Wrongonyou: Musica botanica Live report, 21/05/2016

WrongonyouWrongonyou
23/05/2016 di

La prima volta che ho visto Wrongonyou dal vivo è stata in un lungo festival estivo, dove per diverse volte la proposta musicale era stata sostanzialmente snobbata da un pubblico poco recettivo, mentre la sera della sua esibizione si era creata una strana elettricità nell'aria. Erano tutti incantati da questo ragazzone barbuto, un po' orso come quello che porta tatuato su un braccio, che suonava canzoni fatate con la grazia di un uccellino e una voce espressiva fino alla commozione. È una sensazione strana da spiegare a parole, ma allora ebbi la precisa percezione di trovarmi davanti a qualcosa di davvero speciale. Questo aspetto un po' burbero e boscaiolo, unito alla intangibilità della sua musica, potrebbero restituire un ritratto di Marco Zitelli come una persona riservata e malinconica, ed era questo che mi aspettavo da lui e dalla nostra giornata insieme a Bruxelles, dove si è esibito per il festival Les Nuits 2016.

Quando arriviamo a Bruxelles c'è il sole, e la location è davvero splendida. Davanti a un labirinto di siepi, si erge il Botanique, le ex serre reali diventate sale da concerti dopo lo spostamento del giardino fuori città. Wrongonyou con i Joycut e gli Italian Boyfriend suoneranno nella sala Rotonde, un teatrino dalla volta altissima da cui pende minaccioso lo scheletro di un lucertolone. Marco nel pomeriggio ha comprato un nuovo delay in un negozio di strumenti locale, e lo prova subito. Tra il sound check e l'inizio dell'esibizione ci facciamo una chiacchierata, durante la quale scopro che non è affatto riservato come me lo immaginavo, anzi, è un ragazzo molto simpatico, con un forte accento romanesco, che ride e fa ridere spesso.



(La sala Rotonde del Botanique di Bruxelles)

Di lui ho letto sulla sua biografia che ha iniziato a scrivere canzoni nel 2013, dopo aver ascoltato Bon Iver. “Bon Iver l'ho scoperto dopo aver cominciato a scrivere, dal secondo disco inoltrato, prima stavo molto più in fissa con Frusciante da solista, Elliott Smith, il folk americano, ma ancora lontano da quell'idea di folk più minimale. Poi ho scoperto tutto quel filone di artisti come Fleet foxes, Sufjan Stevens, Tallest Man on Earth, e quelle cose mi hanno traviato (ride). Non guardavo i video o le foto di questi artisti, sentivo quei pezzi e pensavo al legno, agli alberi, alla natura, una cosa a cui anch'io sono molto affezionato. Ho bisogno di fare le passeggiate nel bosco, di star seduto su un albero.”
Gli chiedo se è lì che trova l'ispirazione per le sue canzoni, e come ci lavora su. “Varia in base al mio stato d'animo. Prima trovavo molta ispirazione nei film, mentre li guardavo suonicchiavo la chitarra elettrica spenta, facendo dei giri di chitarra che morivano lì, come una colonna sonora scritta da me in tempo reale. Per esempio “Rodeo” l'ho scritta guardando “Dallas Buyers Club”, in cui Matthew McConaughey è in fissa per i cowboy. Adesso invece sento la necessità di fare delle passeggiate nella natura, con il cane, senza musica, ascolto gli uccellini...(ride)”. Mi racconta che lui vive fuori Roma, ai Castelli, dove si può fare una passeggiata di 10 km intorno al lago. “Prima stavo sempre al buio, adesso sto cercando di passare dall'altra parte, perché anche il giorno e il sole possono essere belli.”



Mentre beviamo una birra belga, continuiamo a parlare di come nascono le sue canzoni. “Sono molto istintivo, per niente cervellotico, e mi può capitare di scrivere ovunque. Avrò perso 200 canzoni da motivetti a cui ho pensato e poi ho dimenticato. È una cosa che mi viene spontanea, non ho studiato musica, suono e accordo le chitarre a orecchio”. Gli dico che questa spontaneità si avverte anche dal vivo, proprio grazie a quel feeling particolare che riesce a creare con il pubblico. “Nel momento in cui c'è un minimo di voglia di ascoltare, la gente entra nel contesto in cui li voglio portare, anche involontariamente. Sul palco vado su un altro pianeta, sto là tranquillo, se la gente vuole venire con me è ben accetta. Si crea una buona energia. Non so esattamente da cosa dipenda, io mi limito a suonare. Ci sono molti gruppi che funzionano perché hanno un frontman che incita la folla, come un pavone che apre la coda e devi per forza girarti a guardarlo. Io non sono così, lo faccio in un modo molto semplice, mi sembra di stare sempre sulle mie e per questo sono ancora più felice della reazione del pubblico.

