Albedo - Le persone fanno la differenza, non i posti in cui viviamo Intervista

13/03/2015 di

Dopo aver esplorato il corpo umano con "Lezioni di anatomia", gli Albedo tornano con l'ottimo "Metropolis", un disco diverso per la storia che c'è dietro (una sorta di Odissea in una città che ricorda quella dell'omonimo film di Fritz Lang) e per il suono che porta avanti, a metà tra cantautorato e post rock. Il cantante Raniero Federico Neri d'altronde è uno dalle idee chiare su tutto: scienza, fantascienza, fede, sfruttamento, politica, musica, concept, social network. Ecco, solo gli alieni lo mettono in difficoltà.

Il film “Metropolis” di Fritz Lang inizia e finisce con questa frase: “Tra la testa e la mano il mediatore deve essere il cuore”. Uno dei vostri brani migliori del disco precedente si intitola “Cuore”. La scintilla per il nuovo album è nata da questa frase?
È una coincidenza fortuita. "Metropolis" è un titolo che vuole rendere omaggio a un film di fantascienza che negli anni è stato un po' snobbato dalle nuove generazioni, abituate a un altro tipo di sci-fi. Io mi ero appassionato non tanto al film ma più che altro a quello che stava dietro al film, ovvero alle difficoltà di fare un film di fantascienza a quei tempi (gli anni Venti del secolo scorso, ndr). La fantascienza peraltro è una mia grande passione, così come gli alieni. È una cosa per la quale mi prendono molto in giro, questa degli alieni.

Credi agli alieni?
Ma no.

A me puoi dirlo, tanto non lo scrivo.
Fa molto complottismo questa storia degli alieni.

Si interrompe la telefonata, cade la linea.

Come interpretiamo questa interruzione? Gli alieni?
(ride, ndr) Hai visto? Poi non chiamatemi complottista!

Tornando seri, il problema dello sfruttamento e della massificazione era ben presente cent'anni fa con il film di Lang. In "Replicante" dici "Odio questo lavoro, odio la gente viaggiare su questo treno schifoso". È un sentimento universale.
In quel pezzo c’è una parte in cui un ipotetico replicante dall’aspetto umano si chiede chi è davvero. Noi scriviamo per metafore, però sicuramente il concetto di sfruttamento è ben presente. Il film ha colto cent’anni prima quello che sarebbe avvenuto e non ha sbagliato di molto. Viviamo in queste città destabilizzanti che ci lasciano un grande vuoto dentro. È una condizione che fa nascere un odio fortissimo e generalizzato verso gli altri, come si legge anche sui giornali. Secondo me c’è un problema di integrazione che va al di là delle cosiddette razze.

L'uso del concept vi sgrava dalla responsabilità di raccontare certi sentimenti riferiti a voi stessi?
Noi scriviamo testi che parlano di sentimenti comuni. Quello che forse li rende per qualcuno interessanti è che sono inseriti in un contesto diverso. Per noi è un approccio compositivo valido. Il concept di "Metropolis" è stato complicato da finire ma è stato bello da affrontare. Ci aiuta a scrivere, il concept. Probabilmente non riusciremmo a fare album in modo diverso.

Quindi non parlate di voi?
I testi sono tratti da esperienze di vita reale, anche se inquadrati in un contesto differente. Però siamo sempre noi che raccontiamo le nostre cose. Forse senza i concept non gliene fregherebbe niente a nessuno. Il concept è una bella confezione.

Sia nel disco precedente che in questo ricorre spesso il concetto del viaggio. Che cosa rappresenta per voi?
Il viaggio è una cosa che noi sentiamo molto quando facciamo i concerti. Il viaggio ti arricchisce sempre, soprattutto umanamente. Il disco è nato dagli incontri che facciamo durante i nostri tour. Tutte le persone con le quali parliamo sembrano sempre scontente della propria città. C’è una ricerca perenne di qualcosa che si trova all’esterno della realtà in cui vivono. Ci raccontano il loro scontento. Ci chiedono sempre di Milano, come se a Milano ci fosse qualcosa di più e di diverso. Ecco, il disco è nato da questi discorsi.



Com'è Milano?
Un posto come un altro. Ho sempre vissuto a Milano e devo dire che la trovo imbruttita. Se guardo solo il mio orticello, quello dei concerti, faccio fatica a trovare cose positive, a parte poche strutture male organizzate (non per colpa loro). Adesso c’è l’Expo che potrebbe portare conseguenze positive ma basta guardare il telegiornale per capire la situazione. Abbiamo tutti delle aspettative. Milano è una città come un’altra, non credo che abbia cose per cui valga la pena viverci ma allo stesso tempo non penso che abbia cose per cui non valga la pena viverci. Sono le persone a fare la differenza, non i posti in cui vivi.

