Una vita in disarmonia, con vista lago: Massimo Pericolo è "Il signore del bosco"

Il rapper di Brebbia racconta in un libro la sua storia di ragazzo nato da una bugia e condannato alla vita, che riesce a trovare un riscatto non previsto. Tra riflessioni esistenziali sulla provincia, il successo e gli errori, ecco un'autobiografia sbagliata e vera: per una volta utilissima

Massimo Pericolo, foto stampa
Massimo Pericolo, foto stampa

Il 2 aprile 2019 Varese News pubblica un articolo con tre tag: “rap”, “massimo pericolo”, “Brebbia”. Si racconta del ventisettenne Alessandro Vanetti e del suo riscatto con la musica, a cinque anni dall’arresto per spaccio. Il disco d’esordio si intitola Scialla Semper, come l’operazione di polizia che lo ha coinvolto, chiude il cerchio il giornale. Sebbene l’esperienza della carcerazione e della devianza sia centrale nel suo personaggio, il successo trasversale e fragoroso di Massimo Pericolo da Brebbia non è decifrabile all’interno dello schema classico del giovane criminale e della successiva rivincita artistica. Neppure gli altri elementi biografici di Vane sono unici o nuovi: il divorzio dei genitori, vari trasferimenti e tensioni familiari, l’abbandono scolastico, la precarietà lavorativa e abitativa, sentimentale e psicologica.

Massimo Pericolo col suo libro
Massimo Pericolo col suo libro

A settembre 2021, parte dei trapper/rapper che dominano le classifiche ha un passato di piccola criminalità e/o un’esperienza carceraria o di comunità alle spalle, è orfano o quantomeno ha avuto un’infanzia disagiata. La restante parte se lo inventa, e gioca all’hip-hop con diversi gradi di credibilità. Se quindi l’empatia degli ascoltatori (quasi tutti parte delle giovani generazioni, più povere dei propri padri divorziati) è tutt’altro che una risorsa scarsa, i motivi per cui Massimo Pericolo è il rapper preferito dei rapper, degli intellettuali e dei criminali, “il meglio del momento” da due anni devono essere altri. I motivi corrispondono ai livelli di lettura de Il signore del bosco (Rizzoli, 2021), il libro fotografico (ci torneremo alla fine) in cui Vane si racconta, a cinque mesi dall’uscita del difficile secondo album, quel Solo Tutto in cui i fantasmi del passato si mescolano al successo ottenuto.

Un primo livello di lettura del libro si imposta sull’unicità dell’uomo Massimo Pericolo e si presta a una lettura vorace e compulsiva, che vale quanto mettersi davanti a una serie ben scritta con uno schermo decente e molto stress da scaricare. Le stigmate dell’artista sono tutte presenti e sono tutte tragicamente reali. In cerca di catarsi il lettore può sprofondare in poche righe nel destino segnato di un ragazzo che è nato da una bugia ed è condannato alla vita e che, inaspettatamente, risale la china a 25 anni. Fino a cosa? Qui sta, veramente, lo scarto che rende interessante e leggibile la vita di Massimo Pericolo. Il successo c’è, ma non basta. In primo luogo, non è successo ma il raggiungimento di una tranquillità economica e, di conseguenza, esistenziale minima. In secondo luogo, se una grande parte dell’attrattiva dei ragazzi della strada che ce la fanno si dissolve poi nella celebrazione fatua che scende a patti col mondo (e le leggi, e lo stato), nel personaggio Massimo Pericolo non c’è alcun accomodamento o ricomposizione possibile.

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La nascita come errore, la depressione come costante esistenziale e la percezione della vita come fuga dal dolore non vengono scalfiti dal successo. Proprio per questa disperazione è possibile empatizzare con il libro, anche se le vicende vengo raccontate ex post e quindi col senno di chi ce l’ha fatta. Come tornando nel nostro paese o quartiere d’infanzia (ci torniamo subito) ci venisse raccontato rapsodicamente di quel nostro coetaneo che insegnava kung fu a tuo cugino, sai, aveva la mamma tutta matta e il padre non c’era, era sempre in giro perché non aveva una stanza e poi è finito in galera perché smazzava. Per il tempo della lettura riusciamo quindi a mettere da parte il pensiero che Alessandro Vanetti non è quel nostro coetaneo e che se lo fosse non scriverebbe un diario per Rizzoli. Già questo basterebbe.

