Ci sono persone che non riescono a concentrarsi su una sola cosa, ma hanno talmente energia creativa che si declina nelle più disparate ramificazioni. È il caso di Gabriele Disopra, in arte alma, cantautore torinese classe 2000. Ecco, già qua sarebbe un po' limitante circoscrivere quello che fa alla musica: Gabriele è un creativo a tutto tondo, che quando non scrive canzoni si occupa di portare l'arte ovunque, con la sua associazione 8NOLIEU, e pure realizza gioielli col suo brand Luma.
Detto questo, la musica è l'epicentro di tutto quello che fa. È da poco stato pubblicato CODICE BINARIO_(01), ep che in appena 4 tracce racchiude molto bene il dualismo che caratterizza la vita di ciascuno di noi nel contrasto tra introspezione e slancio verso l'esterno. Così, il suo cantautorato elettronico sa sia spingersi verso una dimensione clubbing che raccogliersi in una più intima, ambient, come un rifugio quando il mondo là fuori diventa qualcosa di troppo. L'ep l'ha pubblicato Woodworm, etichetta che ha intercettato alma proprio grazie al suo programma di scouting Futures.
Anche se ha un percorso ancora agli inizi, c'è tanto da raccontare di alma. Così tanto che gli abbiamo chiesto di farlo in questa intervista.

Quando e come hai iniziato a fare musica?
La musica nella mia vita è entrata abbastanza in punta di piedi. Alle medie, durante l’ora di musica dimenticavo volontariamente la tastiera pur di non suonare o fare le verifiche. Non mi piaceva suonare, allo stesso tempo però sentivo già forte il bisogno di esprimermi: in quel periodo lo facevo attraverso altre forme, come i graffiti o il disegno. È al liceo che qualcosa è cambiato. Quando le prime difficoltà hanno iniziato a impattare davvero sulla mia vita, ho trovato rifugio nella musica che ascoltavo. Poi, intorno ai 16 anni, ho iniziato a scrivere pensieri in prosa. Quello è stato il mio primo vero avvicinamento. Con il tempo è diventato naturale provare a mettere quelle parole su degli accordi, trasformarle in qualcosa di più vicino a una forma musicale. Ed è lì che mi sono reso conto che farlo mi piaceva, che era un modo di esprimermi in cui mi riconoscevo davvero.
Questo progetto, alma, quando prende forma?
Per me alma non è qualcosa che è iniziato in un momento preciso, né qualcosa che finirà. È più un’estensione di me stesso, un modo di esprimermi. Prima di alma ho comunque cercato di farlo, usando altri nomi, cambiandoli spesso, anche un po’ nella confusione. Ma il senso era già quello. Per questo faccio fatica a dire che abbia “preso forma” davvero: non c’è stato un punto di inizio netto. È stata più una conseguenza naturale di qualcosa che stava già succedendo dentro di me. Se devo individuare un momento concreto, forse è quando ho scelto il nome alma, intorno al 2022. Ma più che un inizio, è stato dare un nome a qualcosa che esisteva già da tempo con altri nomi.

