The Analogue Cops - Acidi e basi Intervista

The Analogue Cops - The Analogue CopsThe Analogue Cops - The Analogue Cops
25/01/2013 di

Sono arrivati a piazzare un brano insieme ai Kareen (a.k.a. Blawan + Pariah) sulla nuova linea di uscite di Bleep.com, l'on line store della Warp. Prima c'è stata tutta una serie di traslochi che ha spostato questi due dj da Padova a Barcellona fino a Berlino, passando per Detroit. Una lunga gavetta fatta di vinili lasciati nella borse delle dj star, promozione fai da te, e tanto lavoro sul suono tra techno e acid house. L'intervista di Francesco Fusaro.

Dove vi trovate al momento? Siete a Berlino?
Marieu: Sì, siamo a Berlino a casa di un amico perché il nostro pc si impalla, così gli abbiamo chiesto di fare l'intervista da lui (ride, NdA).

Vogliamo partire, come da tradizione, dal nome? Mi sembra piuttosto evocativo: mi spiegate perché siete dei poliziotti dell'analogico?
M: la cosa è nata un po' per ridere, perché una volta eravamo insieme e stavamo guardando un forum e c'era qualcuno che parlava con toni entusiastici di un disco che a noi faceva sinceramente schifo, allora è partita una discussione in merito ad un certo uso di suoni digitali in quel disco, finché il tizio in questione seccato ci ha chiesto: "Ma chi siete voi, analogue cops?". Ci è sembrato un nome perfetto da dare al nostro nuovo progetto, meno improntato ad un suono techno com'era invece il nostro primo step produttivo a nome Xenogears.

Però quell'imprinting rimane anche nelle produzioni The Analogue Cops, a parte forse l'uso degli hat aperti un po' houseggianti.
M: la distinzione principale è nella minor velocità dei brani...
Lucretio: Xenogears ha un suono un po' più corposo e aggressivo...
M: in ogni caso la distinzione fra i due progetti non è poi così marcata.
 
I feedback positivi che avete cominciato ad avere dai vari Ricardo Villalobos e Nina Kraviz sono dovuti a questo vostro passaggio o anche con Xenogears le cose avevano cominciato a farsi importanti? 
L: con le nostre cose techno abbiamo cominciato ad essere suonati da gente di Detroit come Eddie "Flashin'" Fowlkes e Suburban Knight; loro venivano a fare serate a Berlino e noi gli lasciavamo le nostre cose. A Berlino si è aggiunto presto anche il supporto di Tama Sumo, Norman Nodge, Marcel Dettmann e altri. Le release più morbide hanno quindi attirato dj più vicini a quel tipo di sonorità.  

Stiamo parlando di una risposta positiva da parte di gente che ha fatto la storia di Detroit a livello musicale...
L: sì, e ovviamente ne siamo felici. Poi considera che c'era Lucretio che era in contatto con un dj di Detroit, ed era stato lì, fermandosi per un po'...

Che tipo di esperienza è stata?
L: hardcore.

Immagino...
L: ho conosciuto diverse persone lì, Gerald Mitchell, Los Hermanos (il progetto di Mitchell insieme a DJ Rolando e Mike Banks, ovvero un altro pezzo della storia techno di Detroit, NdR)... fra l'altro stavo a casa di uno di loro e questo mi permetteva di vederli fare musica. Però la scena a Detroit è messa male, non ci sono più posti dove fare serate, le cose grosse sono in mano ai bianchi che fanno minimal... La comunità nera organizza serate in posti piccoli, cose simili ai nostri discopub. I negozi di dischi non ci sono più perché nessuno suona più dischi...

Questa cosa del supporto fisico mi aveva colpito quando mi raccontavate dei dischi lasciati durante le serate. Cambia un bel po' rispetto al girare un mp3 via email: il giorno dopo guardi nella borsa dei dischi e ti trovi 'sta roba in mano...
M: l'approccio umano cambia molto quando lasci in mano qualcosa, ha un valore diverso.
L: fra l'altro molti li suonavano la sera stessa dopo averli sentiti in preascolto, tipo Suburban Knight.
 
Anche quello difficile che accada durante una serata con una traccia mp3...
L: ma sì perché alla fine già il fatto che tu gli stia dando un vinile in mano fa capire che ti sei sbattuto per fare questa cosa, e quindi il valore che dai alla musica che ci sta sopra cambia anche in base a queste considerazioni.
M: è anche un segno di rispetto se vuoi, perché stai regalando qualcosa a qualcuno e quindi vuol dire che tieni in alta considerazione il suo lavoro.
L: è un regalo, anche se poi non ti piace la musica che c'è sopra.
 
Il vinile è tornato ad essere un filtro per certi generi musicali. Chi li stampa sembra dimostrare maggiore attenzione a quello che fa, ed anche un maggior investimento (non solo economico).
L: quando abbiamo cominciato a fare dischi nel 2006 la situazione era diversa. Tutti si stavano buttando a pesce sul digitale sia per la pubblicazione (e quindi via di netlabel da tutte le parti) che per il djing, con i vari Traktor ecc. Eravamo davvero in pochi a stampare ancora vinili, e quindi il filtro di cui parli tu in quegli anni funzionava davvero. Adesso invece il supporto fisico è tornato ad essere cool e tanti hanno ricominciato, anche perché, se vuoi, 1000 euro per tot copie stampate non sono una cifra impossibile, e c'è gente disposta a spenderli. La qualità quindi, a causa della moda, è tornata ad abbassarsi anche su vinile, secondo noi.
 