"Metropolis" ha approccio più adulto di "Lezioni di anatomia", c'è meno irruenza. Manca il supersingolo alla "Cuore" ma i brani hanno generalmente una maturità forse maggiore di quelli del vostro precedente lavoro. Puntavate a questo risultato sin dall'inizio?
I gruppi hanno bisogno di tempo per fare le canzoni. Io compongo da tanti anni e se ho imparato qualcosa è anche e soprattutto grazie all'esempio di altri. C’è dunque una maturazione ma anche la volontà di non voler forzare la mano cercando il singolo apripista con cui cogli l’attenzione del pubblico. Una canzone del genere in un concept distoglie dal disegno generale del disco. Secondo me non è vero che non c'è un singolo, ce ne sono tanti fatti in maniera diversa da come li avevamo concepiti in passato. Sono meno commerciali, detto tra virgolette visto che noi non facciamo musica difficile. Però “Metropolis” è sicuramente meno easy listening di “Lezioni di anatomia”.

La costruzione della scaletta è curiosa perché nelle prime quattro tracce ci sono due intermezzi di meno di due minuti. È una scelta inconsueta perché spezzi per due volte il fiato al disco proprio quando sei all'inizio di un percorso.
Direi che è un suicidio. Ma l'album è una narrazione. Mettere i pezzi in un ordine che possa piacere all’ascoltatore è una paraculata. Anche noi ci siamo accorti di questa particolarità che hai sottolineato. Ma noi facciamo concept e li facciamo fino in fondo. È tutto in funzione della narrazione del disco. Se uno ha la voglia e l’interesse per ascoltarlo tutto magari ci trova roba più interessante di “Lezioni di anatomia”.

Una canzone del disco, "Higgs", parla di Dio e della crisi della fede religiosa. Immagino che il riferimento sia alla cosiddetta particella di Dio e al saggio di Leon Lederman.
Il bosone di Higgs è una grandissima scoperta scientifica. Peraltro Higgs non ha mai dato questo nome alla particella che poi è stata scoperta. La denominazione che conosciamo tutti è nata dal libro di Lederman, “La particella di Dio: se l’universo è la risposta qual è la domanda?”, frase che abbiamo ripreso nella nostra canzone. In questo punto del disco il personaggio, che potrei essere io o potresti essere tu, si rende conto che nessuno crede più in Dio: viene raccontata la scoperta dell’origine della vita e per questo motivo le persone hanno perso la fede. Per certi versi è qualcosa che sta succedendo pure nella realtà. Sono temi veramente importanti. Parliamo tanto di Salvini ma poco di questi argomenti che credo interesserebbero di più le persone.

Credi in Dio?
Non credo in Dio, credo nella ricerca scientifica e in un’evoluzione della specie che possa in qualche modo portare a un miglioramento della società. Dobbiamo puntare a un'evoluzione della razza umana. Credo che situazioni come quella del Cern ci stiano portando verso una nuova evoluzione.

La figura di Dio in questo brano viene descritta in un’ottica palesemente atea. C’è però molto rispetto del concetto di un Dio che si sacrifica per l’uomo.
Anche la religione (in senso ampio) è un mondo che trovo affascinante. È un aspetto che riguarda miliardi di persone. Spesso leggo testi molto cattivi sull'argomento. Ma io nel mio piccolo preferisco occuparmene con un po' di delicatezza. Non è un discorso che può esaurirsi con la domanda se credi o no. È un insieme di valori.



Ascolti i dischi degli Albedo?
Subito dopo averli registrati li ascolto parecchio. Dopodiché non li ascolto più, anche perché non mi ci ritrovo. Mi succede lo stesso con i dischi degli altri dopo che li ho ascoltati trecento volte. Con la differenza che i nostri li suoniamo pure dal vivo, quindi direi che mi basta e avanza. Peraltro non sono mai contento di quello che faccio, dopo uno o due anni vorrei cambiare qualcosa, magari li rifarei in maniera diversa. Credo che questi ripensamenti siano anche giusti, se no fai quaranta dischi tutti uguali. D'altronde non è mai stato nei nostri piani fare i Punkreas dei 2020, con tutto il rispetto.

