Herself: Abbastanza schivo o, se volete, timido Intervista

15/05/2012 di Mario Lo Jacono

Se ne parla parecchio in giro, di Herself. E non a caso. Perché nel suo ultimo disco Gioele Valenti è riuscito a confezionare piccole perle di brillante fattura folk. Un po' America, un po' Palermo, 100% Herself.

Non c'è nessun titolo nel tuo nuovo disco. Perché questa scelta? "Herself"che cosa rappresenta per Herself?
Immagino sia una sorta di ricominciamento ab imis. Anche se non ne sarei del tutto certo: ovvero, in quest’ultimo lavoro sussiste una sorta di caratterizzazione maggiore, come se fosse Herself al cubo, dove sono presenti tutte le caratteristiche del mio tracciato artistico, il gusto per l’estetica DIY, l’approccio casalingo, eppure s’avverte un ulteriore scarto, qualcosa di imponderabile. Poi c’è il fatto che alcune opere, proprio non lo richiedono un titolo. Quando si chiude un disco, capita che il contesto emetta una radianza particolare, un filo conduttore che determini la formulazione di un titolo. Chiaramente, non è una regola. Infatti, questo disco semplicemente non ne “reclamava” nessuno.

Di solito i tuoi lavori sono piuttosto brevi. Questo però mi sembra un po' più lungo degli altri. C'è una ragione particolare?
Non è stata una decisione. Avevo molti brani che ritenevo potessero coesistere nello spazio comune di uno stesso discorso. Alla fine, del tutto inconsapevolmente, il disco è risultato una specie di concept sul cambiamento, o meglio, sulla trasformazione sottesa al cambiamento, avvertita nell’arco esteso di tutte le possibili declinazioni, da quelle banalmente individuali alle scosse sociali, agli spasmi civili; siamo in un’epoca per certi versi apocalittica, un eone che sembra volgere al nulla del grado zero; una polla d’incubo a cui l’inconscio collettivo attinge a vari livelli. Forse i Maya non avevano poi tutti i torti. Violente trasformazioni sono in atto. Noterai che la cover del disco (di Kain Malcovich) reca i segni di processi alchemici. L’alchimia è appunto il contrassegno del cambiamento, e il mio è un disco sulla trasformazione.

Prima avevi un'anima artistica duale, divisa tra dolcezza malinconica e brutalità pura e semplice. Il cd che hai realizzato ha messo da parte il lato più aggressivo della faccenda. Come mai? Sei interiormente pacificato oppure preferisci raccontare il tuo stato d'animo attraverso altri codici?
Immagino che l’aggressività, come puro e semplice portato rettiliano, non vada mai via, che sia una pulsione inscritta nella cartella genetica delle persone. E’ indubbio che, come dici tu, artisticamente sia un fatto di codici, e, in misura maggiore, di finalità estetiche. Ontologicamente, siamo un flusso continuo, e quindi trovo naturale che le prerogative estetiche, come linguaggio o insieme di segni, siano in continua evoluzione. Quello che mi emozionava dieci anni fa, spesso oggi mi fa solo il solletico. Ci sono tanti modi di esprimere la “brutalità”, quanti sono i livelli di lettura concepibili. Trovo che ci siano alcune cose di Leonard Cohen che, pur nella loro apparente placidità bucolica, rappresentano punte di ferocia sublime, capaci di rovistarti dentro con un coltello. Così come alcune cose dei Napalm Death (per altro, grandi) possono scadere nella banalità della troppo facile codifica. E’ un fatto di intenzioni, più che di mezzi adottati. In quanto all’essere pacificato, poi, ti dico che io e i miei fantasmi siamo più intimi che mai!

Sei passato da dischi in bassa fedeltà realizzati solo con la chitarra a dischi molto più stratificati e quasi hi-fi.
Diciamo che è stato un benevolo incidente di percorso. L’anno scorso ho vinto un contest che metteva in paio del denaro da spendere in registrazione. Era l’unico modo per entrare in uno studio, con quello che costano!... Davvero, non me lo sarei potuto permettere altrimenti. Di fatto, è risultata un’esperienza positiva e stimolante, con possibilità strumentali molto ampie. Non dimenticare che, almeno nel mio caso, l’estetica low-fi, è anche un modo per far di necessità virtù. Che fatalmente poi assume autonoma dignità estetica, quindi etica. L’imperativo è, sempre e comunque, far musica con quello che hai a disposizione in quel preciso momento. Questa è l’eredità dell’underground che più mi piace.

Nel tuo processo compositivo e realizzativo fai sempre tutto da solo?
Da un punto di vista compositivo e per l’organizzazione dei mezzi di produzione, sempre. Questo perchè è importante mantenere l’organicità di una visione precisa. Diciamo che in genere il brano ce l’ho già pronto in testa; poi capita, per esempio, che chieda ad Aldo Ammirata di trovare una parte di violoncello, o di altro, e allora si comincia a ricamarci su insieme, oppure, com’è capitato per un paio di brani, capita di invitare amici come Amaury Cambuzat e Marco Campitelli a suonarci su. Anche se Herself è una mia creatura, è spesso anche il risultato corale di una famiglia estesa, dove tutti a vario titolo contribuiscono ad una visione di insieme per un risultato unitario.

