Perché i videoclip italiani fanno schifo?

Anna Tatangelo in una scena di Inafferrabile - Anna Tatangelo nel video InafferrabileAnna Tatangelo in una scena di "Inafferrabile" - Anna Tatangelo nel video "Inafferrabile"
20/01/2016 di Valentina Barzaghi

YouTube è nata ufficialmente nel 2005, MTV ormai più che video trasmette reality, ma sembra che qui non ce ne siamo ancora accorti. In anni in cui internazionalmente il videoclip è diventato -insieme al fashion film- lo strumento di sperimentazione video commissionata per eccellenza, in Italia siamo fermi a una logica anni '80 che vede ancora il video musicale come uno strumento iconico di promozione della star e del suo ultimo lavoro.
Tiziano Ferro, Laura Pausini, Gianna Nannini & friends sono i nostrani Madonna, Michael Jackson, George Michael: figure imprescindibili dalla scena narrata. I fan probabilmente (e forse anche giustamente) non capiranno il motivo di questo articolo. D’altronde, amando alla follia un personaggio, il loro primo desiderio è quello di vederlo sempre e ovunque. Questo pezzo però non è per loro. È per chi oggi i video musicali in Italia li dirige, li produce, li guarda. Se ogni storia può essere raccontata percorrendo diverse strade, per questa potevamo scegliere quella spietato-ironica della critica sul cosa faccia il videoclip italiano per non essere al passo coi tempi o quella più interessante del cosa non fa. Abbiamo scelto la seconda, sicuramente più costruttiva e diversificata, per capire quali tappe ci siamo persi e cosa il mancato riflesso giovanile della sperimentazione porti poi a carenze su livelli di produzione superiore, come il cinema. 

 

When I first got the opportunity to make videos, I thought it had to fit into this idea of what I thought a video was. Okay, we’ll have the band perform, and then cut in with other footage, and that’s what a video is, right? And so I did this videos that weren’t that good” dice Spike Jonze in apertura del libricino d’accompagnamento al DVD a lui dedicato della Directors Label. Ce ne sono diversi, ognuno intitolato a un grande regista degli anni '90, quelli che ancora citate quando vi chiedono di nominarne uno bravo a fare video: Michel Gondry, Chris Cunningham, Jonathan Glazer, Anton Corbijn e via dicendo. Cosa caratterizzava i loro lavori? Le idee e una forte autorialità.
Negli anni '90, anche grazie al sopravvento della musica elettronica e delle sue ghost star, i musicisti incominciarono a percepire il videoclip come un territorio di sperimentazioni, un non luogo in cui l’immagine non veniva più votata al solo personaggio, ma anche e soprattutto alla musica; non più un semplice strumento di vendita, ma intrattenimento che potenziava l’arte creando arte. Il videoclip con loro cambia volto: ormai, anche su MTV dove vengono trasmessi, i video riportano il nome della band, quello della canzone e quello del regista. Alcune collaborazioni si consolidano e diventano un atteso marchio di fabbrica (Gondry-Björk per citare la più famosa). Non è indispensabile che la star sia in scena. Non servono più budget consistenti per fare un video, quindi tutti ne possono avere uno. Nasce ufficialmente il regista di videoclip.

 

Ora facciamo un gioco. Chiudete gli occhi, non leggete oltre, contate fino a dieci e provate a citare almeno tre registi di videoclip che in Italia abbiano avuto un successo analogo. Ok, non vi vengono, andiamo avanti.

A cavallo tra gli anni '90 e gli 00, nomi come Francesco Fei, Cosimo Alemà, Alex Infascelli, Manetti Bros. provarono a distinguersi dando una sferzata giovane al classico "lei/lui non mi vuole, ma noi ci amiamo e io mi struggo cantando davanti alla camera in un ambiente a caso". Cercarono d’evolvere il contenuto su un altro piano estetico, registico, adattando l’immagine al nuovo supporto e alle ininterrotte rotazioni del canale. A quel tempo, in cui tutto stava cambiando, in cui noi nerd del video ci stavamo ancora adattando al nuovo habitat, non ci accorgevamo però che stavamo già tralasciando l’insegnamento di Spike Jonze: ok l’immagine, ma dov’erano l’idea e l’autorialità che tanto ci gasavano quando vedevamo i video degli artisti anglofoni?

