Io, Dio e la mia generazione di incompresi: a tu per tu con Achille Lauro

Uomo, donna, blasfemo, credente, rockstar, rapper, "genio e buffone", tutto e il contrario di tutto: il musicista romano racconta il suo ultimo disco, "Lauro", e prima di tutto se stesso, dalla "merda" della periferia romana ai quadri di Sanremo

Achille Lauro - tutte le foto sono di Leandro Manuel Emede
Achille Lauro - tutte le foto sono di Leandro Manuel Emede

“Sono 4 anni che non dormo più di 5 ore a notte”. A parlare è Lauro De Marinis, aka Achille Lauro, che solo 2 anni fa si presentava per la prima volta al Festival di Sanremo come outsider totale e che è finito col diventarne quasi un eroe nazionalpopolare. Le divisioni e il generale shock che aveva provocato nel pubblico dell’Ariston sono stati col tempo smussati, facendolo diventare una presenza discussa ma accettata sul palco più famoso della musica italiana. Arrivare al 2021 non più in gara, ma come presenza fissa del festival, è un segnale eclatante in questo senso. Nell’ultimo anno, Lauro è andato a esplorare la dance anni ’90 e lo swing degli anni ’20, ha assunto il ruolo creativo di Elektra Records in Italia e, soprattutto, ha realizzato il suo ultimo disco di inediti. Un disco che si chiama come lui, Lauro.

C’è chi lo ha descritto come l’esempio vivente della locura profetizzata in Boris, chi ne adora la visione e lo sfarzo che riesce a portare sul palco, chi lo ha bollato come un pagliaccio, chi lo considera un genio. “Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone” e molto altro ancora cantava Guccini, in dei versi ormai immortali. Versi che rappresentano molto bene tutte le sfaccettature che Achille Lauro ha imparato a mettere in scena nella sua instancabile ricerca artistica, nel suo continuare a scappare in un qualcosa di diverso appena si cerca di inquadrarlo. Lo si è visto anche a Sanremo, dove tra quadri e costumi ha scelto volti iconici sempre diversi per esprimere – o nascondere? – sé stesso.

 

Ed è qua che c’è l’ennesima sorpresa. Dopo i travestimenti e le maschere, Lauro trova rifugio in una dimensione più essenziale – basta vedere la semplicità del gioco dell'impiccato usato come copertina –, a tratti raccolta, fatta di ballate intime e sincere richieste d’aiuto. Si fa anche portavoce di una generazione in cui si sente pienamente identificato e che celebra in inaspettati inni come Latte+ e Generazione X, con un animo punk che non viene mai compromesso. Neanche quando rassicura la madre – viene in mente Sono un ribelle mamma degli Skiantos – nella title-track, dove ripercorre gli eccessi di una vita vissuta al limite o nelle benedizioni che abbiamo già sentito durante il festival, che riprendono la fascinazione cattolica che da sempre accompagna la sua discografia. Per entrare ancora più nella persona dietro al personaggio, l’abbiamo chiamato e abbiamo fatto una lunga chiacchierata.

Tra il lavoro come direttore creativo e i tuoi progetti, l’ultimo anno è stato intensissimo. Come ti sei trovato in questa doppia veste?

Sai, io sono uno molto attento nel lavoro di ricerca. Con Elektra mi piace molto scoprire le nuove proposte e vedere il nuovo che avanza, soprattutto vedere chi riesce a uscire dagli standard. Anche fare Sanremo stesso quest’anno è stato molto stimolante, perché pur essendo un format classico è stata un’edizione molto varia. Io però sono tutto e niente, mi piace fare tante cose, sono uno che vive per vedere le cose che non esistono e cercare di farle nascere. Mi piace immaginare.

E ti saresti immaginato, due anni fa, di arrivare a tutti?

