Come scegliete i vostri talenti? Risponde Ala Bianca Records Intervista

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15/02/2017 di Giorgia Mortara di Sounday

In questa rubrica a cura di Sounday le migliori etichette italiane ci spiegano come fanno a scegliere i propri artisti, ovvero l'A&R, il magico incontro tra un talento e un cacciatore.

A&R è una sigla che sta per Artisti e Repertorio, una divisione di una casa discografica che si occupa di scovare nuovi talenti e di monitorare l’andamento del catalogo. Senza dubbio è un reparto di cruciale importanza per il mondo musicale, ma da tempo ha subito un forte scossone: il talent scout nasce nei piccoli live club, nelle sale prova, nelle cantine e sulla strada. E oggi?

In queste interviste analizzeremo la trasformazione di questa attività e l’impatto che internet ha avuto su di essa. Il sesto appuntamento è con Antonio Tavoni di Ala Bianca, una compagnia di Edizioni e Produzioni musicali che dal 1978 opera sul territorio italiano ed estero. Ala Bianca ha maturato negli anni un ampio catalogo editoriale, composto da diverse migliaia di titoli di autori italiani e stranieri, taluni molto noti quali: Dario Fo, Enzo Jannacci, Alan Sorrenti, Marlene Kuntz, Roberto Vecchioni, Nomadi, Vladimir Vysotskij, Paolo Benvegnù, James Senese, Francesco Motta, Giovanni Truppi, e tanti altri. Dal 1986 Ala Bianca diventa anche casa discografica, con una produzione differenziata tra canzone popolare, d’autore, musica rock, pop, latina, world e dance.



Ciao Antonio, in base a cosa decidete quali dischi pubblicare?
Le considerazioni quando si devono fare queste scelte sono tante, ma sostanzialmente si risolvono in due aspetti fondamentali: da un lato ci deve convincere quello che ascoltiamo mentre dall’altro dobbiamo ritenere che quel progetto sia adatto a noi e al tipo di lavoro che facciamo. Può sembrare una definizione vaga, ma non lo è. Ogni etichetta ha caratteristiche precise che la rendono adatta a fare cose diverse. Talvolta si tratta di essere focalizzati su di un genere. Nel nostro caso si tratta piuttosto nel fatto di avere una storia e un network di partner che ci siamo creati in Italia e nel resto del mondo, partner che condividono le nostre scelte e il modo in cui operiamo.

Come fai scouting di nuovi talenti?
In modo molto classico direi. Si va da quello che scopriamo noi in prima persona girando tra il web e i concerti, a quello che ci viene segnalato o proposto da altri addetti ai lavori, fino ovviamente alla mole di messaggi che riceviamo direttamente da chi si propone via mail. L’ordine in cui ho messo questi tre canali non è casuale perché per esperienza posso dire che rispecchia sia l’ordine di priorità con cui facciamo le nostre valutazioni sia il numero di riscontri positivi che diamo. Con questo non voglio sottostimare il lavoro di chi spedisce una mail con relativi link all’ascolto del proprio materiale, riponendo in questo passione e aspettative. Ma è un dato di fatto che per diversi motivi questo è il metodo meno efficace per andare a segno. È un discorso di filtri, di cui noi per primi abbiamo bisogno. Se sono io che mi muovo perché colpito da un artista, oppure perché qualcuno di cui apprezzo le capacità in questo settore mi fa quel nome, chiaramente un filtro c’è già stato, si sono già accese delle lampadine, e dunque più alta è la possibilità che la cosa interessi davvero. Quando invece apro le mail degli artisti che si auto propongono questa assenza di filtri non sempre, ma spesso, può coincidere con problemi che impediscono di prendere i progetti realmente in considerazione. Può essere perché il prodotto è fuori fuoco musicalmente, perché noi non ci occupiamo di quel genere, perché non sarebbe male, ma manca quel minimo di lavoro di rodaggio che un artista dovrebbe fare su se stesso prima di cercare un’etichetta.

Come è cambiato l’A&R nell’epoca del digitale? Trovi che si sia semplificato?
Per molti aspetti questo è indubbio. Chiaramente adesso in pochi click puoi ascoltare qualcosa, puoi farti un’idea del gruppo che ti ha incuriosito o dell’artista che ti hanno proposto o ancora che ha inviato un suo link. Puoi vedere quanto suona e dove, eventualmente con chi ha lavorato, avere un colpo d’occhio su chi lo segue. Questo chiaramente è rivoluzionario rispetto al passato e ti dà almeno in parte anche una proiezione sul futuro che puoi andare a costruire con quell’artista, cosa che una volta era pura speculazione. Ma, al di là della sfera digitale, è sempre solo quando incontri qualcuno che capisci se hai davanti una persona con cui ci si intende, che realmente ti affascina per l’arte che può esprimere, e puoi valutare se credi ci lavorerai bene insieme o meno. Noi gli incontri di lavoro più importanti li continuiamo a fare in trattoria… uno dei vantaggi di avere la sede a Modena.