La collaborazione con Amaury Cambuzat com'è nata?
Con Amaury abbiamo avuto un primo timido contatto ai tempi di "God Is A Major" (il mio secondo disco). Eravamo entrambi in Jestrai Records, lui con gli Ulan Bator. Ricordo che gli piacquero le mie cose, che qualcuno gli fece ascoltare. Solo in DeAmbula, però, si è concretizzata la nostra collaborazione. E’ stata una cosa piuttosto naturale. Gli è piaciuto il disco e si è deciso che ne curasse il mastering. Di lì a suonare assieme, il passo è stato breve. Mi ha anche invitato a fare qualche serata in duo, a suonare le cose degli Ulan Bator, cosa che mi ha sommamente onorato, perchè sono un grande fan della band.

Sei passato dalla Jestrai alla DeAmbula. Che cosa è cambiato per te nel passaggio da un'etichetta all'altra?
L’etichetta dei Verdena è stata per me una significativa palestra. Ho potuto sperimentare alcune dinamiche e acquisire cognizioni importanti. Però, alla fine, è bello anche allargare il giro delle proprie collaborazioni. In DeAmbula c’è un afflato cospiratorio, un’attenzione al lato umano, mai scollato da quello artistico, che trovo molto vicino alla mia sensibilità. Mi sembra che DeAmbula traduca in pratica molte delle istanze del vecchio concetto underground. Quando gli artisti si davano una mano a vicenda, quando il problemi di ego erano ancora di là da venire, e quando si lavorava per il bene comune – che nella fattispecie è il conseguimento di un preciso ideale estetico. E’ la musica ad essere al centro, non altre mille inutili cazzate che appesantiscono la vita e limitano il desiderio di esprimersi.

Quattro anni fa, a proposito di MySpace, dicevi a Rockit che quel social network permette di trovare un brano bello “ogni sette milioni di cacate”, e in generale denunciavi un'insensibilità all'ascolto pazzesca. Oggi MySpace praticamente non c'è più ma ci sono Facebook, Twitter, Soundcloud e compagnia bella. Quattro anni dopo, qual è lo stato di cose della musica e degli ascoltatori? Qual è il tuo rapporto con internet?
E’ una domanda piena di insidie, anche se attualissima. Qualunque cosa rispondi, rischi di apparire generalista o, peggio ancora, fanatico. Una risposta minimamente esaustiva non può non tenere conto dell’ambiguità del problema, che è anche parte della soluzione, se ci pensi. Internet è la deriva tecnologica e inevitabile dei media, una deriva falsamente populista e biecamente democratica. Parla al ‘tu’ fragile e vanesio che c’è in te, ti fa credere di essere un’autoaffermazione. Ma in realtà, il tuo ego in quel momento è al servizio di qualcun altro, spesso anch’esso in buona fede. E’ un paradosso indefettibile, chè se da un lato amplifica, dall’altro distorce. Direi che vorrei usare il mezzo cum grano salis, perchè se da un lato ti forza al rapporto più mediato tra le persone, qundi improntato ad una freddezza un po’ vile, perchè non ci si guarda negli occhi, dall’altro conserva ancora, nelle sue pieghe, inesplorate possibilità. Per quanto concerne la musica, riconfermo quanto detto nella precedente intervista. E’ l’ascoltatore curioso e dotato di senso critico, lui e solo lui, che potrà salvarci da questa Babele dove c’è tutto in tutto, e dove gli artisti sembrano essere perennemente tutti uguali.

Farai un videoclip tratto dall'ultimo lavoro?
Si, ci sarà un video di "Here We Are". Sarà girato da un ottimo filmaker scozzese, Tobias Feltus. Poi, chiunque volesse dare il suo contributo, proponendosi per girare un altro video per uno qualunque dei brani dell’album... bè, sarebbe grande, e un modo per fare rizoma tra artisti.

Hai suonato in un brano di Nicolò Carnesi, "Il Colpo". Raccontami un po' com'è nata questa partecipazione.
Così, le cose: la Malintenti Dischi, nella persona del titolare, che ha sempre apprezzato i miei lavori, mi chiese se fossi disponibile a lavorare un po’ su qualcosa di Carnesi. Sentivano il bisogno di un’attitudine più harsh, e quindi a detta loro ero l’uomo giusto. Di fatto sono andato in studio, ho messo le mie parti e sono tornato a casa. Credo ne sia sortito un risultato positivo. In realtà, capita sempre più spesso che artisti mi chiamino a curare la post-produzione dei loro lavori. Bè, mi gratifica oltre che onorarmi.

Come ti rapporti con la scena musicale palermitana, che negli ultimi anni è sempre più in fermento?
Non è che sia tanto in contatto con la scena palermitana. E per esser franchi, in realtà non sono in contatto con nessuna scena. Per carattere, sono abbastanza schivo, o se vuoi, timido. Che è una caratteristica - non sempre opportuna - dell’individualismo. Che non è snobismo, tutt’altro. E’ che le persone mi mettono spesso ansia. Sicuramente, come ben dici, in città c’è un fenomeno in atto, di cui però non è facile prevederne sviluppi organici. D’altronde il movimento è fenomeno consustanziale ad una città multiforme, o usando un termine inflazionato, “multiculturale”, qual è Palermo. Se ti fermi a riflettere, anche la parola “fermento” può diventare ansiogena, nell’attuale contesto socio-culturale.

"Herself" sta raccogliendo ottimi riscontri in giro per la rete. Quando ti vedremo suonare dal vivo? Che tipo di formazione sarà?
Non saprei. Non dovrei dirlo, perchè non fa figo, ma non ho agenzia di booking. Ci invitano di volta in volta, e se le condizioni lo permettono, andiamo a suonare dove ci vogliono. La formazione è, come sempre, variabile. Da solista, o in duo elettroacustico, o come band vera e propria. Dipende dal tipo di situazione. Attualmente, attendiamo la conferma per date a Bologna, Pistoia e Pescara.

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