Mariposa - Wolf Pub - Bologna Live report, 01/12/2003

12/01/2004 di



Ed è così che raccontare un concerto speciale - come quello del ‘Wolf pub’, riducendone sulla carta i connotati - può diventare impresa disperata per chi, generalmente, maneggia i dischi con presuntuosa disinvoltura, ascoltandoli quanto basta per conoscerli bene. Come posso io, tapino, rendervi partecipi della valanga che ha travolto i ‘tavolini con birra annacquata’ la sera del primo dicembre anno domini 2003, in via Massarenti a Bologna? Come posso dipingervi i tic, l’istrionismo e la quantità di strumenti suonata dal mio nuovo idolo personale Enrico Gabrielli? E quando Alessandro Fiori è impazzito, saltando sui tavoli ubriaco e forsennato? E in quale segreta maniera posso rendere a lor signori il calore e l’euforia generata da questa incredibile performance sonora?

Ascoltatevi pure le opere discografiche dei Mariposa, da avere assolutamente, ma obbligatevi a ‘visitarli’ dal vivo, almeno una volta, ve ne prego! Vi trovereste a tu per tu con la Musica, e riuscireste a vedere le note, a sentire i colori, a dubitare perfino di essere desti, altro che storie: qui il vino rosso canta la realtà e la rende più intrigante, saporita, stuzzichevole, e vi fa capire il perché uno, in mezzo ai propri quotidiani problemi, dovrebbe spendere un po’ di tempo giusto giusto per ascoltare.
Avete notato quanti corsivi? Vi voglio rendere partecipi della genesi di questa strana recensione, chè mi sta costando fatica e vorrei che voi foste nei miei panni mentre, senza volerlo, mi trovo costretto a esagerare continuamente. Il fatto è che, sul serio, non posso fare altrimenti e sono convinto che, visti gli sguardi e gli occhi brillanti che popolavano il bel pub (è interessante guardare le facce altrui mentre qualcuno suona, avete mai notato?), la mia si avvicini all’impressione generale suscitata quella sera da quel magnifico sestetto di musicanti.

Avessero un solo lato negativo, si potesse almeno dire che se la tirano, che sono stronzi, che “i suoni non eran tanto belli”… no, neppure quello ci è concesso perché la simpatia di questi figuri è travolgente - sopra e sotto il palco - perché è chiaro che suonerebbero in qualsiasi condizione pur di poterlo fare liberamente, perché si divertono e partecipano col cuore a ciò che cantano, ti fanno sentire uno di loro, ti fanno prima spaventare e poi morir dal ridere, ti fanno anche sentire un po’ orgoglioso, perché, in fin dei conti, sono un gioiello tutto italiano, e, nonostante l’eccezione che rappresentano, mai e poi mai accennano atteggiamenti di superiorità, privilegiando costantemente l’aspetto euforico del loro essere musicisti.

E alla fine quando ci si trova con le “stringhe della vita” allentate, inzuppate e penzolanti, ci si rende conto, senza rimorsi, che i piedi sono più liberi di respirare.



Dura la vita dell’aspirante critico quando deve fare i conti con realtà come quella dei Mariposa. Maggiormente quando questa realtà si fa reale e concreta nella dimensione che più le si addice.

Si perché se “Portobello illusioni” e “Domino Dorelli” suonano sorprendenti, costellati di intuizioni geniali e di testi meravigliosi, non si può fare a meno di notare come siano, in realtà, due dorate prigioni per l’incredibile vitalità che la band è in grado di sprigionare quando l’esecuzione dei pezzi è unica e sempre diversa, condizionata dalle circostanze e dal tasso alcolico.

Il disco, in fondo, non è che una medaglia dalle due facce complementari: può, da una parte, suonare magnificamente, celando in realtà lacune che si mostrano impietose; ma non appena l’artista sale sul palco, può, d’altra parte, rendere poca giustizia a quello che sul palco accade realmente.

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