Utilizzi piattaforme di music streaming?
Certamente. Devo dire che per abitudine e praticità quella con cui mi trovo meglio è Spotify, anche perché una volta aperto lì un primo account e sincronizzato tutti gli strumenti che uso su quello, da utente non ho sentito il bisogno di averne in realtà altri. Ma cerco di farmi periodicamente un giro un po’ su tutte le piattaforme, diciamo per tenermi allenato...

Conta più la musica o il numero di like social?
Se non c’è la musica non c’è niente. D’altro canto è difficile che un artista che ha qualcosa da dire non abbia un minimo di seguito sui social. Direi che non vedo due opposti, ma piuttosto due aspetti dove dovrebbe esserci una certa coerenza, un equilibrio che varia anche a seconda del genere, del pubblico di riferimento, della visibilità che quel progetto ha raccolto o meno anche su altri canali e così via.

Quanto è responsabile l’etichetta del successo degli artisti che cura e quanto l’artista è responsabile della buona riuscita del proprio progetto?
L’artista è il carburatore, l’etichetta la scatola del cambio. Se l’artista non apre il gas non serve a niente cercare di innestare la marcia più alta, anzi, si rischia solo di strozzare il motore. Se l’artista invece apre la valvola già di suo, ci mette musica sempre migliore, è creativo, impara dagli errori, si muove in prima persona per spingere il suo progetto, ecco che allora l’etichetta giusta può ingranare e via via allargare le potenzialità di questo motore. Proprio come è più difficile fermare una macchina lanciata in quinta che non una che ancora non è in seconda, così un artista che ha lavorato e che è stato lavorato bene può godere di una spinta che gli fa da volano.

Tra le vostre ultime pubblicazioni spiccano molte colonne sonore di pellicole, tra cui quella di "Fuocoammare", fresco di nomination all’Oscar 2017 come miglior film documentario. Ci spieghi come funziona l’iter promozionale di una OST (Original Soundtrack) e come si differenzia da una pubblicazione ordinaria?
Nella maggior parte dei casi quando si realizza una colonna sonora originale si tratta di “vestire” il film con musiche la cui fruizione è comunque legate alla pellicola e che difficilmente avranno vita a sé. In altri casi invece, vuoi per la particolarità del prodotto, vuoi per i nomi coinvolti, la colonna sonora assume una sua autonomia che la rende per tanti aspetti non così diversa da un’uscita discografica. Un esempio molto chiaro di questo per noi è stata la colonna sonora di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, che abbiamo prodotto insieme ad RTI (e che com’è ben noto ai più non contiene però solo musiche originali). Il film è diventato un fenomeno anche al di là dello schermo e qui la musica ha avuto un ruolo di primo piano. In questo caso non solo abbiamo stampato il cd e poi licenziato la stampa del vinile a Tannen Records, ma addirittura la colonna sonora uscirà in cd anche in Giappone, Korea e Taiwan, dove il film è già uscito bene. Per quanto riguarda la nostra produzione più recente si tratta invece della colonna sonora del film "L’ora Legale" (Ficarra e Picone), con musiche originali di Carlo Crivelli. Registrata con l’orchestra all’interno della nuova Paper Concert Hall del Conservatorio de L’Aquila, si tratta per certi aspetti di un lavoro più classico, ma non meno stimolante.



Che consigli vuoi dare a un artista che dà il via a un nuovo progetto?
Dando per scontato che alla base bisogna sempre lavorare prima di tutto per la qualità della musica e nel tessere relazioni positive per il progetto, credo che la cosa più importante oggi per un artista agli inizi, ma non solo, sia dotarsi di conoscenze serie sul funzionamento dell’industria musicale. Quello che mi trovo a consigliare spesso, ad esempio, è di prestare attenzione al giro che fa il denaro. Capire come fa ogni diversa figura nel settore a mettersi la sua parte in tasca alla fine della giornata aiuta a capire cosa stiamo in realtà chiedendo quando ci rivolgiamo a ciascuno di loro e aiuta ad entrare in contatto in modo professionale e proficuo. Può sembrare un discorso arido ad uno sguardo superficiale. Ma se compreso questo aiuta in modo determinante a distinguere una cattiva proposta da una buona, a capire chi fa veramente l’etichetta e rischia in prima persona insieme all’artista, perché crede nel progetto, e chi invece fa sembrare un contratto discografico quello che tale non è.
Infine ritengo fondamentale capire cos’è e come si esercita il diritto d’autore, così come i diritti di interprete-esecutore. Pochi hanno la pazienza di documentarsi e troppi si limitano quasi sempre ad aspettare il rendiconto Siae (o altro, ad es. per i diritti connessi), o a piangere miseria e dire che tutto è uno schifo, senza rendersi conto a monte di cosa stiamo parlando e di come sono generati i proventi, di quanto poi questi dipendano dall’artista e da chi lo circonda. Da questi diritti arriveranno sempre più risorse. Ma attenzione, proprio per questo potranno arrivare anche la maggior parte delle fregature per chi sceglie di non sapere...

Tag: rubrica sounday

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