Il Ballo dell’Orso è un progetto di cantautorato in lingua italiana che attraverso testi elaborati, talvolta veri e propri racconti, si pone l’ambizio

L’unica biografia non autorizzata de il Ballo dell'Orso, più o meno, recita così: Alessandro Nanni in arte Tullio Feldmann, inizia a suonare la chitarra nel periodo cruciale dell’adolescenza, quando in genere si comincia a pensare a Dio, al futuro, al significato dell’esistenza, e se mai incontrerai Sabrina Salerno. Le canzoni che scriveva (e che tutt’ora scrive) erano evidentemente ispirate ai più grandi cantautori del suo periodo: Luciano Ligabue, Avril Lavigne, Mirko di Kiss me Licia, Giorgio Vanni e Max Longhi, autori questi ultimi della sigla di Dragon Ball.
Le prime esibizioni erano rivolte ai due genitori, alla sorella, e a un paio di pupazzi, che peraltro erano quelli che mostravano più interesse, e alla dea Malinconia che ha sempre amato (ma che non ha ricambiato) Fu l’incontro con Cesare Francini, altro esponente della Monte San Savino male, a cambiare la carriera e lo stile di vita di Alessandro Nanni.
Cesare “Ceo”, maschio alpha (ahahahah no, si scherza..), con più esperienza (musicale, ma non sessuale) e più miopia, insegnò a Tullio a prendersi meno sul serio, e a far divertire chiunque fosse venuto ad ascoltarci. Così nacquero gli Shamaraya, anzi gli Ipomaniaci. Anzi, Alessandro Nanni & Cesare Francini. Mancava qualcosa, due chitarre e una voce non bastano a provocare orgasmi a distanza persino a cagne castrate.
Qualche tempo dopo, al Pionta, nota località aretina famosa per l’Università e per lo spaccio, Alessandro Feldmann, o Tullio Nanni, fece il fortunato incontro con Pasquale Balzano, detto, più semplicemente, Pasquale Balzano. Batterista, abituato a battere il tempo e le strade, ossessionato dalla domanda se c’è vita su marte, uomo dal petto più villoso di un orso, diede, infatti, quel pelo di pornostar in più agli altri due.
Gli Ipomaniaci durarono il tempo di una figuraccia: qualche giorno dopo la nostra prima esibizione a Monte San Savino, un bambino, vedendo Tullio, disse alla propria mamma “Mamma, quello è un maniaco!”; la madre si spaventò. Tullio capì che c’era la necessità di trovare un altro nome. Dopo aver letto un annuncio sui giornali delle donnine, ai tre si aggiunse un quarto elemento, un uomo essenziale, distinto, mai fuori posto, integro, lavoratore serio, fumatore di hashish a tradimento: Luca "Sentenza" Vannini, il bassista più forte di Bibbiena (lo dicono gli addetti ai lavori). Nacque così il Ballo dell’Orso, nome che si rifà alla malattia psichica del cavallo, animale simbolo per eccellenza di libertà, che costretto dietro alla porta del box, oscilla continuamente logorando i tendini e le articolazioni, con un dondolio quasi ipnotico ma allo stesso tempo inquietante; i quattro, nella musica che offrono, esprimono, come il cavallo, la voglia di distrarsi dalla noia e di divertirsi. A questa biografia è necessario aggiungere almeno altri due elementi: il primo, Stefano “il levataccia” Del Pianta, fotografo, pianista, stacanovista, barzellettiere, figlio prediletto del padre (dal quale abusa di complimenti), che da poco si è aggiunto alle orge degli altri componenti, e poi, il secondo, il manager che nessun musicista vorrebbe avere, ma che tutti i gruppi desidererebbero accanto per drogarsi insieme, Alessandro Frappi.