Credo che a parlare di un artista debbano essere i suoi lavori. La biografia di un musicista è tutta lì.

Vent’anni fa, in sella ad una bici da corsa, un ragazzino di quindici anni arranca su una salita dell’Abetone.

Si allena per diventare un corridore professionista.

Si è trasferito a Montecatini, lasciando la sua Sicilia e il Conservatorio.
E soprattutto quelle cinque ore al giorno a muovere le dita sullo stesso pezzo.

Dopo 9 anni, crede di averne avuto abbastanza.
Ma non ha fatto i conti con la musica.
Nel silenzio di quella salita, infatti, nella sua testa non c’è altro che quella.

Accordi disordinati, armonie che scivolano tra le dita.
E parole affastellate alla ricerca di una verità da raccontare.
A volte è un gran caos, come in “Prova d’orchestra”.
Ma c’è anche libertà. Tanta libertà, finalmente.
Come un bambino (un imbecille o un artista) lasciato libero di sporcare i muri con i colori.

Scopre allora che rattoppare una gomma col mastice ha molte cose da insegnargli su come trasferire la sua anima in un pezzo.

Su come spogliare le parole, per farle diventare essenziali come l’ultimo fiato rimasto prima del traguardo.
Scopre di aver trovato una scuola non meno importante di quella che aveva lasciato.

Perché ogni cosa lo riporta alla musica.

Anche le cadute, le salite infinite che bruciano i polmoni o Pantani che ti sfreccia affianco, immortalando la tua faccia stupita come il lampo di un flash.

Sì, c’era anche lui su quella salita dell’Abetone.
Lui con la sua bicicletta, estensione naturale del suo corpo e della sua anima.

Luci e ombre comprese.

Come uno strumento musicale.

Come la chitarra in mano al Boss.