Alfio Antico, i miei beat li fa il Tamburo

Il 13 marzo arriva il nuovo disco del pastore siciliano, "Trema la Terra". Una storia di musica popolare che, da "Don Raffaè" di De André alle produzioni di Cesare Basile, va avanti da 50 anni

Foto di Giacomo Brini
Foto di Giacomo Brini

Quasi quattro anni fa, al MI AMI Festival 2016 avevamo deciso di invitare un ospite molto diverso da tutti gli altri: Alfio Antico . Il fu pastore siciliano, convertitosi all’unica e vera fede del tamburello (anzi Tamburo come lui stesso lo chiama, con la lettera maiuscola) aveva realizzato un disco che in redazione avevamo letteralmente consumato. Il 13 marzo torna con un nuovo album, Trema la terra, forte, possente, nerboruto.

Cover di
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Il singolo Pani e cipudddice che è il momento di tornare alle cose semplici. Perché?

Bravo, giusto, promosso. Diciamo che la canzone parla principalmente di rapporti umani, è un vecchio detto pastorale siciliano “meglio pane e cipolla a casa tua che pesce e carne a casa d’altri”. Io sto con gli umili, con gli ultimi, con le persone sincere. Come sapete vengo da quel mondo, dalla terra, dal mondo pastorale.  Spesso le persone semplici e umili sono schiacciate dalla vigliaccheria di chi si sente più “in alto” di loro. Non vuole essere un inno di ribellione e neanche una caricatura. Forse è un mio personale sfogo, sono quello che sono grazie a quel mondo, ancora lo sento mio. Certo utilizzo il Tamburo, uno strumento ancestrale, fatto di pelle e legno, lo costruisco e lo intaglio io, con le mie mani, è un’anima anziana che viene da lontano.

La musica digitale non fa per te?

Non sono molto tecnologico, il computer lo uso, ma ancora faccio fatica. Diciamo che mi piace far scontrare due mondi, ma li porto allo stesso livello, non è che uno è migliore di un altro. Forse è proprio la mia musica se ci pensate: nell’ultimo periodo ho preso una bella fetta di sperimentazione moderna, elettronica e l’ho fusa con i miei racconti e i miei Tamburi. Sullo stesso livello, anche se ovviamente il Tamburo nel mio caso sta un passo avanti sempre, comanda la situazione diciamo. 

Il prossimo 13 marzo uscirà il tuo nuovo disco che ha un titolo potentissimo: Trema la Terra.

Trema la Terra è un brano chiave all’interno dell’album. In fase di registrazione non avevo ancora in testa il titolo del disco e nemmeno la scaletta. Con il tempo ci siamo accorti di quanto questo brano fosse rappresentativo sia del suono, ma anche del tema portante. Trema la Terra non è altro che un ricordo che ho fisso in testa: mi ricordo le montagne, i trattori che le muovevano, i polveroni, le tempeste. Quindi per me questa terra tremava ed io vidi un trattore che sballava (smuoveva, scassava) la montagna e questa è la prima strofa che apre il disco. Tornai in quella zona dopo circa 40 anni e vidi una vallata, quindi mi ricordai questa cosa, questo trattore che stava sballando la montagna che ora, praticamente, non c’è più, ne manca metà. Insomma ci ho preso, l’uomo in quel momento stava distruggendo un terreno. 

Di quali ingredienti è fatta la tua musica?

Io ho sempre voluto suonare, non ho mai dato tanto peso all’aspetto commerciale. Non dico che questo sia un bene, anzi forse alle volte mi ha penalizzato, però mi ha reso quello che sono e mi ha portato a miscelarmi con tante idee nuove. Da un paio d’anni sto cercando di far interagire il contemporaneo con l’arcaico. In questo caso con Cesare (Basile, ndr) abbiamo cercato veramente di tirare fuori delle radici, di renderlo nudo. Siamo praticamente partiti dalla canzone nuda e cruda. Considera che alle volte il click del metronomo era il Tamburo stesso. Io molte cose le scrivo con la chitarra battente, altre mi vengono suonando il Tamburo. Siamo partiti da lì. Poi tra gli ingredienti ci mettiamo delle verdure di campo colte a mano per le pause pranzo e i dischi vengono fuori. Io ho bisogno di rapporti umani, di famiglie, di amicizia. Riesco a lavorare solo così.

A proposito di famiglie, la produzione di Cesare Basile è in collaborazione con Gino Robair e Mattia Antico.

Cesare ha curato la produzione artistica, Gino e Mattia ci sono stati dal principio e hanno dato un grosso aiuto negli arrangiamenti e nell’incisione vera e proprio dei brani. Con Cesare già ho spiegato prima, eravamo nel suo bellissimo studio e abbiamo utilizzato molti strumenti costruiti sul momento o comunque inusuali. Gino ha una bella esperienza non molto lontana dalla mia anche se ci divide un oceano, perché viene da un circuito e da un modo di suonare che si fonda a perfezione con il mio Tamburo, ha avuto tanto rispetto e tanta attenzione nel fondere le sue idee con le mie. Vi dirò che quando Gino è partito io gli ho regalato un pezzo di ricotta salata e gli ho detto a perfezione come usarla e dopo qualche settimana mi ha scritto che era buonissima.

