Un week-end postmoderno - Tenax - Firenze Live report, 24/02/2002

27/02/2002 di Cris-Naro



“The final cut” titolo azzeccato? Forse no visto quello che c'era in ballo.

‘Il taglio finale’ corrisponde al ventennale della discoteca Tenax di Firenze che per la ricorrenza ha rispolverato le più valide e convincenti vestigia tuttora disponibili. Pare strano, ma negli anni '80 l'avanguardia era di casa tra queste mura: l'immensa fucina di idee e materiale sfornato, trovava la sua forgia ideale in questa parte di mondo. La discoteca, quell'antico luogo d'aggregazione in cui si poteva fruire di danza e musica, si univa in modo assoluto a molteplici e ‘nuove’ espressioni artistiche: techno-poesia, mostre di pittura, installazioni artistiche in bilico tra moda, balletto e mimica, sfilate trans-gender e, soprattutto, una scena musicale vivace, innovativa e coraggiosa.

Ed è appunto la serata del 24 Febbraio, ultimo tra gli eventi organizzati per la ricorrenza, che ha lasciato lo spazio alle band. Aprono la serata gli Alcool, cui spetta il compito di scaldare un pubblico che già fin dall'inizio si dimostra attento ed intelligente. Si, perché per assorbire le techno-poesia di Adami (con tanto di giacca/carta da parati, tipica del tempo), occorre essere dotati di ironia e di acume non comuni. Lui stesso intrattiene la platea durante i tempi tecnici tra un gruppo e l'altro ed introduce i Soul Hunter di Nicola Vannini, ex storico dei Diaframma e pietra miliare della Contempo records. E’ fin dall'inizio un suono sanguigno, le atmosfere cominciano ad incupirisi e tra la folla, che ha già riempito buona parte del locale, iniziano i primi pogo-tumulti.

Il repertorio della serata prevede, per gli artisti che si alterneranno, solo 4 brani cadauno; ed è già il turno di Ivan Cattaneo: alzi la mano chi non l'ha mai sentito nominare nemmeno una volta! Questo artista è l'icona perfetta del trasformismo, di una corrente estetica del periodo; precursore dei vari Steve Strange (Visage), Gavin Friday (Virgin Prunes) e Pelù pre-85, riesce a conquistare il pubblico con pezzi di Rita Pavone ed Equipe '84: incredibile, vero? A fine esibizione di questo perenne 18enne, il Tenax è pieno e gli animi sono surriscaldati all'attesa di un duo storico dello stivale: i Krisma. Lui, Maurizio Arceri, è l'istrione che negli anni ‘60 portò al successo una tenerissima canzone/tormentone dal titolo "5 minuti", ma è anche lo stesso che insieme alla moglie Kristina Moser performava "Lola", bucandosi una guancia con uno spillo da balia, o "Many kisses", automutilandosi (taglio della falange di un dito) in diretta. Adesso suonano la techno col Rebirth ed aiutano i Subsonica ad entrare in testa alle charts; così, mentre lei arringa la folla a suon di vocalizzi e provocazione, lui lancia campioni e basi col suo Mac in un'esibizione che la dice lunga sul coraggio di rimettersi in gioco a 50 anni!

Ma il concerto continua, basta il tempo di due techno-poesie di Adami ed il palco è pronto per Garbo. Accompagnato dai Sirenetta H (gruppo tanto valido, quanto assurdo è il nome…) e dal tastierista dei Soerba, quest’artista impartisce lezioni di new-wave. Il suono si raffina e le atmosfere elettroniche saturano l'aria del locale: "A Berlino… va bene" apre un'esibizione sobria, seria, professionale e soprattutto coinvolgente. La voce suadente, rende tributo al Bowie migliore ma subito fugge tra accenni di Human League e John Foxx dei tempi migliori. "Quanti anni hai", in una versione ballata/strappalacrime, fa addirittura dimenticare il prezioso supporto (nell'originale di 20 anni fa) di Antonella Ruggiero.