Il focus di questi video rimaneva la performance che veniva imbellettata con tecniche di regia e scenografia. Video come "Regina di Cuori" dei Litfiba, "In Ogni Atomo" dei Negrita, "Labyrinth" di Elisa, "Vento d’Estate" di Max Gazzè e Nicolò Fabi, "Solo una volta" di Britti, rimangono indelebili nelle nostre menti di giovani fruitori di videoclip in tv perché l’immagine era diversa, ma l’idea si limitava al dove piazzare l’artista in base al testo della canzone (o spesso neanche quello). L’autorialità non parliamone: se sapreste riconoscere un video di Gondry tra mille altri per il suo approccio creativo, qui vi consiglio di non scommettere nemmeno un euro in un garino a tema. D’altronde se riesci a lavorare contemporaneamente con Frankie hi-nrg MC e i Pooh, qualcosa di storto ci deve pur essere.

La critica in tutto questo dov’era? Non esisteva, ma questa volta non solo in Italia. Egoriferita per antonomasia, era troppo occupata a impreziosire di parole dotte i propri pezzi pieni di riferimenti al passato, per accorgersi che aveva il futuro sotto gli occhi. Decretando il videoclip come forma filmica minore, si lavava la coscienza, per poi arrivare anni dopo a definire Michel Gondry e Spike Jonze delle ‘nuove’ promesse cinematografiche. Se così fu in ambito internazionale, figuriamoci in Italia, dove tutt’oggi non ci stiamo occupando dell’argomento e di come ancora non stiamo capendo quanto sia importante. Quei registi italiani di videoclip, infatti, furono gli stessi che provarono ad arrivare al cinema anni dopo con qualcosa di respiro più internazionale. Come? Senza essersi espressi probabilmente come avrebbero voluto quando potevano sperimentare, senza essersi costruiti un vero nome rivendibile grazie alla propria arte in budget, in contenuti e in distribuzione, senza aver abituato davvero il pubblico a un linguaggio diverso. "Zora la Vampira" (2000, Manetti Bros.), "Il Siero delle Vanità" (2004, Infascelli), "War Games: At the End of the Day" (2010, Alemà) sono alcuni dei loro titoli. Hanno permesso loro di fare il grande salto?

Al cinema no. Nel videoclip, ovvio che sì. Mentre internazionalmente ci si preparava a una rivoluzione in campo visivo, qui ci iniziavamo ad aggrappare a un passato che era già passato prima di essere passato, ma che è ancora presente. Gli anni Zero, d’altronde sono quelli di YouTube, quelli del potere assoluto dell’utente e dei suoi click, quelli in cui la promozione passa attraverso la viralità. Solo su questo potremmo scriverne un’enciclopedia. Sta di fatto che l’idea, in tal senso, diviene ancora più importante (maledetti OkGo) e il marchio di fabbrica del regista è un motivo in più per cliccare su una nuova uscita. Nomi come CANADA, Romain Gavras, Megaforce, We Are From L.A., Martin De Thurah, solo per citarne alcuni, crescono velocemente. Quello che propongono è uno step ulteriore nella sperimentazione: in corrispondenza e risposta ad un abbassamento dei budget forniti dal mercato musicale, ad una maggiore disponibilità di mezzi tecnologici e a una strada già aperta, iniziano a lavorare con musicisti della scena non mainstream con cui condividono una filosofia artistica, per poi arrivare alle pop stars senza fraintendimenti e facendosi dare carta bianca. L’importante è potenziarsi attraverso il linguaggio (la famosa autorialità), soprattutto se non passa inosservato. Collettivi come quello degli spagnoli CANADA arrivano non solo a produrre i propri lavori, ma a porre il marchio PRODUCIDO POR CANADA su quelli di artisti che loro ritengono affini.
I musicisti ci provano gusto e alzano il tiro con progetti che vanno dall’interattivo Neon Bible di Chris Morisset per Arcade Fire a Happy di Pharrell.

Le parole d’ordine diventano coraggio e provocazione: il video deve accompagnare la musica traducendola in emozioni visive o intrattenendo. Non basta raccontare una storia: si deve trovare il modo che colpisce di più per farlo. A qualsiasi costo. D’altronde se il meccanismo di fruizione del contenuto non è più verticale - sono davanti alla tv e guardo quello che altri decidono di farmi guardare e quindi posso imbattermi involontariamente in qualcosa che mi piacerà - ma orizzontale - sono io che cerco un contenuto o ci vado perché qualcuno di cui mi fido, come un magazine, me lo propone, ma posso interrompere la visualizzazione quando voglio - o affondo o vengo affondato. Il video diventa la forma d’espressione visiva su cui sfidarsi a colpi di creatività, nonché uno strumento con cui arrivare a un musicista non solo per la sua musica.