Dice la bio: "alma è un pessimista che trasforma le cose negative in energia". In che senso pessimista?
Il pessimismo è proprio un mio modo di essere, da sempre e probabilmente per sempre. Ho provato a cambiare prospettiva, a vedere il famoso bicchiere mezzo pieno, ma mi viene molto più naturale soffermarmi sul buio, sui problemi. Non è una cosa che mi piace, allo stesso tempo non mi distrugge. Riesco a non farmi sopraffare da questa visione e a trasformarla in uno stimolo per fare qualcosa: continuare, reagire, migliorarmi. Anche quando di fronte a un problema penso istintivamente che sia irrisolvibile, mentre lo penso trovo comunque la spinta per dire: “ok, proviamo, capiamo, andiamo avanti”. Nella musica questo meccanismo diventa molto concreto. Le emozioni negative possono essere sfogate: a volte anche nel crogiolarsi nella disperazione, ma soprattutto nel liberarle. Anche fisicamente, nel movimento, nel ballare, nel lasciare uscire quell’energia. Il pessimismo mi spinge a fare musica, ma la musica allo stesso tempo tiene a bada quel pessimismo, o comunque mi aiuta a conviverci. Sono due cose molto vicine, ma anche in contrasto tra loro.
Cosa ascolti? Ci dici tre dischi fondamentali per te?
I miei ascolti sono molto variegati. All’inizio ho ascoltato tantissimo hip hop americano, soprattutto artisti come Kanye West (prima dei suoi deliri). Poi sono passato anche all’hip hop italiano, che nel tempo si è trasformato in un ascolto più pop, fino ad arrivare oggi a una forte presenza di musica elettronica, da varie parti del mondo. Parallelamente, ho sempre avuto anche un lato più ambient, spesso legato a sonorità giapponesi o comunque molto atmosferiche. Scegliere tre dischi fondamentali è difficile, perché ce ne sarebbero molti di più, però alcuni che sicuramente mi hanno segnato sono: Graduation di Kanye West, Stoney di Post Malone e tutta la serie Actual Life di Fred again.. e Secret Life con Brian Eno.
Vai a ballare? Che ne pensi del "soft clubbing"?
Sì, vado a ballare. Durante l’adolescenza frequentavo più serate commerciali, il mio modo di vivere il clubbing oggi è molto diverso. Adesso cerco soprattutto eventi che rispecchino davvero i miei gusti musicali, o che comunque mi interessino al di là del contesto. Ho un approccio forse un po’ più “vecchio stile”, in cui si va anche – e soprattutto – per ascoltare la musica, più che per la dimensione sociale. Per quanto riguarda il “soft clubbing”, non mi piace. Mi sembra una gran cagata e non ne capisco davvero il senso: lo trovo svuotato rispetto al clubbing vero e proprio, quello notturno. Mi sembra molto legato a una dimensione quasi performativa: il bisogno di fare le cose di giorno, di renderle più “presentabili”, più sane, più condivisibili. In questo senso, il soft clubbing mi dà un’idea molto costruita, instagrammabile. Personalmente continuo a trovare molto più autentico vivere la notte, con tutte le sue dinamiche. C’è qualcosa che succede solo lì: quando non c’è luce, quando il resto del mondo dorme e chi resta sveglio condivide una certa attitudine. È una dimensione diversa, più istintiva.
Pensi che ormai anche in Italia l'idea che esiste un cantautorato elettronico sia passata?
Penso che in Italia l’idea del cantautorato elettronico sia in parte passata, quindi accettata, ma non del tutto. L’Italia resta molto legata a un immaginario preciso di cantautore: ancora oggi, secondo me, nella parola “cantautore” molte persone vedono implicitamente chitarra e voce. Detto questo, io sono un sostenitore di questa evoluzione, anche perché è il percorso che ho fatto io. Sono partito da una forma più “classica” e mi sono avvicinato sempre di più a un linguaggio elettronico. Per me il suono, soprattutto quello elettronico, ha una capacità espressiva enorme: può trasmettere sensazioni e raccontare cose anche senza parole o semplicemente rafforzandole. Questo non significa che la parte testuale perda valore, anzi. In un contesto italiano per me resta fondamentale, ed è qualcosa che voglio portare avanti. Però mi interessa lavorare su un equilibrio diverso, in cui anche la musica, da sola, abbia un peso narrativo forte.

