Il vero emo non è mai morto

I vicentini Amalia Bloom e i torinesi Meo hanno tirato fuori due dischi di emo - screamo pieni di freschezza, dinamismo e spirito antagonista. Ci parlano dei loro progetti e della salute della scena

I Meo in azione, foto di Claudio Messina
I Meo in azione, foto di Claudio Messina

La parola chiave è, per l'ennesima volta, punk. L'ambito di riferimento, stavolta, non è però né l'HC Old o New che sia, né l'outsiderismo weird, né qualche rituale avanguardista-rumorista, ma quelle due altrettanto generiche ed elusive definizioni in grado di fare sobbalzare sulla sedia pure il più navigato e smaliziato cronista musicale - qualora si trovasse a doverne parlare in pubblico.

Le parole incriminate - emo e screamo, le scrivo subito così passa la paura - sono state messe in mezzo tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta (con varie teorie su chi le abbia coniate, più o meno attorno al 1984 e al 1996) per poi essere rigettate a più riprese dalle stesse band per cui vennero create, Rites Of Spring o Pg. 99 che fossero: da allora, entrambe le sigle (e la prima  soprattutto) sono state attaccate a una quantità di artisti e relative musiche così nutrita e non sempre legate allo stesso retaggio socio-colturale e a volte nemmeno quello sommariamente “emotivo”, che a metterle in circolo si rischia sempre il caos.

 

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La padovana È Un Brutto Posto Per Vivere e la milanese Non Ti Seguo Records, oltre ad avere due dei nomi più belli per un etichetta indie, hanno avuto un ruolo cruciale nel radunare le anime più belle di un movimento che definire tale è un azzardo fino a un certo punto, e sono anche le prime che hanno creduto nei vicentini Amalia Bloom e nei torinesi Meo, pubblicandone in entrambi i casi il debutto.

Già, perché sull'albero del emotional hardcore (va' là, per intero) di frutti turgidi e zuccherini ne continuano a crescere, svincolati dalle stupide guerre tra critica e pubblico. Bacche dal sapore composito e armonioso. Gli Amalia Bloom van consumati al naturale oppure affogati in un liquore limpido e asciutto, capace di esaltarne la ferma schiettezza del gusto senza alterarne l'equilibrio dell'aroma composito. Si chiama invece Meo, come il verso di un gatto a cui hai palesemente rotto troppo il cazzo, invece, quel trinciato dal profumo pungente e dall'effetto esilarante che si ottiene dalle foglie essiccate e conciate della stessa pianta. Fiutare tutti e due significa all'improvviso accendere la voglia di muoversi, di urlare, di sfogarsi, di buttare fuori i sentimenti repressi verso la vita, amata e sofferta, uno sfogo da cui prendere lo slancio per reagire.

Ma al di là delle forzature imposte dalla metafora botanica, le due formazioni italiane delle quali ci proponiamo di tracciarne brevi profili, sembrano riversare nella loro musica quei caratteri di freschezza, dinamismo e spirito antagonista che contrassegnarono la migliore stagione di quelle due correnti punk, tanto che al loro riguardo il motto “not dead” suona più come manifestazione di vitalità e di attualità che non di pervicace ma disperata sopravvivenza.

Amalia Bloom, foto di Laura Priante
Amalia Bloom, foto di Laura Priante

Amalia Bloom nasce nel gennaio di quattro anni fa, nel 2018, in un mondo diverso - dicono i ragazzi di Vicenza - ma siamo amici da molto prima. Il primo vero passo importante è stato scrivere e pubblicare il nostro debutto Maiden Voyage (2019,  E' Un Brutto Posto Per Vivere). Picturesque (uscito a maggio) è il nostro nuovo disco e cerca di tramutare le nostre molte anime in un suono che ci rappresenti tutti”. E' un disco breve e a pensarci bene non così facilmente classificabile, frutto di una urgenza che in questi quattro anni non ha accennato un secondo ad affievolirsi.

