Il synth che apre Le cose che voglio, traccia d'apertura del nuovo disco Finta di niente, un po' fa venire quella tentazione vigliacca da fan nostalgico di dire: "Ehi, sono tornati gli Amari!". Ecco, per quanto questo sia un fatto, è l'angolo sbagliato da cui prendere questo nuovo album, pubblicato per i corregionali La Tempesta quasi 10 anni dopo il precedente Polverone, del 2017. Non che sia così tanto tempo, in realtà, se non fosse che nel mezzo è cambiato tutto, dal Covid a ChatGPT. E soprattutto sono cambiati loro, da sempre un po' camaleontici, quindi sarebbe un gran torto abbracciare questo piccolo slancio retromane.
Di fronte al bombardamento degli stimoli, la Finta di niente degli Amari non è un'anestesia, quando una scelta deliberata di concentrarsi sul vero e di continuare a immaginare un futuro. Per farlo c'è l'idea che li contraddistingue da sempre: inseguire le idee senza farsi ingabbiare da una definizione. Così si regge in equilibrio Finta di niente, tra il cerchio ipnotico di Tutto torna e l'apparente cazzeggio di Siamo pari ("vendetta! Ti piscio sulla bicicletta" e il gangsta rap italiano muto), fino all'inedito ruolo di padre che viene esplorato in Purè di scintille. Il genere sappiamo di non saperlo: è l'Amari-sound, quella cosa che non è rap, non è pop e non è elettronica, non è mai uguale a sé stessa, eppure è sempre così chiaramente farina del loro sacco. E visto che era un po' che non ci si parlava, questa era un'ottima occasione per sentirsi.

Come è cambiato il mercato discografico e come siete cambiati voi dall’ultima volta?
Dariella: Cambiato è cambiato sicuramente, poi dipende anche se parliamo di discografia mainstream o indipendente. Mi pare che dentro quest’ultima convivano da una parte realtà di nicchia e dall'altra progetti che ambiscono a fare un veloce salto nei piani alti della discografia tradizionale. C’è da dire che secondo me più che il mercato sono anche cambiate molto le orecchie degli ascoltatori: la cosa davvero difficile per una band nel 2026 è proprio attirare l’attenzione visto che la soglia mediamente si è abbassata tantissimo vuoi per la sovraproduzione musicale di questi anni, vuoi per la spietata legge degli algoritmi sia sui social che sulle piattaforme di streaming.
Pasta: In tutti questi anni siamo sicuramente cambiati anche noi, parlo di gusto musicale, di aspettative, di modo di comunicare ed esprimersi, credo una cosa per noi sicuramente non sia cambiata: a maggior ragione in questi tempi fatti anche di musica artificiale, rimane per noi fondamentale l’idea di essere il più onesti e veri possibile, la ricerca di qualcosa che ci rappresenti, che sia profondamente nostra.
Cosa aggiunge (e cosa toglie) questo lavoro alla vostra discografia?
Dariella: Beh come sempre aggiunge punti di vista legati alle nostre evoluzioni biografiche per quanto riguarda i testi delle canzoni. Poi, personalmente forse toglie un bel po’ di chitarre dalla scrittura dei pezzi. Siamo partiti da altre fonti sonore questa volta.
Pasta: Come sempre è stato, gli Amari sono il nostro modo di aggiornare il diario delle nostre esistenze, evidentemente era giunto il momento di aggiungere qualche nuova pagina alla nostra storia. “Finta di niente” è un disco in cui abbiamo smesso di chiederci troppo cosa dovesse essere un disco degli Amari o cosa ci si potesse aspettare da noi dopo tutti questi anni. Abbiamo lasciato convivere cose molto diverse, anche musicalmente, senza preoccuparci troppo di ricondurle a una formula e forse quello che toglie davvero alla nostra discografia è proprio il bisogno di assomigliare agli Amari che eravamo prima: abbiamo tenuto quello che ci appartiene ancora e lasciato indietro quello che non ci serviva più.

