Giardini di Miro' - Ancona, 23-08-2003 Intervista

19/09/2003 di

I Giardini di Mirò sono una band reggiana, di Cavriago o giù di lì, di cui sicuramente avrete sentito parlare. Siamo all’Homesleep weekend, mini festival organizzato dall’omonima etichetta bolognese con i gruppi del proprio roster (tra cui, ovviamente, anche i GDM). Il giorno dopo una delle loro più belle esibizioni di sempre - almeno a mio parere - in un contesto, quello del Parco Belvedere di Ancona, assolutamente conciliante con il bello la natura e anche la gente, ci sediamo sul prato e facciamo quattro chiacchere con Corrado, uno dei due chitarristi della band. Con dietro le luci di uno dei porti più belli che la notte possa regalare, capisco il perché di un titolo come “Punk… not diet!”. Buona lettura.



È passato ormai qualche mese dall’uscita di “Punk… not diet!”, il vostro secondo album. Riascoltandolo oggi a mente fredda, che cosa più ti piace e che cosa invece non rifaresti?
Quello che più mi piace è che il disco suona molto ‘complesso’. É stato frutto di un lavoro in studio molto approfondito e soddisfacente.

Al contrario cambierei alcuni dettagli. Questo è un disco in cui volevamo mettere tutto il nostro bagaglio d’esperienza e di idee. Questa ricerca ha creato un suono che può risultare complicato e cerebrale. Specifico meglio: si rischia a volte di non riuscire a cogliere tutte le sfumature, perché sono veramente tantissime. Ogni pezzo ha almeno tre arrangiamenti diversi che si intrecciano: se da un lato questo può essere una caratteristica peculiare del disco, dall’altro può risultare poco immediato al primo ascolto.

Che cosa è cambiato nella composizione e nella produzione dei pezzi fra “Rise and Fall” e “Punk… not diet!”? Le differenze si sentono e, al di là del lavoro di Raina sulle voci, sono sostanziali.
Fondamentalmente è cambiato il modo di concepire la registrazione. “Rise” ha rappresentato il nostro ‘battesimo’ in studio. Quello di un gruppo alle prese con la prima produzione seria, che prende le proprie canzoni e con un minimo di esperienza registra i pezzi praticamente come li suona dal vivo. Questo secondo disco ha avuto una pianificazione maggiore: siamo arrivati con certi pezzi già pronti ma molto del lavoro è stato fatto in studio.

In sostanza questa volta si è ragionato molto più nell’ottica di una produzione davanti al mixer, mentre con “Rise” abbiamo semplicemente trasportato in supporto fonografico quelle che erano le nostre canzoni dell’epoca.

Quindi questa volta vi siete anche occupati della produzione, giusto? Ricordo che in “Rise” era stato Giacomo Fiorenza a supervisionare un po’ il tutto…
Esatto. Nel primo disco noi avevamo registrato le singole tracce e poi Giacomo aveva fatto tutti i mixaggi. In totale indipendenza. Questa volta ho passato un mese a Bologna, lavorando gomito a gomito con lui tutti i giorni. Alla sera arrivavano anche gli altri Giardini, che purtroppo durante il giorno dovevano lavorare. Così ne è uscita una produzione in cooperazione tra tutte le parti: ogni suono del disco è stato discusso e ridiscusso. E’ stato un procedimento veramente lungo e duro, ma a nostro avviso necessario per arrivare alla creazione di suono che fosse quello che avevamo in mente.

Che approccio avete avuto verso il disco e la scelta delle canzoni? Avete deciso di scartare tutto il materiale che in qualche modo assomigliasse a “Rise” o che altro?
No, beh, scartare in quel senso no… comunque come dice un noto indie rocker, Caparezza, “il secondo disco è sempre il più difficile” [Ridiamo, NdR], e anche noi ci siamo trovati davanti a questo disco con il quale dovevamo confermarci. La difficoltà in una situazione del genere sta nel dover guardare in due direzioni: avanti e indietro. Se guardi solo avanti rischi di essere un altro gruppo, se guardi solo indietro rischi di essere un gruppo che si ripete nel tempo, dunque abbiamo cercato di fare una cosa che partisse da quello che è il nostro suono ma che allo stesso tempo lo sviluppasse e ne mettesse in gioco le caratteristiche peculiari.