Quando scrissi Rolls Royce e dissi di portarla al Festival, le persone attorno a me mi dissero che non avrebbe mai funzionato, che ero matto, che dovevo rimanere nell’urban. Invece quando ho un’idea sono molto fermo su quella, anche perché immaginavo che affrontare il primo Sanremo con Rolls Royce non fosse un affrontarlo normalmente. È una cosa che dovrebbe passare anche ai ragazzi, essere convinti di quello in cui si sta facendo, anche se attorno a noi vediamo dello scetticismo. È spiegarlo agli altri che non è facile, al di là di chi critica, anche legittimamente, ma ognuno di noi sa chi vuole essere.

 

Tu però per metterti in mostra scegli spesso i volti degli altri. Come mai?

Le immagini rappresentano la chiave di lettura della storia, questo è molto affascinante. Io voglio portare qualcosa che non sia comune, che non sia uno standard, ma che susciti qualcosa nelle persone, che faccia dire “genio” come “pagliaccio”. C’è sempre chi dice così o colà, non ci sarà mai chi dice: “Ah sì, carino”. Cerco un punto di rottura, però io non voglio che passi il messaggio che mi travesta per fare casino, tutto questo serve solo per sostenere la musica.

La copertina di Lauro invece è molto semplice. Perché?

Il minimalismo è una scelta per questo disco, tutto quello che abbiamo fatto è un ritorno a qualcosa di essenziale. E cosa c’è di più essenziale di un bambino che gioca all’impiccato? E poi c’è anche il fatto che nel gioco non puoi avere il disegno finito dell’omino impiccato e la scritta sotto completata. Qua la O finale è scritta in rosso perché è stata messa dopo, come se stessi barando. Ogni lettera rappresenta uno dei quadri che ho portato a Sanremo, quindi è un discorso va al di là del disco.

In Lauro parli molto a livello generazionale e di come abbiamo perso qualsiasi punto di riferimento. Ti senti un portavoce?

Più che altro io faccio parte di questa generazione e la racconto come la vedo io. Secondo me siamo così, come la generazione X, non crediamo più a niente, non crediamo nel futuro, però va bene così perché quello che io dico è che Dio benedica gli incompresi. Mi sono preso la presunzione e il lusso di parlare di noi, penso sia un disco che parla di stati d’animo comuni. Poi io voglio sempre qualcosa di più, mi dai una cosa ed è già vecchia. Io sono molto coerente in quello che scrivo, parlo di me, quello che si sente probabilmente è quello che è. Come sono partito parlando di certe realtà, in cui magari non vivo più immerso, oggi cerco comunque di fare del sociale. Oggi posso permettermi di non dire più che voglio una vita così, ma che siamo così.

 

In Generazione X celebri l’essere nati sbagliati e tiri in ballo anche “Bukowski di merda”. Che ti ha fatto di male?

Bukowski cosa rappresenta? È la frase sotto il post di Instagram, una citazione da intellettuale qualunquista, la moda pop finto culturale. Quante volte capita di trovarsi la bukowskata buttata là? E secondo me Bukowski sarebbe contento che io stia dicendo Bukowski di merda, perché non vorrebbe essere associato a questo immaginario. Cosa vale ormai l’arte? È diventata una frase sotto una foto.

Sei una rockstar?

A me non piace neanche essere inquadrato dentro il rock. Appena cercano di darmi una definizione mi viene paura. Quando ho iniziato ero l’unico con i pantaloni stretti e la borsetta di Gucci, oggi è culto mondiale. Non perché io fossi un avanguardista, ma nella periferia romana mi vestivo così. Che dovevo fare? Ero già strano, forse anche per questo sono stato notato da Marracash e tutti i nomi grossi. Era già lontano da Colle der Fomento e Truce Klan, anche se per me Noyz è l’emblema di una generazione. Ho visto tanto di quel mondo da piccolo, mi vestivo in modo strano, tutti ascoltavano Eminem e io Califano, Battisti, Mina, Mia Martini e il neomelodico. Anzi ti dico, nelle mie zone il rap non era ben visto, di conseguenza io non mi sentivo di appartenere a quel mondo lì ma cercavo altro.

