Band padovana, parte del circuito Sotterranei

Nel 2010, dopo aver calcato i palchi dell’undergound padovano all’interno di cover band, Francesco Del Re e Matteo Stoppato -rispettivamente cantante e bassista- danno vita al loro primo progetto di musica originale: i Green Milk - band di ispirazione funky.
In quattro mesi i Green Milk compongono un certo numero di brani, la cui composizione è da subito prerogativa di Stoppato, mentre Del Re ne scrive i testi, dedicandosi, nel contempo, ai rudimenti della chitarra ritmica. Nell’estate dello stesso anno la band si scioglie: Stoppato si unisce ai Red Apple, mentre Del Re inizia a raccogliere le idee per un nuovo progetto musicale. Arriva Riccardo Zugno (bassista), con il quale Del Re abbozza i primi arrangiamenti delle sue composizioni alla chitarra. A Zugno segue l’ingresso di altri musicisti, fino al costituirsi di una formazione completa. Nell’ottobre 2010 Francesco Del Re (chitarra ritmica e voce), Matteo Silvestrini (chitarra solista), Riccardo Zugno (basso), Filippo Griggio (sax) e Giacomo Bermudez (batteria) danno vita agli Elephant, proponendo una formula originale e del tutto inedita nel panorama dell’underground padovano, nella quale si distinguono ascendenze funk-rock, punk e folk: una felice commistione dei generi, frutto dell’incontro tra la ritmica di Del Re, le percussioni e il basso di matrice funky, e la chitarra precipuamente hard rock di Silvestrini. Il sax di Griggio acquista un ruolo di preminenza, intrecciando virtuosismi al di sopra della ritmica o giocando sui contrappunti alla linea vocale.
Il nome si deve ad una suggestione di Del Re, affascinato dall’abitudine degli elefanti di raccogliere le ossa dei propri morti e di trasportarle tra le zanne per viaggi lunghissimi. Il motivo delle esequie dei pachidermi diverrà fra l’altro l’argomento della canzone la ballata dell’elefante.
Le prove si svolgono dapprima nella sala prove comunale di Roncajette (PD), in seguito gli Elephant sono costretti a trovar rifugio nella soffitta di uno stabile industriale di Limena. Infine migrano in una sala prove nel comune di Saonara.
Parallelamente agli studi sugli arrangiamenti Del Re si cimenta nella registrazione del suono, prodigandosi nell’acquisizione delle apparecchiature e sperimentando soluzioni personali ed originali. Il momento della registrazione diviene così complementare alle fasi di composizione ed esecuzione, in un modus operandi che non tarderà a distinguere gli Elephant per la loro spiccata inclinazione al lavoro in studio.

L’esordio è il primo maggio 2011 a Ponte San Nicolò, nel concerto celebrativo della Festa del Lavoro. Gli Elephant propongono cinque brani originali: La ballata dell’elefante, La foresta, Respirare, La città degli scheletri, Autostop - tutti scritti e composti da Francesco Del Re.
Il pubblico reagisce positivamente al fresco e vivace funky degli Elephant. In esso risalta la polifonia degli strumenti, le cui voci ora si richiamano in contrappunti, ora si respingono in dissonanze, ora emergono dalla ritmica in assolo. Dall’overdrive metallico di Silvestrini, alle volute del sax di Griggio, allo slap franto e sincopato di Zugno il tessuto policromo degli Elephant è sotteso dalla chitarra ritmica di Del Re. Nonostante la varietà delle sue coloriture, il suono sembra sgorgare dagli amplificatori in naturalezza, vera cifra espressiva della musica degli Elephant, dalla melodia al testo. L’armonia è proteiforme perché proteiforme è la naturalità che Del Re racconta attraverso i suoi testi: la multiformità di un mondo cangiante, eppure sempre uguale a se stesso. L’elefante che trasporta il fardello delle ossa dei suoi morti ne La ballata dell’elefante e la metamorfosi vegetale immaginaria de La foresta svelano la contiguità e l’identità delle forme viventi, la partecipazione delle categorie dell’umano a quelle animali e vegetali, e viceversa. L’apparente ossimoro tra l’affollamento sonoro e l’essenzialità dei testi si riduce nella freschezza di un’esuberanza spontanea, che benignamente canta un mondo di dualismi risolti in un segno positivo.
Nelle settimane successive al concerto, nella sala prove di Saonara, gli Elephant registrano alcuni brani del loro primo repertorio. Nel farlo si avvalgono di apparecchiature a nolo o di seconda mano, ottenendo d’altra parte risultati notevoli grazie agli studi autodidattici di Del Re in materia di tecnica del suono.
Nel giugno dello stesso anno la band si esibisce al Metropolis Bar, a Padova, sotto il colonnato esterno di Piazza Gasparotto, in apertura ai For crossing waves. E’ il primo concerto in cui viene eseguito il brano Il deserto. L’accoglienza è calorosa e induce la band a replicare con una data invernale, ancora al Metropolis Bar.
Nel 2012 si noverano un’esibizione al Circolo Fahrenheit 451, sempre a Padova, e poi ancora una data al Metropolis Bar, ma sono gli ultimi concerti dei primi Elephant: nell’estate dello stesso anno, in seguito all’annunciata partenza di Silvestrini, anche Zugno, Griggio e Bermudez lasciano improvvisamente la band.