E Mattia?

Eh, su Mattia sono di parte, è mio figlio, si sta facendo le ossa e in questa lavoro non solo ha portato idee artistiche e modi differenti di suonare, ma è stato presente da molto prima, anche nella fase di lavorazione dei brani e sarà presente anche sul palco, cosa molto importante per me.

Cover del nuovo disco di Alfio Antico
Cover del nuovo disco di Alfio Antico

Ogni tanto ti mancano i pascoli?

I pascoli mi mancano, perché non è solo un ricordo: io ero e sono ancora quella cosa lì, io sono un pastore, lo sarò per sempre. L’uomo che sono diventato lo devo a quel mondo, a quelle sfumature. Penso ancora da pastore. Ricordo con piacere il MI AMI: sono salito sul palco con le corna da caprone, il bastone, i Tamburi e le campane, venne un applauso a scena aperta. Abbiamo fatto un bel live e ho notato nelle persone curiosità, stupore ed emozione, è stata una bellissima esperienza sia per me che per il pubblico. 

Come saranno i tuoi prossimi live? 

Al Locomotiv di Bologna e nel resto del tour saremo in quattro sul palco: io, Mattia Antico, Luca Chiari e Piero Bittolo Bon. Cercheremo di essere in linea con i suoni che accompagnano questi ultimi anni di lavoro. I miei Tamburi saranno i protagonisti assoluti, dietro a loro si muoveranno le onde degli effetti, dei sintetizzatori, le chitarre elettriche, i fiati bassi. Insomma ci sarà una bella miscela di mondi, come piace a me. 

Quand’è stata la prima volta che hai preso in mano un tamburello? 

Già ad otto anni lo suonicchiavo, ancora male, cercavo di scoprirlo. Vedevo mia nonna materna suonarlo, una donna molto importante nella mia vita, e me ne sono innamorato; lei mi cantava delle filastrocche per darmi sorriso. Il Tamburo poi ho iniziato a costruirlo e suonarlo nelle notti tra i monti, mi aiutava a scacciare le paure e i fantasmi della notte, per questo gli ho dedicato la mia vita. Il primo lo costruii circa a 14 anni, nel 1970 circa, se ci pensi sono 50 anni di Tamburo. 

Hai suonato con Fabrizio De André, tuo è infatti il tamburello in "Don Raffaè". Com'è andata?

Fabrizio era molto amico di Fifo Costanzo, mio carissimo amico, un vero poeta, che purtroppo ora non c’è più, così come Fabrizio . Ci incontrammo con Fabrizio vicino a Partinico e ci invitò sul palco a suonare e da qui ci conoscemmo anche con Mauro Pagani. Dopo qualche anno fui chiamato per Don Raffaè, perché, come disse Fabrizio, voleva assolutamente il mio pollice

Cosa ami ascoltare normalmente?

Musica classica, nello specifico ascolto il periodo barocco e quello antico. Inoltre mi piace parecchio Bach. Poi, soprattutto grazie a mia moglie che ne è fan, ascolto spesso Leonard Cohen

Qual è stato il più grande artista con cui hai diviso il palco?

Come puoi immaginare non riesco a dirti un nome specifico, ma per il semplice motivo che penso di aver dato molto ad ognuno e allo stesso modo di aver ricevuto tanto. Insomma sono esperienze piacevoli sempre per entrambi, ho condiviso palchi, studi, cene e momenti piacevoli con tanti artisti più o meno conosciuti, ma quello a me importava poco, a me interessava una condivisione artistica. Ammetto che Ellade Bandini è un vero amico, anche se ci vediamo poco e abitiamo nella stessa città, siamo sempre fratelli, lo dico davvero. Devo però ammettere, come ben sapete, che Eugenio Bennato ha in qualche modo cambiato la mia vita, gli devo la carriera, sarei falso a dire il contrario. Maurizio Scaparro ha dato teatralità non solo a me, ma soprattutto al mio Tamburo.

E quello con cui ti sarebbe piaciuto fare qualcosa assieme?

Guarda, dopo aver conosciuto e lavorato con Gino Robair non ti nego che farmi una suonata con Tom Waits non mi dispiacerebbe affatto (ride, ndr). 

Quindi cos’è il trillo?

Difficile da spiegare. Facciamo così: è lo stare al dialogo con i grilli, lui canta in levare e io rispondo in battere (ride, ndr).  

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L'articolo Alfio Antico, i miei beat li fa il Tamburo di Mattia Nesto è apparso su Rockit.it il 2020-03-03 12:08:00

Tag: album

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