Con Rolls Royce però hai iniziato ad andare in quella direzione.

Rolls Royce l’ho fatta nel 2016 e lì ho trovato la mia dimensione, non avevo paura di perdere tutto quello che avevo. E comunque se prendi Barabba non è che sia tanto diverso, solo che sto dicendo altre cose. Da ragazzino volevo uscire da una situazione di merda che non mi apparteneva, in Rolls Royce invece urlavo che volevo salire sul piedistallo.

 

In Lauro, come in tutta la tua discografia, è molto presente anche il rapporto con Dio. Come lo vivi?

La religione è un filo conduttore. La mia educazione cristiana è stata determinante e comunque fa parte del bagaglio culturale di tutti. Io però non credo propriamente nella religione tradizionale, ma in qualcosa di superiore sì. Io penso che ognuno sia operaio del proprio successo, ma serve anche una mano dall’alto che guidi il tutto.

È un bel contrasto, se penso che alla religione cattolica è associato un forte bigottismo e che spesso vieni contestato da chi si propone come baluardo della cristianità, come può aver fatto Pillon.

Pillon è un soggetto che ha da ridire sui diritti umani, vedi tutta la discussione sul disegno di legge Zan. Se non è una priorità un diritto umano, che cos’è una priorità? Allora ci sta che chi sia contro questo dica qualunque cosa su di me, che sono un folle, un blasfemo o quant’altro. Io ho un assoluto rispetto per la religione ordinaria, l’iconografia cristiana rappresenta quello in cui io credo. Io vivo in funzione di questa cosa, anche perché come potrei non farlo? Sarei davvero un ingrato verso quello che ho.

In Solo noi lanci una richiesta d’aiuto: “Salvami te”. A chi ti rivolgi?

In quel brano parlo di quella che penso sia una caratteristica comune, cioè del sentirsi soli e, allo stesso tempo, di far parte di qualcosa di molto grande, e che non si limiti alla mia generazione. La richiesta d’aiuto quindi la si può interpretare come si vuole, che sia rivolta a un’altra persona, a un essere divino. Siamo tutti parte di qualcosa che non conosciamo.

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Tu hai molte persone attorno. Com’è starti vicino?

Io sono un rompicoglioni, nel senso che sono un maniaco del dettaglio e quando sono convinto di una cosa faccio valere le mie idee. Allo stesso tempo però mi circondo di gente creativa e capace, che più che mi dica “bravo” che abbia il coraggio di dirmi che fa schifo. Anzi, più mi dici che fa schifo più io metto in dubbio la mia idea, la analizzo di più, apro un dibattito sul perché non funzioni. Le persone di cui mi circondo sono fondamentali per quello che faccio. Tutti quelli che lavorano con me devono avere la passione di farlo perché è un lavoro che vince guardando il dettaglio, non facciamo le cose con lo stampino. E alla fine è come stare sulla musica 24 ore al giorno, quindi vince chi non dorme proprio.

In Lauro manca Boss Doms, che si sta dedicando al suo progetto solista. Pesa la sua assenza?

Io sono contento per Edoardo (Boss Doms, ndr), perché so quanto gli piaccia fare il suo percorso, quindi io stesso con altre persone sto promuovendo il suo album. Mi rendo anche conto che per fare quello che sto facendo io bisogna dare anima e corpo, così come lui doveva dare anima e corpo nel suo progetto. Dato che ci sono anche io nella sua produzione, voglio che stia in studio tutto il giorno e che tiri fuori il pezzo che spacchi il mondo, perché io credo in lui.

E il rapporto con tua madre che ruolo ha in quello che fai?