In un breve periodo, infatti, gli Amalia hanno creato una discografia varia e composita che, oltre agli album detti, annovera il singolo At Eternity’s Gate del 2020 e l’Ep acustico Alive, A Ballet del 2021; come se sentissero la necessità di registrare tutto, ogni idea.“Scrivere è un modo per scoprirsi - mi dicono - e questo percorso come band ci sta portando a dare fiducia a molti lati di noi. L'obiettivo è creare sempre spazi nuovi in cui muoverci musicalmente e per ora nelle tre uscite che abbiamo pubblicato siamo riusciti a farlo. Cerchiamo di non imporci dei limiti ma ogni idea dobbiamo sentirla nostra fino in fondo. Ci piace pensare è che quando pubblichi un disco inizia immediatamente quel percorso di riflessione che porta pian piano a scrivere quello successivo: non sai cos'altro verrà, ma non vedi l'ora di scoprirlo”.

La stampa ha tirato per loro giù paragoni pesi con Touché Amoré e Birds In Row ma c'è chi trova tratti ancora più melodici vicini ai Joyce Manor. Ma, né gli uni ne gli altri, gli Amalia fanno chiarezza: “Abbiamo tanti ascolti e così diversi che è ostico per noi stessi fare un nome che rappresenti veramente tutti noi. Immagina agli altri. Scherzi a parte, alcuni darebbero una via preferenziale alle sonorità più dure o veloci, per altri alle melodie, fino a sonorità totalmente altre, come i Radiohead. In fondo non c'è un'unica verità. Tutto contribuisce alla scrittura e questo comporta che, quando ognuno prende il suo strumento, ci lasciamo sorprendere da noi stessi”. Non a caso “Picturesque è nato da uno scrivere di getto tutto quello che ci veniva e tirare fuori il meglio da ogni parte, sviluppando un concept a partire dal suono e dal mood delle canzoni”.

Meo, foto di Luca Secchi
Meo, foto di Luca Secchi

I Meo invece sono autori del velocissimo debutto, Testarossa (2022, Non Ti Seguo Records e altre 9 labels), e nascono a Torino, leggenda vuole da due ex-adolescenti fan dei Pantera. “Originariamente duo, formato da Alessandro e Marco. I primi brani composti sono nati esclusivamente dalla voglia di suonare insieme. Non c'è stata di base una configurazione precisa rispetto al genere musicale, abbiamo lasciato che creassero tra loro una propria coerenza. Successivamente Federico si è unito al basso nei primi concerti e per il disco. Edoardo ha fatto l'ingresso come batterista, ma ha contribuito anche per chitarra e voce”.

Cavalcare la storica scena-punk-torinese non deve essere semplicissimo e gli onestissimi Meo me lo confermano schiettamente: “Il peso della nostra città c'è ma è diverso da quello che uno si immagina. Soprattutto perché negli ultimi anni l'humus culturale della vecchia Torino sembra lentamente disgregandosi. Vediamo una tendenza alla formazione di nicchie vicendevolmente escludenti ed è un peccato per una città con un potenziale e una storia così importante. Il peso della nostra città è dunque sì notevole, è vero, ma siamo più grati alla rete oltre-regione che si è creata attorno a noi, fiduciosi di potere lasciare qualche graffio anche nella nostra Torino un po' addormentata”.

 

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Ragazzi svegli e autosufficienti, quindi, per i quali i riferimenti più immediati che vengono da fare sono i Raein e i Verme ma, da “boomer consapevole”, come direbbe Andrea Cantelli, mi rifiuto di credere che abbiano radici ferme a vent'anni fa. E infatti: “Siamo in gran parte legati all'immenso contributo italiano alla musica emo/screamo - mi dicono - ma ognuno di noi ha aggiunto una parte alla miscela che compone le canzoni. Per Marco direi i Converge, per Alessandro gli Have a Nice Life, per Federico i The Black Dahlia Murder, mentre con Edoardo si va da $uicideboy$  agli Arturo”.

Non è un caso del resto se i loro nomi ben rappresentino la musica. Amalia Bloom, più viscerali e strutturati, nasce da Amalia Popper e Molly Bloom. La prima è la traduttrice in italiano di Joyce e la seconda un personaggio dell'Ulisse. “James Joyce si è ispirato ad Amalia mentre creava Molly: ci piaceva fosse il nome di una donna e ci rappresenta molto”. Meo, diretti e sferzanti, oltre a essere un anagramma di emo, confessa l'esattezza della mia interpretazione felina: “è il suono onomatopeico di Meo, Miao o ニャンma può avere mille intonazioni diverse. Qualcosa simile a un urlo se lo si associa al suono di Testarossa”. 

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L'articolo Il vero emo non è mai morto di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2022-06-15 10:06:00

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