Electro Indie Pop Geopolitico.

Bric è l’acronimo geopolitico più utilizzato da quasi una quindicina anni (nel 2001 coniò il termine l’allora presidente di Goldman Sachs Asset Management Jim O’Neill) per raggruppare i paesi considerati fino all’altro ieri “emergenti” ovvero Brasile, Russia, India e Cina, i quali, grazie al loro ritmo di espansione economica, tallonano un Occidente in un equilibrio più che precario.
Ma il Bric è anche il nome di una concept band che si identifica in un progetto musicale e culturale che vede protagonisti quattro musicisti baresi (Nick Amoruso, Fabrizio Panza, Luca Sinesi e Sergio Pesce), già noti in passato sulla scena con altri collettivi musicali.
Il Bric e il relativo Concept Album "Nuovo Ordine Mondiale" nascono dalle menti dei 4 musicisti senza soluzione di continuità, nell’incontro con la riflessione politica ed economica.
«L’Occidente […] crede che ai cinesi e i brasiliani DEBBA piacere l’indie rock. Ma non capisce che la crisi non è solo economica, ma culturale. L’Europa ha già dato tutto quello che doveva dare. E ora deve fare spazio alle culture e alle nuove sonorità che appaiono sulla scena mondiale».
E proprio nel segno della confluenza reciproca di culture, la loro idea viene traslata in musica abbandonandosi nella sperimentazione più alternativa e indiscriminata, propulsa dall’ascolto di generi esotici e sconosciuti ai più come il mandopop, tecnobrega, borbannadir, lavani, risolvendo quest’immane meltin’pot musicale in una cifra stilistica autodefinita “electro geopolitical pop”, dove, in barba alle stra-sputtanate pizzica e taranta pugliesi, strumenti etnici ed elettronici si incontrano senza pregiudizi.
Il prodotto finale, frutto delle continue ibridazioni, cela con ostentata leggerezza un attacco frontale al liberismo, vissuto come modello culturalmente e socialmente imposto, smascherandone gli strascichi imperialisti in maniera fortemente ironica.
L’opera de il Bric guarda sicuramente in maniera amareggiata al presente dell’Occidente, e soprattutto dell’Europa, ponendo degli interrogativi non indifferenti, come la validità culturale tramandata dai nostri padri e poi esportata al resto del mondo, o la fattibilità delle nostre regole di mercato, o l’universalità dei nostri diritti civili e lavorativi. Ha ancora senso parteggiare per l’Occidente?
Eppure, gli autori non sembrano trasmettere un’idea di accettazione passiva del passaggio di “egemonia” ad altre nazioni, quanto, invece, l’importanza dell’incontro sincero, per riscoprire e valorizzare la cultura altrui e soprattutto la propria. [Rec.]