In un fragoroso applauso, Garbo lascia spazio ai Neon e l'atmosfera cambia di nuovo colore. Il duo voce/drumming chiarisce subito le idee: una sapiente mistura tra dance tipo primissimi Depeche Mode ed arrangiamenti degni dei più grandi Sisters/Mission/Fields of the Nephilim. La presenza del cantante è molto forte: a volte sembra un animale in gabbia, altre un profeta pre-apocalittico. Il pubblico fiorentino ne riconosce il trasporto e la potenza e, tra le ritmiche poderose dell'eccelso batterista, canta a squarciagola consacrando questa esibizione come la più dark della serata.

Pare doveroso, adesso, un pensiero a tutto ciò che solletica i timpani in questo concerto: l'emozione adrenalinica, tangibile, contagiante, che si respira al Tenax, la dice lunga sull'unico decennio che, come disse un buon Brizzi, è durato per 17 anni. Il riassunto di questo evento ne è la prova assoluta: artisti dignitosi e professionali, contenuti densi in modalità coraggiose, voglia di confronto a qualsiasi prezzo ed una curiosa vivacità (o vivacità curiosa?) che esce da tutti i pori.

"The final cut", naturalmente, finisce col botto: i Diaframma, non quelli di oggi evoluti, quelli intimisto/scanzonati del poeta-chitarrista Fiumani, non quelli di "Diamante grezzo" o "L'amore segue i passi d'un cane vagabondo"; i Diaframma di allora, con la voce di Miro Sassolini. Naturalmente la tensione è palpabile e la si avverte fin da subito: il cantante storico della formazione appare come un spettro, si avvicina al palco e non fa nulla per trattenere il disagio che sputerà sulla platea. E’ il passato che ritorna a fare i conti col presente, è la vergogna malcelata di scelte sbagliate, è l'imbarazzo che è entrato... senza avere l'invito.

Naturalmente, in altri contesti, l'arrivo del “Vecchio compagno di viaggio” avrebbe avuto il sapore dell'ennesimo trionfo commerciale - tipo Peter Gabriel che si bacia con Collins e cantano insieme “Follow you, follow me”, oppure Roger Waters che torna da David Gilmour all'insegna di “Wish you where here” - ma qui siamo “Altrove”, l'england by the pounds è distante millenni. Qua c'è un pezzo di storia massiccia e contrastata: chi lascia e chi tira avanti, chi si evolve e chi si oblia: paradossalmente in questo palco può succedere di tutto e solo chi conosce Federico Fiumani o la parabola del ‘figliuol prodigo’può capire a cosa alludo.

Comunque l'evento ha inizio e Sassolini, secco e sparuto, si getta nella fossa dei leoni. Grida, aizza il pubblico e lo fa cantare, Fiumani lo guarda e lo lascia giocare col suo giocattolo. Arriva “Elena” e la folla si trasforma in un magma pogante: prima che inizi "Siberia" il leader-chitarrista ha il tempo per una breve dedica e l'apoteosi ha inizio. Due delle più forti personalità della musica italiana di fine millennio sono sullo stesso palco e, miracolo, riescono a convivere. Miro si agita troppo e colpisce Federico: l'insano-chitarrista porge l'altra guancia, bestemmiando tra sè e sè. L'energia tracima dal palco e diviene flusso inarrestabile, sarebbe bello ci fosse un cantante Peloso dello stesso periodo a vedere come si tiene un palco!

Adesso il cantante giovane è solo con la tuta di jeans e flirta col palco (letteralmente, in senso fisico) mentre l'attempato-chitarrista, con un improbabile maglione lo aiuta ad urlare il testo delle canzoni; il recuperato vocalist, gonfio di occhiaie, porge il microfono al pubblico in delirio e il padrone-chitarrista sogghigna, quasi, benevolo.

Adesso c'è "Caldo" ed il patriarca-chiatarrista, amico ritrovato, aiuta il più debole (?) nel canto e nel saluto.

A questo punto mi piacerebbe chiosare il pezzo con considerazioni elitarie su questa musica e sulla sensibilità che la stessa esige dai timpani di tutti, ma credo che queste ultime 15 righe di cronaca abbiano fatto più di quanto possa un pensierino finale.



Pagine: Diaframma Soerba Krisma Sirenetta H Garbo

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