Alle 20 tocca a lui, è il primo set della serata e c'è un po' di nervosismo perché la sala è ancora semideserta, ma dopo le prime note la gente inizia ad entrare e la magia si ripete. Il pubblico prende posto e nei suoi 40 minuti Wrongonyou propone alcuni brani con la band, altri solo voce e chitarra. Presenta le nuove canzoni che troveranno posto nel disco di prossima pubblicazione e chiude il set con “Killer”, che dilata il tempo in una lunga coda a cappella costruita con la loop machine e vagonate di vocoder, che nella location tonda e stretta dove siamo, con le luci giuste e quello scheletro che ci punta dall'alto, è davvero ipnotica, e sembra di partecipare a un qualche rituale collettivo di depurazione nella tenda di un indiano d'America.



(Il live di Wrongonyou a Les Nuits 2016)

Quando riemergiamo da questo trip, non sono neanche le 21 e fuori c'è ancora il sole. Non dovremmo avere il jet lag eppure e così. A cena, davanti a delle patatine belga che tutti ci hanno consigliato di assaggiare, ci confrontiamo sulle sensazioni che abbiamo avuto dal pubblico. Io sono stata attenta a guardarmi intorno e confermo le mie impressioni sulla sua capacità di rapire gli ascoltatori. Chiedo a Marco se nota delle differenze tra il pubblico italiano e quello estero. “Il pubblico all'estero è più rispettoso. Per esempio a Roma ti capita la racchia che chiacchiera sotto palco e più suoni forte e più lei urla, no? (ride) Scherzi a parte, ogni volta che ho suonato all'estero ha funzionato bene, si è creata quella complicità di cui parlavamo. Mi sembra che qui il pubblico dia una possibilità in più alla musica.” Visto che si è esibito già diverse volte all'estero, che le cose vanno così bene e non ha ancora un disco ufficiale fuori, gli chiedo se se lo aspettava prima di cominciare a suonare e cosa si augura che succeda quando uscirà il disco. Mi racconta che prima di fare il musicista a tempo pieno studiava storia dell'arte e lavorava nei musei, e che da inguaribile pessimista pensava che le sue canzoni non sarebbero piaciute a nessuno. Invece poi le cose hanno iniziato ad accadere e lui ha mollato tutto per esprimersi, un termine che ripete spesso. “Mi rilassa che io sia in giro da 2 anni a suonare e il disco non sia ancora uscito, infatti spero di riuscire a sostenermi con la musica”. Sarà sicuramente così, visto che è stato chiamato da Niccolò Fabi ad aprire alcune date del tour di "Una somma di piccole cose", avendo così la possibilità di arrivare a un pubblico molto più ampio. “I suoi ascoltatori sono molto esigenti, sono molto contento di come mi hanno accolto. Il nostro primo contatto è stato Roberto Angelini, con cui suono negli Steelnox, poi abbiamo anche un'amica in comune di Lecce che mi ha invitato ad aprire la data di Fabi lì. In quell'occasione mi ha ascoltato e mi ha poi invitato a pranzo a Trastevere, dove ci siamo conosciuti meglio e abbiamo scoperto di avere molte affinità. Il giorno stesso mi è stato comunicato che avrei aperto anche le altre sue date. Sono felicissimo perché lo stimo molto come autore”.



(Wrongonyou nel giardino del Botanique)


Per il resto della serata abbiamo continuato a parlare di molte cose, della grande internazionalità sua e di altri giovani musicisti italiani come Birthh e i Mellow Mood, della musica black che l'ha molto influenzato nel modo di cantare. Marco è anche un grande fan della mitologia del rock, e tra una birra e l'altra racconta un sacco di aneddoti divertenti sui Red Hot Chili Peppers: si vede che è uno a cui piacciono le storie e può andare avanti per ore a raccontartele, con lo stesso grado di coinvolgimento di cui è capace quando suona. Forse è questo che chiamano carisma.
Ovviamente finiamo la serata sotto l'albergo a parlare di serie tv, di cui anche lui è un grande appassionato. Mi dice di aver visto Breaking Bad, Boris, True Detective e di stare in fissa per Modern Family. Gli consiglio di guardare Twin Peaks perché immagino che le ambientazioni possano essere di suo gradimento. “Confesso di non averlo mai visto, ma gli darò una possibilità, stanno tutti in fissa con Twin Peaks forse perché adesso torna. Vedo quel logo dappertutto, quello con le punte delle montagne, che sembrano anche la W di Wrongonyou rovesciata”.
L'indomani lui ha l'aereo molto presto, io invece potrò svegliarmi con più calma. Ci diamo appuntamento sabato prossimo al MI AMI sul Rizla Stage, tra gli alberi con vista lago. Proprio come piace a lui.

Tag: intervista live report

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