Africa Unite - Con il rock'n'roll si diventa vecchi, con il reggae si diventa saggi Intervista

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28/04/2015 di

Non è azzardato affermare che gli Africa Unite hanno inventato il reggae in Italia, o quantomeno in italiano. Quasi trentacinque anni sono passati dai loro esordi, e rimangono ancora una band con un grande seguito e che non ha paura di reinventarsi, senza snaturarsi. Lo dimostra con il nuovo album “Il punto di partenza”, disponibile in free download e acquistabile solo ai concerti, che affronta nel loro consueto stile una serie di tematiche di grande attualità: ne abbiamo parlato con Bunna e Madaski, in una chiacchierata mattiniera via Skype. 

Tornate dopo cinque anni con un disco più cupo, più incazzato, più elettronico, più madaskiano se mi passate il termine. Cosa è cambiato da"Rootz", l'ultimo disco di inediti, ad oggi?
BUNNA: Be’, sicuramente questo è stato un disco più “sofferto” rispetto agli altri, non ci abbiamo mai messo cinque anni per fare un album, in genere ne facevamo uno ogni due anni. Questa volta è stato più complicato arrivare alla fine delle canzoni e di tutto quanto, e il risultato penso possa essere quello che ci hai sentito tu.
MADASKI: È stato forse più meditato, e sicuramente rispetto a “Rootz” è un disco più madaskiano, ma non è una novità: come all'interno dei dischi ci dividiamo le canzoni e le atmosfere, all'interno delle varie edizioni di Africa Unite ci sono momenti in cui si sente in maniera più pesante la mia mano, come senz'altro in quest'album. Ma credo che rispetto ad altre situazioni passate qui sia più amalgamato col resto, per una questione più di maturità. Credo, o meglio spero, perché non dovrei essere io a dirlo, che questo sia un disco che riflette la maturità di una band che a un certo punto dovrebbe anche averla. Non siamo più alle prime armi, per così dire...

Questa lavorazione lunga l'ho sentita molto nei testi, che in questo disco ancora più che in altri hanno una grande importanza. Ne “Il punto di partenza” vengono fuori alcuni temi che si sente che "covavano" dentro da un po'. Non c'è il rischio che qualcuno vi accusi di essere troppo sentenziosi?
BUNNA: Certamente non era la nostra intenzione: se vai ad ascoltare attentamente, tra le righe, cerchiamo semplicemente di fotografare la nostra percezione delle cose, senza nessuna presunzione di voler fare gli insegnanti. Ma anche questa non è una cosa nuova, è sempre stato il nostro approccio, forse questa volta l'abbiamo palesato un po' di più.
MADASKI: Comunque hai ragione a dire che i testi qui sono fondamentali più di altre volte, e sono contento di essermi preso molto più tempo per scriverli. Anche qui, torno sul discorso di prima: ci giochiamo la carta della maturità, la maturità è fatta di esperienza, di sbagli da cui si impara. Quindi io non direi che è un disco sentenzioso, ma senz'altro ci sono delle posizioni molto precise, di cui ad esempio un pezzo come “Riflessioni” è un po' il manifesto, all'interno di quella che potrebbe essere una polemica interna al mondo del reggae.