Rimasto senza strumentisti, ma al contempo ansioso di collaudare nuove soluzioni negli arrangiamenti, Del Re incontra diversi musicisti in sala prove, registrando sistematicamente tutti gli esiti. In poco più di un mese riesce a riunire gli elementi per empire i ruoli vacanti: Fabio de Rossi, già batterista dei Red Apple; Alvise Rittà, chitarrista (frontman dei Vox Delitto), e il duo di ottoni composto da Alberto Poggi alla tromba e Cristian Alberti al sax, entrambi con un passato nei C.I.B. Ritrova infine Matteo Stoppato, già bassista dei Green Milk e coautore delle sue Branchi e Plaza de Toros.
Lo slap di Stoppato sviluppa la musicalità funky del gruppo, il finger picking di Rittà conferisce un’inedita sonorità blues alle arie di Del Re, e il suo fuzz ne inacidisce il riff. Gli ottoni, da solisti -con il sax di Griggio-, si definiscono nel ruolo di coristi con Poggi e Alberti.
L’esordio della nuova formazione è nel febbraio 2013, nello scantinato del Metropolis Bar; una data importante, poiché getta le basi del futuro Circuito Sotterranei, di cui gli Elephant, con i Gramlines, saranno i pionieri.
Gli Elephant replicano la data al Metropolis con un’altra esibizione in Piazza Gasparotto, suonando in apertura ai Mondo Naif.
Confortati dal nerbo delle percussioni di De Rossi, dal gesto virtuoso di Stoppato nelle linee di basso, dal carisma di Rittà alle chitarre, dai fiati –che assumono di volta in volta di volta funzione ornamentale o più marcatamente strutturale-, gli arrangiamenti degli Elephant hanno acquistato la loro piena maturità, e dopo un anno e mezzo di lavoro in sala prove la band è pronta per incidere il disco d’esordio: Il Deserto. I brani vengono registrati in un asilo infantile di Taggì di Sotto (PD) occupato abusivamente.
Nel frattempo il Circuito Sotterranei è diventato una realtà e un punto di riferimento nella scena underground padovana: le sette band che formano il circuito (Elephant, Gramlines, Blue Shoe Strings, Vox Delitto, Spleen, Mondo Naif, Treremoto)per due giovedì al mese trasformano lo scantinato del Metropolis Bar in una sala di concerti. Il primo evento organizzato dai Sotterranei è un successo: suonano i Vox Delitto, Gli Spleen e i Gramlines; il pubblico affolla il sotterraneo del Metropolis e gremisce l’adiacente piazzetta. Si conta un’affluenza di più di seicento persone.
Il secondo concerto del circuito avviene in data 24 ottobre 2013. Suonano Elephant e Blues Shoe Strings, seguiti dal dj-set Rough and Tough. In una serata memorabile, che replica il già insperato successo dell’apertura, Del Re e compagni presentano al pubblico il frutto delle loro fatiche.