 

In Italia nel frattempo è tutto dove lo avevamo lasciato. Anzi no.
MTV ormai ha educato il pubblico a un certo linguaggio musicale-video di genere - lo show della pop star iconica, la ricchezza guadagnata del rapper che arriva dalla strada e fa brutto, la performance dei musicisti rock, i giovani ‘poveri, ma belli’ dell’indie, i trip dell’elettronica… - e noi, non avendo acquisito un’autorialità nostra, non possiamo che subirne gli strascichi. Guardiamo e traduciamo per sommi capi. Impariamo a fare il verso a qualcosa che non ci appartiene. Continuiamo a fare i compiti senza fare la differenza. Non capiamo che il ritmo della messa in scena con YouTube è cambiato.

La performance rimane ancora il centro insostituibile della narrazione, e non è che non vada bene, ma anche lì ci sono modi e modi di metterne in scena una, soprattutto per gli artisti che hanno ancora budget da investire. Continuiamo a realizzare video in cui seguiamo alla lettera quello che il buon vecchio Spike ci diceva di non fare già più di vent’anni fa: pensare che un video sia una performance inframmezzata di immagini. Siamo antichi.

Non usiamo la fantasia. Non proviamo a pensare fuori dagli schemi. Non solo nella messa in scena, ma anche nella narrativa. Raccontiamo sempre le stesse storie. Lo facciamo senza estro.
Il video di Marracash, "In Radio", è potenzialmente un buon lavoro, ma avere lui in scena era indispensabile? No, interrompe la narrazione con la giacca d’oro e le Puma. Voglio vedere la storia del ragazzino, me ne sbatto se didascalicamente l’artista vuole fare riferimento alla sua infanzia difficile infilandocisi. Spike Jonze non ha mai pensato nemmeno mezzo secondo di inserire gli Arcade Fire in The Suburbs.

Cosa che invece poteva evitare di fare Cremonini con il suo ultimo "Lost In The Weekend", in cui cerca di fare l’originale togliendosi dal video, ma poi raccontando una storia così letterale sul titolo e prevedibile, che ti cadono le mutande al secondo due e interrompi la visione. Nota bene: per sottolineare quanto è stato avanti è dovuto andare a Los Angeles - quindi c’era budget utilizzabile - per fare un video che poteva girare anche nelle campagne pavesi.

In materia di occasioni mancate per un soffio non possiamo non citare "Sabato" di Lorenzo Jovanotti Cherubini. Visivamente ben realizzato, prova ad avere sia una performance non piatta sia una trama. Quest’ultima però è telefonata da subito: si vede che è una ragazza, quindi perché puntare sull’effetto sorpresa alla fine? In "Smack My Bitch Up" ci sorprendevamo, qui no.

 

Potremmo andare avanti per ore e non stiamo nemmeno parlando di operazioni da dimenticare: come detto all’inizio, questo non era il nostro obiettivo. Dei video che ho appena citato solo uno, "Sabato", è di nuove firme del panorama video (Usbergo, Celaia, Salmo), gli altri sono di Cosimo Alemà ("In Radio") e di un altro veterano come Gaetano Morbioli (attivo dal 2003, ha tradotto in immagini dai Pooh a Gigi d’Alessio, passando per Emma, Mengoni, Pausini ecc.). Generalmente, la sperimentazione dovrebbe essere affidata a quegli esordienti che, come dicevamo all’inizio, potrebbero diventare le future firme del nostro cinema. Nel panorama italiano non mancano bravi registi, che sia chiaro, ma così facendo rischiano di essere solo dei tecnici capaci, che operano su un prodotto artistico con un approccio troppo didascalico. Non stiamo ancora dando al videoclip nessuna dignità propria.

Creare un'immagine fine a sé stessa, senza idea, senza capire che il canale di trasmissione è cambiato e quindi bisogna evolvere il modo in cui si racconta, è inutile, soprattutto nell’era del low budget e del contenuto virale.
Possiamo dunque smettere di produrre video? Assolutamente no. Siamo nel preciso momento storico in cui la musica è imprescindibile da YouTube come strumento di condivisione e diffusione del contenuto. La musica non può fare a meno del video, proprio come il video può migliorarsi ed evolversi anche grazie alla musica. È un circolo vizioso. E noi, a tutto questo, non stiamo partecipando.

Internet è una landa che accoglie infinite sperimentazioni, soprattutto visive, e le nuove tecnologie ci consentono un approccio rapido, economico, capillare. La musica dovrebbe essere - come lo è altrove - un ‘lascia passare’ verso la creatività, visto che è la prima ad averne bisogno. Perché non ci stiamo provando?
Oggi non esiste più un soggetto, come un’emittente, che sceglie cosa farti guardare e cosa no: tutto è alla portata di tutti e tutti abbiamo assorbito i linguaggi della contemporaneità. Trattare un videoclip come si tratta una pubblicità (e anche lì potremmo aprire un vaso di pandora), in cui la merce in vendita però è un artista, non ne fa più parte da anni. Perché stiamo perseverando?

 

Tag: opinioni video

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