Non c'è il rischio che alcune battaglie, come quella sul patois e sugli "stereotipi del battere e levare", vengano capite solo da chi conosce bene il genere? In fin dei conti voi avete un pubblico molto trasversale rispetto ad altri, per età ma anche per ascolti.
MADASKI: È una buona obiezione, però “Riflessioni” è un pezzo su undici, quindi meno di un decimo delle tematiche che vengono affrontate. Con quel pezzo abbiamo voluto sottolineare la nostra visione sul genere, che è sempre stata estremamente coerente, peraltro mettendola in una canzone che è paradossalmente molto reggae. Cerchiamo di farlo con una certa ironia e anche un certo divertimento, che speriamo venga avvertito. Semplicemente diciamo: il reggae noi l'abbiamo inteso in questo modo, all'inizio abbiamo cantato anche noi in inglese, mai in patois comunque, e poi abbiamo scelto l'italiano, che ci sembrava un modo per dare, come dici tu, la trasversalità alla musica degli Africa Unite. Quando cantiamo “Amo la mia lingua e la sua bellezza” siamo veramente convinti che la lingua italiana sia molto bella e sia musicale.
Per anni e anni la nostra lingua è stata pensata in maniera non musicale o comunque legata soltanto a un certo genere, quello sanremese. Noi abbiamo dimostrato, negli anni '90 insieme a molti altri gruppi di quella ondata, che la lingua italiana era applicabile al rock, al reggae e ai generi internazionali. Questo significa il pezzo: a noi interessa poco delle scelte personali degli altri gruppi, se uno vuole cantare in patois è padronissimo di farlo. Ricordo solamente che il patois è nato come storpiatura dell'inglese, una lingua con rispetto parlando “ignorante”, del popolo, per esprimere concetti popolari, tipici di quel tipo di cultura: trovo solo un po' contorto il fatto di essere italiani e di fare il copia e incolla di testi giamaicani con delle espressioni che non ci appartengono per tirare fuori dei concetti che a loro volta non ci appartengono, essendo propri di un'altra cultura. L'omologo del patois, se vogliamo ben vedere, è il nostro dialetto, che ad esempio i Sud Sound System usano splendidamente nel reggae e che io ho sempre considerato geniali per questa intuizione.
BUNNA: Poi chiaramente i gruppi che cantano in patois hanno anche delle mire diverse, noi ci siamo sempre rivolti a un pubblico fondamentalmente italiano. Chi canta in patois vuole parlare a un pubblico più internazionale, tende a quella scena lì.
MADASKI: Mah, io ci credo poco a questa cosa. Chi fa le cose in inglese o in patois le fa perché è molto più facile, perché la musica reggae è nata in quel modo lì ed è facile clonarla in quel modo lì. Lo fai anche tu, Bunna, quando partorisci un pezzo che non ha ancora il testo, lo canti in una specie di patois. Traslare questo sound in un'altra lingua è un'operazione che richiede più attenzione, ed esprimere concetti in italiano è cosa più complessa di fare il copia e incolla di quelle solite quattro frasi che caratterizzano il reggae.

Un'altra posizione che prendete in maniera forte in "Riflessioni" è quella contro le derive misticiste, un po' artefatte, di molti dischi reggae. È una posizione che chi conosce gli Africa già aveva intuito da tempo, e che avete affrontato ad esempio in un pezzo "Mr. Time" (“non cerco Dio, Shiva o Allah, non credo in Rastafari, Satana o Jah”), ma mai come ora è espressa in modo tanto chiaro. Perché così, perché ora?
MADASKI: Perché Madaski più si avvicina alla morte più diventa ateo (ride).
BUNNA: In prima battuta prendiamo le distanze da quel tipo di misticismo legato all'immaginario classico del reggae, perché pensiamo che quella roba lì abbia un valore e un senso per un giamaicano che guarda all'Africa in un determinato momento storico, anche abbagliato dalle profezie di Marcus Garvey. Per noi, italiani che abbiamo avuto la fortuna di avere un certo tipo di cultura, di insegnamento, risulta davvero un po' difficile credere che uno come Hailé Selassié possa essere riconosciuto come un Messia.
MADASKI: Poi facendo un pezzo reggae e parlando dei cliché del reggae andiamo anche ad affrontare il tema del misticismo, ma ce ne sono anche altri, come la marijuana. Nel pezzo sono in ordine sparso, comunque, non di importanza.



Parliamo del singolo, "L'esercito con gli occhiali a specchio": è ispirato a un testo di Quit The Doner ma comunque scritto da te, Madaski. Viene quasi da pensare a una versione aggiornata al 2015 di "Soffici sapori" (da “Un sole che brucia”). Se un tempo era la pubblicità a dettare i ritmi della nostra vita, ora sono i social, in cui siamo noi stessi pubblicità
MADASKI: Siamo noi stessi pubblicità e pubblicità di noi stessi. E per questo nei momenti più bui dei social viene fuori quel cocktail micidiale tra ignoranza e voglia di apparire a tutti i costi, che diventa a volte un detonatore di situazioni drammatiche, come chi uccide e va online dichiarando di averlo fatto, o anche semplicemente i linciaggi dei ragazzini nelle scuole medie messi su YouTube come trofeo di prevaricazione.

BUNNA: Per assurdo anche il termine “social” è paradossale: uno usa i social per essere sempre più solo, alla fine, per farsi i selfie, per far vedere che ha fatto qualcosa, stando però alla sua scrivania e costruendosi una realtà che rimane lì, è un circolo vizioso che spesso non ha degli sbocchi nella vita reale.

"Thanks and praises" è un pezzo bellissimo. Magari prendo una cantonata, ma sembra quasi di sentire un congedo al vostro "zoccolo duro", un guardarsi indietro e ringraziare per poi tornare a guardare avanti. Non vi sto chiedendo se vi state per sciogliere, ma se sta per aprirsi una fase nuova del vostro lavoro.
BUNNA: Be', noi finora abbiamo seguito un percorso classico, coi dischi, i concerti e tutto quanto, un approccio che forse adesso può sembrare superato. Ma guardandoci indietro, il fatto di essere ancora qui dopo oltre trent'anni a parlare di questo progetto che fa ancora delle cose nuove, è una cosa che ci rende molto orgogliosi. E quel pezzo vuole essere un ringraziamento a quelli che ci hanno supportato in questi anni e ci hanno fatto diventare quello che siamo. La cosa fondamentale è capire che le cose cambiano, cambia la musica e il modo di usufruirne, chi l'ascolta e come l'ascolta, ed è fondamentale trovare delle nuove modalità per proporsi.