Mia madre è la prima persona che devo ringraziare, sempre, perché bene o male c’è sempre stata. Adesso lei lavora con me, quindi a questo punto anche lei fa parte di questa macchina. Mi sento in dovere di fare cose belle verso gli altri anche per questo, io puntualmente vivo confrontandomi con i problemi degli altri e cercando di aiutare chi posso perché mia madre ha vissuto tutta la vita così.

 

Immagino che quando hai cominciato la tua carriera non deve averla presa benissimo.

All’inizio i genitori, i nonni, tutti quelli che ti conoscono pensano che tu sia impazzito quando dici di voler fare il cantante. Il mio percorso scolastico è stato inesistente, ero un ragazzo fuori controllo, di conseguenza io non ho mai detto a mia madre che scrivevo. Quando ero ragazzino mi trovava alle 7 di mattina sveglio a scrivere. Lei ha scoperto che facevo musica quando è uscita la mia prima intervista su una rivista importante, in occasione di Achille Idol Immortale. Io non vivevo con mia madre ma con mio fratello da quando avevo 13 anni in una comune circondato da artistoidi romani e scoppiati, scrivevo cose molto personali e mi imbarazzava parlarne, perché non ho mai avuto un rapporto stretto con i miei genitori. Mia madre era presente a livello emotivo, ma non ho mai condiviso niente. Quando ha scoperto quest’intervista, mi ha chiamato e mi ha detto: “Non riesco a capire”. Quindi lì ho dovuto spiegare cosa stava succedendo.

E l’ambiente che ti circondava all’epoca com’era?

Noi siamo stati in mezzo alla merda non solo come famiglia, ma anche come ragazzi. Quando abitavo con mia madre lei ha adottato due ragazzini, un’amica di mio fratello che era in una brutta situazione, una ragazza a scuola con noi la cui madre aveva problemi di alcolismo e viveva in una stanza di un metro quadro, quindi capisci che io sono vissuto in mezzo a figli di nessuno. Quando tornavo a casa, mia madre mi comprendeva, vedeva in noi sempre del buono e non ci trattava come reietti.

Come se ne esce?

La mia fortuna è che, per quanto non conosca mio padre, per quanto abbia avuto un rapporto folle, sono comunque figlio di brave persone. Sono uscito da una famiglia onesta, mio padre ha fatto il professore universitario tutta la vita, ha preso anche grandi riconoscimenti per tutto quello che ha fatto a livello culturale. Poi io ho un rapporto folle con la mia famiglia, ma quello è un altro discorso, sono stato fortunato perché i miei hanno avuto la possibilità di studiare e soprattutto vivevo in un quartiere popolare affianco a una zona bene, quindi a scuola c’era di tutto.

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È anche per questo che sei riuscito a smarcarti dalla mascolinità tossica dell’ambiente rap? Penso in particolare al singolo Marilù.

Marilù è la storia delle donne, ma anche di tutti. È un manifesto femminista, perché rivendica la possibilità di una donna di prendere decisioni nella propria vita. Per dove sono cresciuto, il machismo è una roba che mi ha fatto venire il disgusto. Questa è solo la punta dell’iceberg però, arriva da persone senza cultura, senza interessi, senza prospettive, che non hanno rispetto per gli altri e per se stessi, sono tutto un insieme di cose di cui fa parte anche la considerazione sbagliata della donna. Purtroppo è tipico di una fascia di persone che non hanno ricevuto un’educazione e non è neanche colpa loro, alcuni sono stati abbandonati. A Roma ci sono dei quartieri dove non si soffre la criminalità, ma l’abbandono, che è molto peggio. Ho letto un esperimento interessantissimo sull’utilizzo di stupefacenti sui topi. Questi topi, se messi in delle gabbie enormi piene di stimoli, si allontanavano dalla dipendenza. Non è molto lontano da un essere umano che si trova in una realtà dove non c’è nulla, dove non puoi prendere in mano uno strumento o leggere un libro.

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L'articolo Io, Dio e la mia generazione di incompresi: a tu per tu con Achille Lauro di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2021-04-15 14:09:00

Tag: album

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