Il Deserto, un Extended Play completamente autoprodotto, si compone di sei tracce: Intro, Mi alzerò, Il deserto, Soglia, La foresta, Un mare di ricordi. La copertina riproduce sovrapposizioni di fotografie e gradazioni di acquerello in colori caldi. Le fotografie, scattate da Del Re, ritraggono alcuni brandelli di manifesti strappati da un muro della metropolitana di Londra - che compaiono nel front – e il particolare di una porta in legno di una vecchia abitazione in Basilicata – all’interno.
Ne Il Deserto una base funky peculiarmente Elephant si lascia pervadere dalle combustioni rock blues della chitarra di Rittà. Il ritmo scanzonato e incalzante di brani come Mi alzerò e La foresta si stempera nei ripiegamenti più riflessivi de Il Deserto e Soglia, instaurando una costante dialettica tra cadenze scalpitanti –dove ha ragione la componente funky- e arie più raccolte e meditative – nelle quali Del Re e Rittà si cimentano nell’effettistica.
In Intro i limpidi accordi di chitarra acustica vengono avvolti da un suono marino: Il riverbero dei fiati crea un’atmosfera onirica in cui voce la voce si insinua morbidamente, in un sussurro.
Un acido riff di chitarra elettrica apre Mi alzerò, cui segue l’ingresso degli altri strumenti. E’ un brano di funky febbrile, in cui gli assolo di Rittà incidono l’ostinato ritmico con suoni in saturazione.
Nel deserto, brano eponimo del disco, le note fluide e fruscianti della chitarra acustica in apertura sono ruvidamente squarciate da un riff tenebroso, dalla distorsione basica e dal percussionismo corpulento. Sugli echi del riff germoglia il delicato intreccio elettro-acustico delle chitarre di Rittà e Del re, da cui si dipartono, in sequenza, i soli degli ottoni, del basso e della chitarra elettrica.
In Soglia le felici divagazioni di sapore new wave della chitarra ornano una melodia naif dall’atmosfera sospesa.
Un aggrovigliato fraseggio slap introduce La foresta, in cui una robusta membratura di basso e percussioni sostiene i contrappunti arcigni della chitarra e le spirali degli ottoni. Un groove dall’incedere caracollante viene implicato nel fronzuto arrangiamento di chitarre e fiati, che si dirada nel finale.
Un mare di ricordi è l’outro strumentale dell’ep, il congedo che chiude l’opera e ne suggerisce la visione circolare: il nitore della frizione delle corde e la consistenza rarefatta degli echi degli ottoni rimandano alle sonorità dell’intro. Le note della chitarra elettrica giungono sommerse, come inabissate in litri di corallo, o richiamate da una memoria elefantiaca. Sporadiche dissonanze nella melodia sembrano svelare la distorsione dei riflessi acquatici e la fallacia del ricordo.
Ne Il Deserto gli Elephant hanno approfondito il descrittivismo sonico: questo si deve in gran parte all’eclettismo di Rittà e all’esperienza conseguita da Del Re in materia di tecniche di registrazione.
La chitarra di Rittà attraversa modulazioni acide ed alcaloidi, lacera il tessuto sonoro in caustici assolo e rilascia echi sottomarini. Le note acustiche risuonano distillate, cristalline.
Il disco si traduce in uno spazio percorso da suoni che portano la cifra di un percorso di significazione fonosimbolica: l’ascoltatore vi entra e vi esce, transitando in luoghi descritti in un sovrasenso codificato dal suono, dove le volute di trombe e di chitarra si intersecano come rami (La foresta), la curve levigate dei flussi degli ottoni svelano la forma delle dune (Il deserto), il climax degli hertz della chitarra riproduce le frequenze di un’emersione (Un mare di ricordi).
Il retaggio fuky rock, lungi dall’essere rinnegato, è stata declinato in forme inedite e brillanti. E questo grazie al gusto percussionistico di De Rossi, alla bravura di Stoppato, all’ armonia degli ottoni di Poggi e Alberti, e ancora alla poliedricità del suono chitarristico. L’intelaiatura ritmica e il groove non vacillano, l’ottone impreziosisce la melodia -senza appesantirla- con squillanti arie di sapore morriconiano, mentre non disdegna di fondersi nel crogiuolo dell’effettistica e liquefarsi in colate riverberanti nelle parti più marcatamente descrittive. Il basso si concede fraseggi esuberanti senza ledere la solidità della ritmica, in ghirigori sempre gradevoli. La voce e gli intarsi dei cori a volte sembrano infondere il proprio senso alla musica, a volte sembrano ripiegarsi a tradurne le evocazioni.

Marco Francescon