha esternato traumi e dilemmi e curiosità di un'edizione che – lo avrete letto certamente – non ha risparmiato polemiche...

Enrico Rigolin

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