Perché "codice binario"? Cosa rappresenta per te questo ep?
CODICE BINARIO_(01) nasce dall’idea di un sistema composto da due elementi opposti ma coesistenti, lo 0 e l’1. Per me questo dualismo rappresenta due lati della mia persona che convivono costantemente. Da una parte c’è un lato più esterno, legato al movimento: l’energia, la notte. È il momento in cui la musica diventa sfogo, corpo, qualcosa che si libera. Dall’altra parte c’è un lato più interno, introspettivo, legato ai pensieri, alla vulnerabilità, al dubbio. Un lato più silenzioso, dove la musica non spinge verso l’esterno ma accompagna ciò che succede dentro. Non sono stati separati, ma coesistono e si influenzano a vicenda. Proprio come nello 0 e nell’1, è la loro presenza insieme a generare il sistema. L’EP nasce quindi come la rappresentazione di questo equilibrio: il fuori e il dentro, il corpo e la mente, il movimento e il pensiero, la notte e ciò che resta dopo la notte. I primi brani usciti mostravano soprattutto la parte più esterna del progetto, influenzata da sonorità club e da un’energia più immediata, quasi di sfogo attraverso il movimento. I due brani inediti invece aprono l’altro lato della medaglia, più introspettivo, dove la componente ritmica resta ma cambia funzione: non spinge, accompagna.
Che ricordo hai della partecipazione a Futures? Cosa ti ha dato?
Futures è stato sicuramente per me un momento importante, soprattutto a livello di comprensione di molte cose e di approccio alla musica come qualcosa di più vicino a un lavoro. Era una cosa che avevo già sfiorato in passato, ma mai in modo così diretto e strutturato. Mi ha fatto anche capire meglio cosa significa stare dentro un contesto musicale in maniera più concreta, non solo dal punto di vista creativo ma anche organizzativo e umano. Tutto quello che è derivato da Futures mi ha dato la possibilità, in primis, di vivere esperienze concrete: suonare in contesti importanti, divertirmi, e allo stesso tempo confrontarmi con una dimensione più professionale della musica. È stato un modo per mettermi alla prova anche fuori dalla mia comfort zone. Soprattutto, mi ha permesso di conoscere tante persone e un team che crede davvero nella mia visione e nel mio modo di intendere la musica. Questo, per me, è forse l’aspetto più importante che mi ha lasciato quell’esperienza, perché mi ha fatto capire che quello che sto facendo non è qualcosa di isolato, ma qualcosa che può avere uno spazio reale e condiviso.
Torino e l'elettronica locale come ti ha formato?
Torino è un tassello fondamentale della mia persona e delle mie influenze. All’inizio ho avuto un approccio più legato alla parte del cantautorato torinese in senso stretto, quindi a una sfera più vicina a una scrittura cantautorale declinata al pop. Poi, frequentando ambienti in cui orbitavano persone della scena musicale di diversi generi, ho scoperto una città diversa, una Torino che non avevo vissuto direttamente perché non ero ancora nato nel periodo in cui aveva avuto l’apice della musica elettronica, con in prima linea i Subsonica. Da lì mi sono poi interessato sempre di più e ho capito che esiste tuttora una scena elettronica molto forte, che attira persone da varie parti d’Italia e anche dall’estero. Torino è infatti una città molto attiva musicalmente, diversa nel modo in cui vive e produce musica. Ci sono infatti diversi collettivi, DJ e produttori con cui ho anche avuto il piacere di collaborare. È un ambiente in cui c’è spesso consapevolezza della propria storia, di ciò che è venuto prima, e questo crea una continuità interessante tra generazioni diverse della scena.

Cosa fa 8NOLIEU e come nasce?
8NOLIEU è un’associazione culturale che nasce ufficialmente un paio d’anni fa, ma come realtà attiva nel panorama artistico esiste già da diverso tempo, con l’obiettivo di valorizzare spazi spesso percepiti come marginali o di passaggio, trasformandoli attraverso l’arte in luoghi vivi e condivisi. È un progetto fondato da me e da Aurora, una ragazza con cui collaboro in modo molto stretto — praticamente come una sorella — che tra l’altro cura anche tutta la direzione visuale, non solo legata alla mia musica. L’idea è creare ambienti in cui artisti e persone possano esprimersi liberamente e connettersi tra loro, dando vita non solo a relazioni, ma anche a possibilità concrete di emergere in un contesto che normalmente non è così accessibile. Il nome deriva da “non-lieu”, termine del filosofo Marc Augé che indica i “non-luoghi”, spazi anonimi e privi di identità. Noi lo reinterpretiamo in chiave artistica: un non-luogo che si astrae dalla realtà fisica e diventa uno spazio concettuale in cui l’arte prende forma attraverso l’esperienza. Arte in nessun luogo, arte comunque. Accanto a questa dimensione più concettuale c’è anche un obiettivo molto pratico: rendere l’arte più accessibile. Non solo economicamente — gli eventi sono gratuiti — ma soprattutto nel linguaggio e nell’approccio.
Hai un brand di gioielli?! Spiega meglio.
Sì, oltre alla musica porto avanti anche un brand di gioielli, che è un progetto che sto sviluppando insieme a un mio amico molto stretto. L’idea iniziale era molto semplice: trasformare un linguaggio astratto, come quello musicale o più in generale artistico, in un oggetto concreto. Dare una forma fisica a qualcosa che normalmente non ce l’ha. Da lì è nato Luma. Il primo gioiello nasce proprio come estensione del mio progetto musicale, come una sorta di traduzione fisica della mia identità artistica. L’idea è quella di dare corpo a qualcosa che nella musica e nell’arte spesso resta immateriale: una visione. Un altro aspetto importante è l’utilizzo dei materiali: lavoriamo con elementi naturali, ma anche con materiali di scarto o “residui” di lavorazioni minerali, con l’idea di dare valore anche a ciò che normalmente verrebbe considerato secondario. Oltre alla parte di design, per noi è al centro anche la dimensione collaborativa. Stiamo lavorando soprattutto con musicisti, ma l’idea è quella di aprirci sempre di più a realtà diverse — festival, etichette, fotografi, artisti visivi — per creare insieme oggetti che siano la concretizzazione di una visione artistica condivisa.
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L'articolo alma dopo la tempesta di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-04-17 14:01:00

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