Il secondo livello di lettura, nascosto in piena vista, è la vera anima di Massimo Pericolo. Non il cosa o il chi, ma il dove. Per spiegarlo a chi non avesse ascoltato mai un suo pezzo, il dove di Massimo Pericolo è una provincia: un insieme di piccoli paesi (Brebbia, Laveno, Angera, Gavirate) non troppo distanti da una città (Varese), non troppo impoverita (è la Lombardia in cui se si vuole si può ancora finire in fabbrica e non morire di fame), malamente costruita ma ancora selvaggia (boschi, laghi e montagne all’orizzonte).

Massimo Pericolo
Massimo Pericolo

La singolarità sta nel fatto che questa ambientazione appare raramente nei racconti sull’Italia ma è al contempo l’Italia per eccellenza (la maggioranza degli italiani vive nei comuni medio-piccoli e ha uno stile di vita provinciale). Per farla facile, è quell’Italia in cui i ricchi e i poveri sono due classi ben definite ma si incrociano per tutta la vita, prima a scuola e poi in discoteca, in cui le generazioni si conoscono e se combini qualcosa citofonano ai tuoi nonni, in cui è possibile sviluppare interessi culturali forti ma non è possibile appartenere ad una sola nicchia per mancanza di massa critica, in cui i valori dell’Italia contadina (la famiglia, i soldi, l’onore) sono stati nascosti nel bosco (e protetti dal dio Totoro). Prima o poi li sgamano e tornano come fantasmi a condizionarti la vita e la testa. La cifra poetica che ne esce è un misto di analisi sociale e patologica per raccontare, alla fine, una sola cosa:

Volevo che fosse chiaro che io non canto la città di provincia, sempre un passo indietro rispetto alla grande città, ma una realtà di provincia diversa e sconosciuta, quella dei paesini, di comunità in un contesto geografico in cui uomo e natura sono ben presenti l’uno all’altra, ma all’interno del quale si inseriscono elementi incongrui, provenienti da altri piani di realtà: una sorta di urbanità artefatta che stride con il paesaggio e lo deturpa. L’effetto è la disarmonia.

Ed è questa l’essenza della mia musica: io percepisco e canto tutto quanto è disarmonico.

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In questo Polo Nord Massimo Pericolo è il signore del bosco, un signore potente e debolissimo, un bifolco maestro shaolin che si allena “tra platani e cristiani”. Gli alberi sono “la foresta degli affetti in cui tu sei il centro”, la madre, la ragazza, gli amici. Eccolo in posa di fronte a noi. Sfogliando i ritratti di Massimo Pericolo che puntellano il libro viene da pensare a quello che Alfred Döblin diceva delle fotografie di August Sander – un tentativo di rappresentare le persone per il loro mestiere o la loro classe sociale – sulla forza del livellamento. La cancellazione delle diversità private e personali sotto l'impronta formativa di una forza più potente, o meglio di due forze, quella della morte e quella della società umana.

 

* L'autore è dottorando in sociologia all’Università di Trento, curatore della rivista di letteratura Manaròt e redattore della rivista di reportage narrativo CTRL.

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L'articolo Una vita in disarmonia, con vista lago: Massimo Pericolo è "Il signore del bosco" di Davide Gritti è apparso su Rockit.it il 2021-09-03 10:31:00

COMMENTI (1)

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  • EleuteriovonNestor 23 g Rispondi

    Molto bello! "Per farla facile, è quell’Italia in cui i ricchi e i poveri sono due classi ben definite ma si incrociano per tutta la vita, prima a scuola e poi in discoteca, in cui le generazioni si conoscono e se combini qualcosa citofonano ai tuoi nonni, in cui è possibile sviluppare interessi culturali forti ma non è possibile appartenere ad una sola nicchia per mancanza di massa critica, in cui i valori dell’Italia contadina (la famiglia, i soldi, l’onore) sono stati nascosti nel bosco (e protetti dal dio Totoro). Prima o poi li sgamano e tornano come fantasmi a condizionarti la vita e la testa"