Mi raccontate invece della vostra esperienza all'estero? Come siete finiti a Berlino e come vi trovate lì?
M: noi prima abbiamo fatto un periodo a Barcellona e lì la situazione non era male.
L: quando ci siamo spostati dall'Italia il motivo non era la musica. Eravamo stanchi della situazione del nostro paese, in generale. A Barcellona si stava bene, c'era lavoro, c'erano feste e tutta un'atmosfera che in Italia non hai. Quando la possibilità di essere dj e producer a tempo pieno ha cominciato a prendere forma, abbiamo deciso di trasferirci a Berlino perché da questo punto di vista a Barcellona non si poteva fare niente.
 
Da che punto di vista Barcellona è bloccata?
M: sono stazionari, non evolvono mai. I dj sono sempre gli stessi, i guest sono quelli consolidati che portano gente a ballare, peggio che in Italia. A parte il Sonar che però è una cosa a parte, e che è in un certo senso isolato dalla realtà cittadina.
 
Berlino invece?
M: Lucretio è qui da sette anni, io da sei. Rispetto a quando siamo arrivati noi, la città è notevolmente cambiata. Peggiorata. Si è commercializzata molto la situazione, il costo della vita si è alzato, la gente viene a viverci solo per il clubbing, senza uno scopo nella vita.

Senza integrarsi con il tessuto della città dunque.
M: anche noi non è che siamo poi così integrati, però ti posso dire che ci sono dei ghetti qui...

E la situazione musicale invece, dopo la sbornia minimal fatta lì?
L: proprio per quello che dicevamo prima, qui ormai è tutto business. Prima era impensabile sentire Carola al Panorama Bar, ma da quando ci si è concentrati sull'aspetto economico il livello artistico della proposta si è abbassato. Contano solo i soldi e i modi in cui farli.  

Quindi siete ancora contenti di essere lì o state avendo dei ripensamenti?
M: al momento non abbiamo valutato la possibilità di spostarci perché abbiamo tutte le nostre cose impiantate qui: etichette, manager, distribuzione...
L: ci troviamo bene con le persone con cui lavoriamo qui.
M: anche se in realtà avevamo accarezzato l'idea di andare a Belgrado.
 
Dal punto di vista economico riuscite a farcela con la musica oppure dovete integrare con altro?
M: adesso ce la facciamo, prima era vera sopravvivenza.
L: pasta in bianco e patate. Niente vacanze...
 
Dedizione alla musica.
M: E costanza.
 
La creazione di una vostra etichetta, Restoration, risponde ad un'esigenza di autonomia?
L: sì, non volevamo imopsizioni sullo stile delle nostre tracce, sulla lunghezza e cose di questo genere. Totale autonomia, e la risposta è stata aprire l'etichetta.  

E la promozione come va?
L: cerchiamo di mandare promo, non amiamo tirare la gente per la gonnella per elemosinare attenzione. Poca spinta online insomma. Per le prime quattro uscite non avevamo distribuzione, andavamo noi fisicamente nei negozi a portare i dischi, spedendo pacchi, aspettando mesi che ci pagassero...  

A cosa state lavorando in questo momento?
L: Stiamo completando l'album che dovrebbe idealmente uscire ad aprile di quest'anno.

Ma alla fine siete davvero così fissati con l'analogico quando producete?
L
: sì, chiariamo questa cosa: noi usiamo un misto di analogico e digitale, com'è ovvio. Mixer, compressore e registratore (registriamo su nastro) sono analogici. Lavorando con strumenti MIDI ovviamente non possiamo però definirci dei puristi dell'analogico. 

Dal vivo invece?
M: stiamo iniziando a lavorare ad un ibrido fra live e dj set dopo aver tenuto le cose separate. Dal vivo le tracce cambiano di fisionomia, visto che riusciamo anche a portarci dietro le macchine. Si improvvisa, si cambia a seconda della situazione.  

Come sono i riscontri all'estero con le vostre serate?
M: abbiamo fatto ottime serate in Inghilterra e in Francia, per dirti. La reazione della gente è sempre positiva, perché apprezza il fatto di vedere due che smanettano sull'attrezzatura, che contano le pause, ecc.
L: prima potevi spacciare il live con il laptop come una cosa innovativa, ma ormai la gente sa che spesso si tratta di una fregatura e che non sta succedendo niente di davver reale, 'live'. Noi abbiamo passato cinque anni a casa a loavorare alle nostre cose prima di pensare anche solo di fare un'apertura per qualcuno. E poi c'è stato il periodo dei warm up nei posti piccoli, nei posti dove non c'era nessuno, prima di arrivare al main time, a fare serate comeguest.
 
Un percorso diverso da certe baracconate spacciate dalle agenzie come la nuova cosa definitiva nel mondo del club.
M: il marketing alle volte rischia di bruciare realtà valide con un'esagerata promozione e di spingere allo stesso tempo nelle orecchie della gente cose poco valide.
L: chi segue la scena da tempo e con passione sa però dove andare a cercarsi musica prodotta con qualità e passione. Noi, alla fine, abbiamo fiducia.  
       

Tag: dance dj dubstep techno

Commenti (1)

  • Antonio Remilli 07/02/2013 ore 16:49 @AntonioRemilli

    grande filosofia, grande impegno, grande musica
    ora fremiamo per l'album :)

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