Qualcuno non ha apprezzato ad esempio la scelta di abbandonare la via strumentale, ma spero sia evidente che la nostra prerogativa era il non ripetersi. Non volevamo fare una rivoluzione radicale ma piuttosto avere un’evoluzione.

Questione lavoro in studio: vi siete in un certo senso “improvvisati” produttori, oppure cosa? Le differenze con il disco precedente sono molto marcate, alcune cose, magari, come dicevi tu, risultano eccessive, compresa l’elettronica…
Improvvisato è un termine ingeneroso. Di sicuro noi non siamo esperti conoscitori del funzionamento del mixer e delle macchine di registrazione. Da parte nostra abbiamo solamente portato le nostre idee, avvalendoci sempre della collaborazione di persone quali Giacomo Fiorenza o Andrea Rovacchi di indiscutibile esperienza e competenza. Quindi se mi chiedi se ci siamo improvvisati ti rispondo tranquillamente di no.

Non vedo eccessivo neppure l’utilizzo dell’elettronica che funge da contorno solo in alcuni pezzi. Almeno non nell’accezione di superfluo. L’aggiunta di piccole parti elettroniche era per noi una possibilità di arrangiare alcuni pezzi in maniera differente. Ripeto: i Giardini non sono cambiati. Volevamo solamente mettere in questo disco tutte le nostre influenze. L’elettronica è una di queste e non è neppure un amore dell’ultimo minuto: oltre ad un disco di remix abbiamo pubblicato un 10” con Pimmon, estroso musicista elettronico australiano. In tempi assolutamente non sospetti…
Al massimo l’eccessività che cerchiamo è quella che ha segnato un disco strepitoso come “Loveless” dei My Bloody Valentine. Uno dei dischi più complessi e saturi che esistano. Attenzione però: eccessivo ma non barocco, senza orpelli inutili. Volevamo creare un suono che fosse psichedelico nel suo essere tanto. Anche se forse gli intenti non coincidono sempre coi risultati...

Invece, dal punto di vista dell’etichetta, siete contenti del lavoro svolto da Homesleep? So che per questo disco, poi, avete fatto delle scelte molto precise…
Si, siamo contenti del lavoro di Homesleep. L’etichetta di Bologna solo pochi anni fa non era che un computer nell’appartamento di Daniele Rumori. Ora è una solida società con un ufficio proprio ed una professionalità invidiabile. Direi un fulgido esempio di spirito imprenditoriale!

Comunque indipendentemente dal rapporto di fiducia con loro, noi abbiamo fatto una richesta molto specifica: conservare la proprietà del master. Investendo nella nostra musica tante nostre preziose risorse. Non solo di tempo e di testa. Ma anche economiche. In quanto tenere la proprietà delle registrazioni significa, molto schiettamente, pagarsi le spese di studio e di mastering. E non è stato un investimento piccolissimo.

Come mai questa scelta?
Per essere il più possibile indipendenti. Ribadisco, non per sfiducia nella nostra etichetta, che penso non abbia in Italia rivali nel settore, ma perché volevamo essere il più possibile liberi di scegliere ciò che era meglio per noi. Poi mi sembra un atto di coerenza nei confronti della nostra attività. E’ una scelta molto impegnativa, ma c’ha dato la possibilità di pianificare direttamente le singole licenze per la distribuzione e l’utilizzo del master. Così in Germania il disco viene distribuito da 2nd – un’etichetta di Amburgo - attraverso i canali della HausMusik. In un paio di mesi c’ha permesso di piazzare un buon numero di copie per poter sostenere un bel tour di dieci date. Nella speranza di far capire ai tedeschi che la musica italiana non è solo Celentano e la Nannini.

