Adriano Viterbini: "La mia musica è come me: libera e figlia del mondo" Intervista

Tutte le foto sono di Guido Gazzilli - Tutte le foto sono di Guido Gazzilli -
16/11/2015 di

"Film O Sound" di Adriano Viterbini è sicuramente uno dei nostri dischi dell'anno: un album ispirato, visionario, a tratti ossessivo. Un disco bello e importante che ci andava di approfondire parlandone con il suo stesso autore.

Molti pensano a te come a un bluesman vecchio stile, soprattutto avendo in mente il tuo disco precedente, "Goldfoil". In realtà, ascoltando un pezzo come “Tubi innocenti”, salta all’occhio un Adriano più rocker che bluesman, o comunque molto molto aperto alla sperimentazione. 
Adoro ascoltare tanta musica, di ogni tipo, trovo continuamente cose interssanti che alla fine entrano a far parte del mio vocabolario. Il blues è stato il mio primo amore, è partito tutto da li, questa musica commuove e coinvolge ed esalta, un linguaggio semplice e pieno di sfumature, un veicolo notevole di espressione. Sono però figlio di un altra epoca, a differenza di molti, io non ho cominciato a suonare la chitarra dopo aver ascoltato Hendrix ma dopo aver visto Kurt Cobain su Mtv. Trovai tanta malinconia anche nella musica elettronica, e l'idea di poter riprodurre suoni di altri strumenti con la chitarra, senza l'ausilio di effetti divenne una mia attitudine. Presi come riferimento Ry Cooder, personaggio sempre curioso, alla ricerca di stimoli, fuori da ogni moda, solo sostanza. Ho studiato sui suoi dischi come uno studente fa con il libri, ho percepito l'idea di fare musica in modo astratto, libero senza incanalarmi in un solo genere facendo emergere la mia personalita ed "tono" della mia chitarra.

Molti dei tuoi riff sembrano avere la capacità di ipnotizzare ed evocare visioni per così dire sciamaniche (penso a "Nemi" su tutte). Quanto contano per un musicista come te i sogni e le visioni? 
Mi trovo completamente a mio agio nel suonare melodie cicliche, immediate, ossessive, ritmiche, semplici. Riescono a portarmi altrove e a farmi sentire meglio, non so per quale motivo. Molto probabilmente la ricerca di un'attitudine primitiva, il suonare con linguaggio diretto sono aspetti che da sempre mi interessano, che sento necessari aldilà del genere. Non ricordo mai i sogni di adulto come quelli da ragazzo, non so perché; credo però il sogno sia la chiave. Io ho sempre sognato, desiderato di fare quello che faccio oggi, e se non avessi avuto quel faro, ragione, motivazione, probabilmente oggi farei altro.

A proposito di sogni, spesso gli artisti immaginano luoghi che forse mai visiteranno nella vita: penso all’Africa sahariana di Bombino, o a quella tribale di un pezzo come “Malaika”. Tutti posti presenti nel tuo disco, per il quale di fatto si è parlato di “antropologia musicale” 
Sono continuamente in viaggio, credo che un musicista debba fare tanti chilometri per cercare qualcosa. Oggi con internet è tutto più semplice, resta però a mio avviso fondamentale uscire di casa e partire per seguire il proprio obiettivo (nel mio caso potrebbe essere imparare musica o cercare delle idee, confrontarmi). Vorrei ad esempio andare in Giappone e ascoltare la loro musica, ci sono cosi davvero interessanti lì, allo stesso tempo vorrei approfondire molto la musica tradizionale italiana. Amo viaggiare negli Stati Uniti, mi sento completamente a mio agio da quelle parti. Il mio concetto di casa è po' astratto, prima o poi mi fermerò da qualche parte però.