Hanno mai ritwittato le frasi del ritornello di "Cuore", magari con tanti cuoricini e una dedica tra fidanzati?
(ride, ndr) Twitter lo usiamo poco, siamo più presenti su Facebook per una questione di “anzianità”. Abbiamo 35 anni, già Facebook ci ruba una parte importante della nostra giornata, Twitter sarebbe troppo. Ogni tanto che ci scrivono dei ragazzi che si sono conosciuti perché hanno sentito il nostro disco, robe alla Stranamore che ci piacciono un sacco. Fondamentalmente scriviamo canzoni d’amore, se fossimo in “Kiss me Licia” saremmo i Bee-Hive. Di sicuro non siamo gli Zu.

Che ne pensi della critica musicale? Secondo te che tipo di approccio deve avere nei confronti delle band emergenti?
Ci sono gruppi che hanno bisogno di tempo. Noi siamo uno di quelli. Rockit ha bocciato tempo fa una nostra vecchia canzone e ha fatto bene, era brutta. Se penso alla musica che facevo quindici anni fa (oggi ne ho quasi 35) dico: “Madonna...". Parlando con i giornalisti ho scoperto che c'è un numero impressionante di richieste per una recensione. Io non saprei ascoltare cinquanta dischi al giorno. Alcuni demo poi sono semplici cd masterizzati Verbatim, senza copertina, con scritto "Ciao, noi siamo noi, recensisci il disco". Ci vuole un minimo di organizzazione o di decenza da parte della band. Nel 2015 si possono fare dischi a costi relativamente bassi, fatti abbastanza bene e stampati in maniera discreta. Se non lo fai è perché non ci tieni.

Colpa di internet?
Internet ha sdoganato tutta una serie di realtà (anche la nostra) che prima magari non erano conosciute e adesso hanno un certo tipo di visibilità. La mia impressione però è che tutti fanno i dischi ma poi molti non vanno ai concerti e non si interessano a quello che c'è intorno. Un po’ come i libri: tutti li scrivono, nessuno li legge. C’è tanta improvvisazione. Anche noi facciamo parte di questa situazione però lo diciamo in maniera onesta: noi siamo questa cosa qui, è il lato b della nostra vita, tutti i dischi sono in free download, se non ti piacciono le canzoni non mi rompere i coglioni, tanto sono gratis. Abbiamo un certo tipo di attitudine. Altri ce l’hanno un po’ meno e magari mettono il primo album già su iTunes.

Bruciano le tappe?
C’è troppa richiesta, troppa offerta per una domanda che non c’è. Tutti vogliono suonare nei locali, tutti vogliono il disco. Ma non è possibile, non ce n’è per tutti.

Nel database di Rockit ci sono 22mila band registrate.
Sono dati allarmanti. Quando parliamo di un gruppo con 5000 copie vendute sembra quasi un successo planetario ma sono cifre che non permettono né di vivere né di fare la differenza. Mi ha colpito l’intervista con Giorgio Prette quando è uscito dagli Afterhours. Sembra che persino loro facciano una vita di sacrifici. Fare il musicista è qualcosa che devi amare molto, non si diventa ricchi, ci si sta dentro appena e parliamo proprio degli Afterhours. Quando leggi certe cose da un gruppo che ha fatto la storia della musica che fai, ti chiedi che tipo di futuro puoi avere. Un diciottenne che cosa potrà pensare? È triste. L’indie in Italia è molto piccolo. Le soluzioni sono due: o il mondo indipendente si apre a certe dinamiche e meccanismi commerciali (e secondo me è questa la soluzione) oppure non so che cosa succederà. Voi giornalisti dovreste fare una sorta di epurazione di quello che vi arriva nelle redazioni. Non è possibile avere ogni settimana un milione di gruppi diversi, la gente non capisce più un cazzo. Noi non capiamo più un cazzo.

Ultimamente, forse proprio in conseguenza di quanto dici, diversi gruppi hanno organizzato eventi collaterali all'uscita di un disco. C’è la band che lancia la lotteria, quella che che paga gli acquirenti dell'album e così via. Che ne pensi di queste iniziative?
Oggi una delle forme più utilizzate è il crowdfunding. È un’opera di carità: tu chiedi ai tuoi ipotetici ascoltatori di finanziare il disco. A me non piace, se una cosa funziona non hai bisogno di un finanziamento anticipato. La fai e basta, dopodiché raccogli i frutti. Le attività promozionali sono di tutto e di più. Di musica si parla poco, si parla di più di quello che sta attorno. L’altro giorno su Facebook ho letto che Ruggero de I Timidi - sottolineo Ruggero de I Timidi - ha fatto sold out all’Alcatraz di Milano. Sono mondi diversi che non riescono a incontrarsi e io non riesco proprio a spiegarmi certe situazioni. Sono contento per lui, è simpaticissimo, però lui sbanca all’Alcatraz mentre altri fanno dieci persone. L’errore dove sta? È una domanda che dovremmo porci tutti quanti.

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