La Nannini?
Sisi, lei è molto famosa in Germania, tant’è che ha pure suonato con Blixa degli Einsturzende Neubauten[Ridiamo, NdR] Spero che sia vera sta cosa, perché poi se non è vera, sai che figura di merda! [Ridiamo, NdR]

Volevo portarvi questa critica che vi viene fatta: voi avete sì un suono europeo, partecipate sì ad una certa scena indie europea, ma non ne siete il motore, ma dei proseliti. Cosa ne pensate?
Pur essendo molto aperto alle critiche vorrei farti presente che sono pochissimi i gruppi ad aver inventato un genere o un filone musicale. In quest’ottica i GSM di sicuro non hanno inventato nulla. Però “Punk… not diet!” – a mio giudizio - nel complesso non suona uguale a nient’altro. Se “Rise” aveva dei riferimenti al rock strumentale melodico, quindi Mogwai e Godspeed You! Black Emperor, l’ultimo disco ha un suono molto più peculiare. Oserei dire ‘proprio’. Ha mille riferimenti, ma non è uguale a nulla. E’ un album scritto da un gruppo che anzitutto ama la musica e i dischi. Quindi le influenze sono la diretta conseguenza dell’ascoltare tanta musica. Del resto parlare di innovazione in un momento in cui escono centinaia di dischi r’n’r che copiano pari pari il suono di Lou Reed o dei Clash, beh… allora mi sembra sciocco stare qui a discutere di capiscuola e manieristi.

Gli stessi Radiohead che tutti considerano giustamente dei colossi della musica non si sottraggono dal metabolizzare suoni e idee che sentono in ciò che ascoltano. Se ascolti l’incipit di Amnesiac e il primo disco dei Lali Puna, troverai qualche similitudine.

Si, similitudini di approccio all’elettronica ‘umana’…
Comunque, vi porto ancora un’altra critica: spesso vi hanno dato degli “indie snob”. Che significato dai all’essere indie e all’essere snob?

Questo è un malinteso da chiarire. Noi siamo un gruppo – chi più chi meno - che si aggira sulla trentina, quindi cerchiamo di fare le cose con una certa maturità. Pertanto devi perdonarmi ma non mi sento proprio di dover rispondere a nessuna accusa di snobismo.

Quando ho la possibilità di parlare con la gente che viene ai concerti cerco di essere sempre il più disponibile possibile perché mi fa piacere relazionarmi con loro: è una bella situazione, un bel ritorno. Questo non significa che posso andare a modificare le mie inclinazioni personali per risultare simpatico a tutti. Ed alla fine del discorso, questo poco centra con la musica. Quindi non mi interessa. E’ però terribile come in Italia ci si debba giustificare per tutto. Alle volte mi sembra di stare in mezzo ad un mucchio di zitelle e perpetue. Provate a giudicarci per la musica. Quello che uno fa nella vita sono cazzi propri. O sbaglio?

Il morale della favola è anche il significato che do al mio essere indipendente: fare musica e farla come mi piace. Possibilmente senza l’influenza di chi vuole cambiare il corso delle cose giudicando le persone superficialmente.

Siete primi nella classifica Musica e Dischi, ai banchetti il merchandising funziona molto, lo stesso Acty, oltre a dire che fate “due palle così”, ha scritto nel report sul Six Day Sonic Madness che siete gli unici a riuscire a vendere dischi in un momento in cui il mercato non c’è. Qual è la formula magica? Esiste?
In Italia bisogna suonare molto e farsi una credibilità dal vivo. Penso che in questo noi, seppur con risultati alterni nel tempo, ci siamo riusciti. I dischi spesso rappresentano un motivo o peggio ancora un pretesto per suonare dal vivo. Purtroppo i canali di comunicazione di massa sono più interessati alle boy bands…

…vi interesserebbe avere quel tipo di promozione su quei canali?
Io so che adesso se ti dico di sì poi scrivi che vorrei essere sulla copertina di Novella 2000 [Ridiamo, NdR], fatto sta che io non ho mai discriminato nessun canale a priori. Quando ti è data la possibilità di suonare la tua musica davanti a tante persone, io ne sono ben contento. Anche perché sedersi a tavola con qualcuno non significa mangiare nello stesso piatto. Almeno così non dovrebbe…
Noi abbiamo avuto la possibilità di andare su Mtv. Devo dire che all’interno ci sono persone che ci lavorano bene e sono molto competenti… chiaramente ha una programmazione ‘diurna’ dettata da problemi di audience e di mercato, però se i GDM dovessero boicottare Mtv solo perché non apprezzano il video delle Vibrazioni allora dovrei smettere di suonare e tornare nella mia cameretta, verificando il pedigree della gente che mi sta intorno. E che nessuno abbia avuto dei parenti fascisti! E che nesuno si relazioni con me se nella sua famiglia non vige un livello di alta correttezza intellettuale, consolidata da almeno sei generazioni.. Mah?