Cosa avete fatto in questi anni?
Dariella: Qualcuno di noi ci ha dato dentro accumulando un sacco di sintetizzatori modulari, io invece sono diventato per ben due volte papà, oltre a continuare a comporre musiche per film e per un bellissimo spettacolo teatrale (La vaga grazia di Eva Geatti).
Pasta: Io ho portato a spasso il cane!
Continuate a cantare Bologna. Che posto è Bologna oggi?
Dariella: La bella notizia è che Bologna, per me che attualmente ci vivo (dopo una pausa di 13 anni a Milano) continua ad essere musicalmente un’isola felice rispetto ad altre realtà italiane. Ci sono molti locali e luoghi di aggregazione che permettono ancora una proposta musicale varia che lascia spazio anche alla ricerca artistica. Per contro la vita in città è davvero cambiata. L’overtourism post Covid ha letteralmente trasformato le dinamiche sociali cittadine; gli affitti alle stelle ed il costo della vita che ne sono conseguiti hanno fatto calare repentinamente l’attrattività di Bologna per gli studenti fuori sede che da sempre caratterizzano la frizzante temperatura culturale della città. In pratica Bologna sta diventando sempre più vecchia e borghese e questo è davvero un peccato conoscendo lo storico rapporto tra controculture giovanili ed il capoluogo emiliano. Questa ossessione istituzionale della promozione del turismo gastronomico sta piano piano soffocando qualsiasi altro orizzonte culturale in città.

Avete sempre guardato la realtà con disincanto e ora che la realtà fa davvero schifo... come e dove guardate la realtà?
Dariella: Le nostre canzoni hanno sempre descritto in primis la nostra piccola realtà, fatta di cose molto vicine ed intime che in alcuni casi si sono rivelate involontariamente generazionali e quindi condivisibili ma a posteriori penso che, in generale, il disincanto sia anche un atteggiamento direttamente legato ad una posizione di privilegio. È il privilegio di potersi distaccare dalla realtà per porsi di fronte ad essa come degli spettatori. Siamo fortunati, viviamo in una parte di mondo a distanza di sicurezza dai veri disastri umanitari. È incredibile che persino il cambiamento climatico che è un fatto che sta bussando direttamente alle nostre porte diventi una cosa trascurabile e i nostri governi continuino comunque a fare finta di niente. Aveva proprio ragione da vendere Timothy Morton nel definire questo processo irreversibile come un iperoggetto: troppo grande per essere percepito nella sua interezza.
I social che ruolo hanno in questo?
Dariella: Io come molti altri mi aggiorno sui mutamenti della realtà attraverso un mix di media analogici e digitali ma mi rendo conto che tutto ciò che arriva dal web nel 2026 è fortemente manipolatorio. Penso a come ad esempio dopo il 7 ottobre 2023 in preda alla frustrazione per l’ipocrisia dei mezzi di informazione tradizionali, io come molti altri mi sia tuffato in approfondimenti sul web in cerca di notizie attendibili rispetto a quanto stava succedendo a Gaza e, più andavano avanti i mesi, più il mio feed di Instagram si riempiva di testimonianze agghiaccianti o contenuti vicini a chi sta a cuore la causa palestinese. Ebbene, mi sono reso conto che l'algoritmo mi stava proponendo un palinsesto per accontentare tutta la mia sete di polarizzazione. Non che sia ammissibile una posizione intermedia per questa singola questione ma è evidente che lo scopo di Meta non era accontentare il mio bisogno di approfondimento, bensì il mio bisogno di indignazione. Per fortuna in questo caso il cinismo dell’algoritmo ha permesso quantomeno ad una bella fetta di opinione pubblica occidentale di non fare più finta di niente rispetto ai crimini perpetrati da Netanyahu & co. Tutti i “finta di niente” usati in questa risposta non sono frutto di casualità.

Come mai questo disco con La Tempesta? Come vi siete trovati?
Pasta: Con Enrico e Davide (Enrico Molteni e Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti,ndr) ci si conosce da tanti anni ormai ma, in qualche modo, non c’è mai stata l’occasione di collaborare. Quando ci siamo ritrovati con una cartella di demo da fare ascoltare, abbiamo subito pensato che La Tempesta potesse essere la realtà più vicina all’attitudine di queste nuove canzoni. Ci siamo trovati… a casa! D'altronde siamo tutti friulani!
Cosa preparate per il live? Vi mancava, come band, questo aspetto?
Pasta: A passare tanto tempo a scrivere canzoni, in studio o sui sequencer, capita di dimenticarsi di essere anche “una band”, ma ti assicuro che una volta messo piede in sala prove ci è stato chiarissimo quanto questo lato della nostra musica ci fosse mancato. E finalmente, dopo tanti anni, nella formazione live c’è di nuovo un batterista! Siamo già da qualche tempo barricati tra strumenti musicali e cavi di qualunque tipo, preparando il nuovo live. Eseguiremo tutto l’album per intero (una cosa nuova per noi) ma non mancheranno i nostri pezzi “classici”.
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L'articolo Amari, il gusto pieno della vita di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-10-06 16:46:00

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