Il Wu Tang è davvero forever

Un po' di riflessioni a freddo sulla data bolognese del leggendario collettivo hip hop, che è tornato dopo 16 anni in Italia per mettere d'accordo tutte le generazioni di amanti del genere

Foto via Fb Vivo Concerti
Foto via Fb Vivo Concerti

Se nella vostra vita per almeno un periodo vi siete addentrati nella cultura hip hop, vi sarà sicuramente capitato di sentire parlare del Wu Tang Clan. Nonostante però tutti ne abbiano sentito parlare e tanti ne parlino, se dovessimo fare quelli del "dimmi almeno 3 canzoni di..", o, in questo caso, anche quelli del "dimmi almeno 3 membri di.. " quando ti vedono con la maglietta di una band, il risultato del test sarebbe probabilmente una caporetto.

Ma se questa supposizione non viene letta dal punto di vista del fan geloso,  ecco che si dipinge nitidamente quello che è l'impatto culturale e la legacy che il supergruppo newyorkese ha costruito in tutto il mondo in quasi 35 anni di carriera durante i quali, oltre ad una prospera discografia - seppur su livelli più bassi rispetto agli esordi - è stato creato e rafforzato un culto del brand e dell'impatto culturale che nessun altra identità artistica ha raggiunto nella storia dell'hip hop.

E come non citare come tassello fondamentale in questo percorso la creazione per mano del visionario Oliver "Power" Grant, storico affiliato e primo motore economico del collettivo - tristemente scomparso pochi giorni fa - della linea d'abbigliamento Wu Wear, una realtà precorittrice che proprio per il suo incredibile successo è diventata un modello che ha ridefinito le dinamiche di approccio alla moda e al merchandising da parte degli artisti. Successo una volta in più confermato dalle lunghe file davanti ai diversi punti merchandising. 

È quindi questo il contesto in cui è stato accolto, al termine del tour americano, quando quindi ormai le speranze si erano perse, l'annuncio di un tour mondiale per The Final Chamber, l'ultimo atto live del Wu, con tappa l'8 marzo a Bologna dopo 16 anni dall'ultima data tricolore. L'ultima occasione per un paio di generazioni di amanti del buon vecchio hip hop old school di vedere un monumento del genere. Quella famosa cosa del rapper preferito del tuo rapper preferito, o giù di lì.

In Italia così come ci aspettiamo essere stato in tutta Europa, The Final Chamber è stato un evento capace di riunire sotto il tetto dell'Unipol Arena nati negli anni '70 come nei 00' con lo stesso livello di entusiasmo e coinvolgimento emotivo, i primi chiaramente con un taglio più nostalgico nello sguardo, in netta contrapposizione con la curiosità e l’attesa trepidante dei secondi.

Ora ci si potrebbe soffermare sui diversi aspetti, per lo più tecnici, che hanno fatto sì che l'esperienza del live di per sè non fosse al livello di una nomea così importante, ma vorremmo continuare l'articolo nello spirito che ha contraddistinto l'evento e il mood dei xxmila fan accorsi all'Unipol Arena di Bologna, ovvero la celebrazione del culto del Wu Tang Clan.

Parlando della performance vera e propria, per quanto il dato anagrafico per forza di cose si sia fatto sentire con intensità diverse, i 9 artisti del collettivo - mancava Capadonna (cercare conferma ndr) - portano sul palco il meglio del loro repertorio alternando i progetti collettivi a quelli solisti, e, al netto di qualche strofa attaccata con leggero delay, lo fanno con dignitosa eleganza ed energia. 

RZA come sempre resta la figura centrale del collettivo e detta il tempo della macchina, ma è quando a prendersi la scena è Method Man che il pubblico si scalda e si muove di più, coinvolto dal ritmo irrefrenabile del rapper che più di tutti negli anni si è affermato anche come solista. Al quadro poi si aggiungono tutti gli altri membri con dei momenti dedicati con attenzione a tutti quanti, dalla centralità delle strofe di Ispectah Deck nei progetti collettivi e all'iconocità delle barre di U-God, passando per la coppia Raekwon/Ghostface e i brani di Liquid Sword, il primo disco firmato nel segno del Wu di GZA, arrivando infine alla sorprendente capacità di Young Dirty Bastard di riportare sul palco tutta l'energia e la stravaganza del padre, prematuramente scomparso nei primi anni '00.

A tutto questo si aggiunge anche l’interludio di Havoc, che al fianco di Prodigy ha rappresentato nei Mobb Depp un’altra icona dell’hip hop anni ’90. I fan hanno potuto quindi ascoltare dei pezzi culto come Shook Ones, Pt.II e Survival of the Fittest dando ancora maggior profondità ad un evento che ha celebrato uno dei capitoli più rigogliosi della cultura del genere e regalando un'ultima occasione di toccare con mano questa cultura anche a chi, per ragioni anagrafiche, aveva sempre vissuto questo periodo tramite i ricordi e le testimonianze.

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L'articolo Il Wu Tang è davvero forever di Cristiano Prataviera è apparso su Rockit.it il 2026-03-16 09:48:00

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