Cargitò ascolta il sussurrare del silenzio. Ascolta, nel frastuono dell’essenza vitale. Nell’intimo, poi, rimpasta, mischia i colori, le immagini, si inzacchera i vestiti mentre mescola i paradigmi politici, storici, culturali, sentimentali. Non gli è sufficiente un solo strumento per dichiarare le visioni che esplodono nella sua testa. Produrre è una necessità improrogabile, urgente, –ribollono le vene dei polsi-, come anche definire alcune chiavi di lettura degli eventi e, dunque, i mezzi, gli strumenti formicolano sotto le sue dita. Inizia con i tasti del pianoforte e poi converge nelle corde della chitarra classica, elettrica, il basso, le percussioni, la batteria, armonica e flauto. Tutto in un rincorrersi di espressioni, e sì da bravo ingegnere, precise, misurate, ma nella mutevolezza delle nuvole che si rincorrono, dei tempi trafitti dalle esperienze. Valigie fatte, disfatte, biglietti accumulati, cantine, violini zingari, automobili con la fessura per le audiocassette in cui girano La guerra di Piero e La locomotiva. The times they are changin’, un monito, una presa di coscienza, l’affaccendarsi tra le strade torte, i respiri ampi delle vallate. Poco più di trent’anni di impegno che illuminanano sensazioni labili, la vaghezza del tutto, il sogno nascosto, ma nascosto bene nei cristalli di un bicchiere, di una cercata felicità. Menestrello indiscusso, musicante folk –Cargito’ è il Cargitonio del popolo, il suonatore, alchimista, giocoliere che auspica a una grassa risata al mondo e a tutti i suoi fenomeni.