“Film-O-sound” è il nome del proiettore che hai utilizzato per registrare tutto l’album, grazie alla sua sezione audio interamente valvolare. Se pensiamo all’evoluzione che la musica ha avuto in questi anni, sia dal punto di vista tecnico che da quello del bacino d’utenza, è un’operazione di grande fascino la tua. Che rapporto hai con la tecnologia musicale? 
Sì, il Filmosound suona da dio, pochi watt, suono pulito e tondo, quello di cui avevo bisogno in questo disco. È stato divertente lavorarci su con mio padre, fare esperimenti e trovare il tono giusto per il mio strumento. A casa ascolto musica con il computer, con il giradischi o con casse bluetooth, giro in macchina e ascolto i miei cd. Sono curioso e attento alle novità teconologiche in campo audio e allo stesso tempo studio dal passato. Per ascoltare per bene la musica a mio parere ci vuole prima di tutto un po' di tempo e di relax, poche distrazioni per lasciarsi coinvolgere (quando succede) dalle emozioni. Per ora il mio supporto preferito rimane il cd.

Parlando di strumenti musicali, “Bakelite” è anche il nome del materiale con cui si costruivano alcune chitarre anni fa. C’entra qualcosa con la scelta di questo titolo?
Il brano nasce da una jam, io e Stefano Tavernese (mio caro amico, sopraffino musicista) in una stanza, pochi fronzoli, blues. Di Bakelite furono costruite alcune tra le prime lapsteel, con dei pickup formidabili di cui sono fan... un suono micidiale!! Il nome mi piaceva, quindi ecco il titolo. Tra le mie chitarre, lo strumento con più anima e personalità è la mia Barclay Bobkat degli anni 60, è meravigliosa per il blues distorto e fangoso; la Gibson 335 con p-90 ha un suono morbido e dinamico, duttile e poliedrico, accordata standard va bene per tanti generi musicali diversi. La mia prima strato-coodercaster (corpo blu, messicana) che ho modificato negli anni, cambiato manico, meccaniche e pickup, per suonare con lo slide è grandiosa, ma so che con qualche accorgimento può suonare ancora meglio. Nonostante questo non sono un fissato degli strumenti, spesso le mie chitarre sono sporche e cambio poco volentieri le corde.

“Bring It On Home” è l’unica traccia cantata del disco, grazie alla collaborazione con Alberto Ferrari dei Verdena. Ci racconti come è nata la vostra amicizia, e perché hai deciso di fargli cantare proprio questa canzone?
Mi affascina il suono del canto di Alberto, lo trovo pieno di passione, sapienza sensibilita' e grezzezza. Ho sempre stimato i Verdena, a mio parere un'eccellenza italiana, e mi sarebbe piaciuto poter collaborare con loro. In questi due o tre anni ho arrangiato il brano di Sam Cook per sola chitarra, ma alla fine non mi ha mai convinto abbastanza. L'dea di poter fondere una voce sincera e contemporanea come quella di Alberto, con il mitoco brano soul mi è sembrata da subito una buona idea, quindi gli ho semplicemente proposto la cosa.

“Five Hundred Miles”, il brano conclusivo, ha in sé la malinconia e la delicatezza di un uomo schivo e solitario. Quest’etichetta ti è stata spesso affibbiata, soprattutto dopo il periodo di pausa con i BSBE. Come vivi questo dualismo tra lavori solisti e progetti collettivi?
In me convivono tante emozioni, in questi anni ho avuto il naturale bisogno di esprimerle, senza paura, provando a realizzare buona musica, la cosa che mi interessa più di tutto: emozione e qualità aldilà del genere musicale.

La tua musica ha ottime potenzialità di riscuotere un grande successo anche fuori dall’Italia. Lo stesso vale per i lavori recenti di altri artisti italiani, che però non sono interessati a farsi conoscere all’estero. Tu stai lavorando a qualcosa in questa direzione?
I miei dischi da solisti escono regolarmente negli USA ed in Europa, perché dovrebbero fermarsi solo in Italia? In Italia il sistema discografico è ancora un po' incastrato, ma le cose cambiano, a mio parere sempre in meglio. I ragazzi vogliono confrontarsi ed imparare, non si accontentano e osano, e sono certo che tra qualche anno le band italiane faranno sempre più spesso tour mondiali. La mia musica è come me: libera e figlia del mondo.

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