Parlando di nuove modalità, avete scelto per questo disco l'autoproduzione totale. Come se non bastasse, lo avete regalato in free download e avete regalato anche il cd fisico al pubblico dei primi due concerti. Un grande passo per una band che ha vissuto il momento d'oro della discografia italiana, e che comunque ha un suo nucleo di fan radicato. È quasi una scelta di campo.
MADASKI: Sì, è una scelta di campo ed è anche dovuta al fatto che un po' tutti i gruppi di livello simile al nostro ne parlano continuamente, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di farla. Noi l'abbiamo fatto e sta andando benissimo, in due giorni abbiamo avuto oltre 10.000 scaricamenti del formato wave, e per noi è tanto, tanto perché non è una cosa ormai neanche più da dare per scontata. La soglia di attenzione e di curiosità si è talmente abbassata che non è detto che funzioni automaticamente l'ottica del “lo diamo gratis”, perché se uno vuole ascoltarselo gratis va su Spotify. Noi siamo sorpresi di questa risposta così positiva, non eravamo così sicuri che funzionasse. Ma se ci pensi è il naturale proseguimento, sviluppo, degli Africa Unite, che sono sempre stati una live band. In questo momento tutti piangono miseria, ma tutti chi? Tutti quelli che non hanno mai fatto il live, che hanno puntato semplicemente sul prodotto perché era artefatto o fatto in studio. Per noi non è cambiato molto, sostanzialmente: puntiamo ancora di più sul live, il che vuol dire la veicolazione maggiore possibile del tuo prodotto. Abbiamo la tecnologia, che ci permette di farlo, non la demonizziamo assolutamente.

Com'è cambiato il vostro pubblico in questi ultimi anni?
BUNNA: La cosa sicuramente positiva è che quando guardiamo dal palco vediamo pochi nostri coetanei e tanti giovani... Aspetta, forse positivo non è il termine giusto, ma non si può certo pretendere che solo cinquantenni che hanno ovviamente famiglia e altri impegni possano riempire un club per vedere un concerto degli Africa! Comunque, vediamo molto pubblico giovane, e questo ricambio generazionale è una cosa che fa ben sperare: nonostante siamo vecchi anagraficamente sia come gruppo sia come persone, per fortuna la musica che facciamo riesce a incuriosire e interessare le nuove generazioni.
MADASKI: Con il rock'n'roll si invecchia, con il reggae si diventa saggi (ridono)
BUNNA: In effetti l'abbiamo fatto più volte questo discorso, che una rockstar quando diventa vecchia sembra sempre un po' patetica, sembra un po' la caricatura di sé stesso, mentre se guardi i gruppi giamaicani che hanno settant'anni esprimono saggezza, non sono patetici, assolutamente. Quindi bene o male ci siamo infilati in un genere che ci consentirà di andare avanti per un sacco di anni! 

L'anno prossimo saranno trentacinque anni da quando avete cominciato, cosa significa per voi suonare reggae oggi?
BUNNA: Be', per prima cosa a noi piace ancora moltissimo quello che facciamo, salire sul palco e suonare, e quando il pubblico ti dà un buon feedback la cosa innesca un dare e ricevere che ancora è in grado di emozionarci. Poi ovviamente suonare reggae per gli Africa può voler dire una cosa diversa di quello che vuol dire per i Boom Da Bash o i Mellow Mood, Raphael o Mama Marjas, artisti giovani che apprezziamo molto in quello che fanno. Noi, come dicevi tu, siamo sempre stati trasversali, l'origine della nostra ispirazione arriva da lì, chiaramente in tutti i dischi abbiamo cercato un po' di sconfinare e trovare delle strade nuove. La cosa rimasta è quell'attitudine che ci è arrivata già dai primi tempi, quando ascoltavamo Marley per la prima volta, che è quella di dire sempre qualcosa, di usare il reggae per far passare dei messaggi. E penso che questa sia la cosa che più viene fuori, ascoltando gli Africa Unite. Allora come oggi.

Tag: reggae

Commenti (1)

  • Faustiko Murizzi 07/05/2015 ore 08:17 @faustiko

    Come sempre lucidissimi. Lunga vita agli Africa Unite.

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