Welcome Back Sailors - Il volo delle rondini Live report, 26/10/2012

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14/11/2012 di

Continuano i live di Always Never Again a Cosenza, è il turno dei Welcome Back Sailors. Le rondini nel cielo, la psichedelia e i bassi vellutati. Marcello Farno racconta.

Suonano con delle rondini di carta che gli volano sulla testa. È un’immagine molto bella, soprattutto per un gruppo come il loro. Se poi ci abbini quei visual che da dietro illuminano a verde la sala, le foglie che sono il manto che calpestano, un paio di cigni tirati su con gli origami, il gioco è fatto. Con dei suoni come quelli chillwave, glo-fi, il problema più grande rimane sempre quello di attaccarci su qualcosa. Quindi, finire dentro una cornice come quella di stasera è già un punto in più. Sono messi uno fronte all’altro, con un parterre di synth, campionatori, pad e Kaossilator che luccicano gli occhi solo a guardarli.
Loro, sono abbastanza stanchi, si sono dovuti beccare un viaggio di 700 e più km, ma rimangono comunque il ritratto della serenità e di certo amore, messo dentro ciò-che-stai-facendo-ora, che solo certe band riescono a trasmettere. Te ne rendi conto solo più tardi, a concerto quasi terminato, però c’è un attimo che guardo Alessio, mentre imbraccia la chitarra (che intona una di quelle pose che lo fanno somigliare a certi modelli da rivista muscolare) e sembra stia lì a suonare con il trasporto e l’epica dentro le vene, prima di bruciare, una volta per tutte, come una fenice.

Il live è una tirata, una presa di fiato che lasci scorrere e poi lentamente defluire, come ti insegnano da piccolo nelle ore di ginnastica. La parte iniziale è la più concentrata, alternano le pause soffuse, le carezze eteree, a questi schiaffoni in preda a dei bassi di velluto, con la voce in mezzo. Attorno, in perenne evolvere tutto l’altro cosmo digitale (i mille delay, l’arpeggiatore che sonda certe profondita acquatiche, che va bene, sarà pure l’assonanza marina, ma fanno tanto Washed Out). Cerco di inquadrare tutto, i campioni, le linee di synth, i bassi, ancora, la voce che su alcuni pezzi sfuma come se fossimo dentro i contorni di una Lomokino. Tanti colori, tantissimi, dove dentro finisce che ci senti tutte le waves degli ultimi 10 anni, le melodie killer dell'80s pop, la blackness dell'electro-soul, e l'italo-disco, quella benedetta italo-disco, che quando riusciremo a capirne l'importanza sarà sempre troppo tardi.

Intorno, la gente chiude gli occhi, è rapita, e in giro non ci sono droghe pesanti. Quindi, quando il trip prende questa via, le cose sono sempre due: o la band che hai davanti ti sta regalando tutto quello di cui avresti bisogno, tra le mille ansie del giorno, questo maledetto fumo che continua a dilatarti la pupilla, e tu, come feto che nuota nel più dolce dei liquidi amniotici, non hai bisogno di nessun'altra cosa al mondo; o, più semplicemente, ti ritrovi in mezzo all'atmosfera giusta, con le luci che biascicano le intermittenze che avresti sempre voluto, e, in mezzo a questo giardino adamitico piazzato in uno dei tanti (ma mai abbastanza) live club di provincia che popolano il nostro paese, hai una band con un suono che funzionerebbe, e lascerebbe cuori in fiamme sul pavimento, a Cosenza come a Brooklyn (dalle quale proprio i Welcome Back Sailors hanno ricevuto i primi feedback), con i niggas e gli hipster e qualsiasi altro scenesters di questo globo zero reticoli. Merito a te, a noi, a loro. Che nel mentre fuori tardano ad esplodere i primi scampoli d'autunno, hanno il coraggio di viversela bene, suonando bene, al pari di certo hype-pop Purity Ring e compagnia.

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