Rido, concordo… e cambio discorso: quest’anno per la prima volta avete partecipato al Tora! Tora!. Cosa pensi di questo festival?
[Corrado indugia un attimo, poi risponde, NdR] Probabilmente ha dei difetti. Il più evidente è l’accentramento molto marcato su alcuni gruppi e su una determinata etichetta. Ma è anche evidente, nonostante tutto, che la Mescal, oltre essere promotrice del festival, ha i gruppi con più seguito, quindi è anche giusto e normale così.

Al Tora! Tora! vengono mosse molto critiche, sicuramente troppe. Io credo che la gente debba iniziare ad apprezzare maggiormente quello che viene fatto. Se poi devo parlarti della mia esperienza a Padova, non posso che confermarti che ci siamo divertiti. L’hai visto, tu c’eri… Manuel Agnelli, come direttore artistico del festival è stato molto cortese ed ospitale. Noi abbiamo cercato di fare un baccano terribile. Tutto qui. Inoltre ritengo che il confronto con un pubblico che non è propriamente ortodosso-indipendente sia fondamentale. Non amo suonare per un pubblico di soli “eletti”. La musica può avere la funzione di migliorare la vita di altre persone: io stesso sono stato salvato dalla musica ed in particolare da certi dischi. Sarebbe stupendo se un giorno anche la musica dei GDM potesse aiutare qualcuno a stare meglio. A quel punto allora poco conterebbe il contesto o il luogo del concerto. Che sia Berlino, il Tora! Tora! o il Festival nelle Valli.

Secondo me un disco è importante quando riesce a cambiare anche solo un momento della giornata.
Certo.

In questo momento, dopo questo lunghissimo tour che vi ha portato ovunque e ora anche in Germania, covi ancora il desiderio di diventare musicista professionista?
E vabbè, il mio desiderio è sempre quello di sfondare nel calcio… [ridiamo, NdR]

… tu cosa fai nella vita, Corrado?
Mi sto laureando in lettere, faccio lavori occasionali e suono coi GDM.

“Punk… not Diet!” è ormai uscito da un po’ di tempo. Che cosa vi aspetta ora?
Il tour ora va in Germania [e ora è anche già tornato, NdR]. Dato che i dischi non vanno da soli nelle case della gente, bisogna andare nei posti a convincere la gente che il tuo prodotto è buono. Poi speriamo di poter fare delle date nei club italiani da novembre-dicembre. A capodanno dovremmo suonare al Covo di Bologna. In gennaio-febbraio dovremmo fare qualche data in Germania e Austria, dove non passiamo con questo tour. Dopodiché a marzo e ad aprile ci organizzeremo per l’estate e per le registrazioni di cose nuove. L’intenzione sarebbe quella di fare un album a breve, però dipende dalle risorse e dalle energie rimaste.

Ci sarà anche Raina nel prossimo disco?
Si, credo che Alessandro parteciperà al nostro prossimo lavoro.

Ultima domanda: che differenza c’è tra Parma e Reggio Emilia?
[Marco Del Soldato, parmigiano giornalista di Kronic, a fianco a noi durante l’intervista, cade nel panico più totale e mi dice di vergognarmi, mentre sadicamente la sua compagna Elena grida “beeeeelllaaaa”. Corrado invece prepara le cartucce. È chiaro ormai che anche l’ indie rock porta con sé i residuati bellici di una storia lunga secoli. Io me la rido, NdR] La piccola Parigi è una bella città che ha vissuto molta più di storia rispetto a Reggio. Ci sono stati gli Asburgo, una vice imperatrice (o sbaglio?) perciò ha avuto una tradizione culturale nettamente superiore a quella di Reggio, che comunque non è mai stata toccata direttamente da quei poteri che all’epoca medievale o anche rinascimentale potevano caratterizzare la storia di una città. Questa credo rappresenti una colpa ancora maggiore per i parmigiani, che da tutto questo passato glorioso non hanno appreso nulla, se non nell’aspetto più superficiale e ‘sbruffone’ di questo loro passato glorioso. A Reggio ci confrontiamo ogni giorno con il nostro essere città contadina e di provincia, con tutti i difetti del caso, sperando che un giorno tutti possano capire che i parmigiani sono questa specie di gente! [Ridiamo. Tutti. NdR]

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