Andrea Laszlo De Simone - Scarica il nuovo singolo “La guerra dei baci” e leggi l’intervista Intervista

22/05/2017 di Edoardo Vitale

Una volta durante un’intervista Gianni Boncompagni disse «tutte le etichette discografiche dovrebbero cercare qualcuno come Lucio Battisti che però non si chiami Lucio Battisti». E non è di certo un caso, se negli ultimi anni i dischi di maggior spessore cantautorale e sonoro riconducano esplicitamente a quell’universo quasi inesplorato, per ovvie ragioni. Su tutti i Verdena di “Endkadenz vol 1 & 2” (ma già in “Wow”) e Iosonouncane con “Die”, hanno compiuto un salto di qualità riconosciuto trasversalmente, assumendosi il rischio di inserire nei loro lavori una forte componente di riferimenti battistiani. Già dal primo ascolto si capisce che “Uomo donna”, l'esordio di Andrea Laszlo De Simone che uscirà per 42 records il 9 giugno e di cui vi regaliamo in anteprima il brano "La guerra dei baci", viaggia sulla scia di questa ricerca.

00:00
 
00:00

E lo fa mediando con quelli che sono stati i suoi predecessori, ottenendo, così, un disco che suona attualissimo e che al tempo stesso sembra rimasto in soffitta per quarant’anni. «Battisti è un mostro sacro, non mi sfiora neanche l’idea di emularlo» racconta Andrea  «Dagli ascolti migliori che ho fatto in vita mia – Modugno, Battisti, Tenco, Battiato – ho imparato l’esigenza privata di esprimere i sentimenti, le emozioni. Non sembra che vogliano convincermi che quello che fanno sia bello, sembra di partecipare a un evento privato»

“Uomo donna” è un disco importante, non banale e non casuale. A dirla tutta, prima è un disco d’amore che ha la dote di conquistare al primo ascolto, mimetizzandosi bene in questa specie di nuovo contesto indie-pop post anni zero, proviamo a chiamarlo così. «Ti dico la verità, volevo fare tutto fuorché un disco che parlasse d’amore, perlomeno non così tanto. Quello che c’è nei testi è sicuramente frutto delle vicende amorose della mia vita, ma non è un percorso autobiografico» sembra infatti più un elogio del vissuto amoroso e un fiore poggiato sulle macerie di tutte le lapidi delle relazioni consumate brutalmente. Lo si capisce dal bipolarismo che c’è in “Meglio”, che inizia soave e giocosa azzardando un “sto molto meglio senza di te e finisce gridando ti amo/mi manchi/sarai mai pronta a ritornare?/come possiamo recuperare l’amore?” con quell’acredine che solo l’abbandono più violento può generare.

Oppure ancora, col livore di “Questo non è amore” – “io che ti ho raccontato di ogni trauma del mio passato e tu che hai tradito, che non hai amato, non hai capito” – e nella disperazione di “Sogno l’amore”, un capolavoro, il pezzo più struggente di tutto il disco nonché una delle canzoni più belle che ho ascoltato negli ultimi tempi e che continua a causare dolore anche all’ennesimo ascolto, quando fa “non c’è nessuno, ho amato un’ombra” per poi dare il colpo di grazia con la litania finale “per te posso ancora aspettare” ripetuta in eterno forse come l’attesa. «Quello è un pezzo a cui tengo molto, sembra rivolto a una persona ma in realtà parla del fatto che amare è un’esigenza privata, una specie di sentire religioso, mi immagino quelle processioni dove ci sono persone che portano sulla schiena queste statue giganti, solo per rendere omaggio al proprio simbolo. Quell’esigenza è ciò che rende l’amore reale e lo provano i segni, le ferite, i calli che questa esigenza comporta».

In realtà tutti questi patemi Laszlo mi dice di non averli: «ammetto di essere una persona che si lascia poco ispirare dalle sensazioni positive, non perché io sia una persona triste, ma perché c’è un meccanismo più interessante nella complessità delle cose che possono far soffrire. A volte quando non so da dove cominciare a scrivere immagino dolori amorosi anche quando non ci sono».

A dirla tutta, attualmente i dolori amorosi proprio non ci sono per il musicista torinese che anzi da qualche anno vive una delle conseguenze più belle dell’amore, un evento che è diventato atipico per un trentenne d’oggi: «la mia generazione ha una grossa paranoia sovrastrutturale sull’essere genitori, in realtà è una questione biologica. Avere un figlio è una molla straordinaria, mi è accaduto se vuoi anche per incoscienza, ma a volte la vita decide al posto tuo e questa è senz’altro la cosa più bella che mi sia capitata. Se penso a come passavo le giornate prima di diventare padre, direi che mi ha risolto un’enorme quantità di problemi, anche economici volendo, devi fare i conti anche con quello e ti dà una forte componente di motivazioni personali».

Si diceva prima che “Uomo donna” è un disco che inizialmente conquista ma inganna, perché è molto più complesso e ostico di quel che sembra e ciò emerge lentamente di ascolto in ascolto. Ci sono pochi ritornelli, la forma canzone tipica non è quasi mai rispettata, su dodici tracce solo una dura meno di quattro minuti e ben quattro superano i sette minuti. Insomma, non è un disco ammiccante nonostante la scorrevolezza: anche se le parti strumentali e quelle cantate si bilanciano in un equilibrio perfetto (colpo di tosse: “Anima Latina”?), a tratti sembra un disco progressive, poi synth-pop, con una psichedelia bucolica di fondo che sfiora la library music e le sonorizzazioni anni ’70. Si fa in tempo a piazzare un paio di colpi – diciamolo pure – indie a tutti gli effetti come “La guerra dei baci” e “Fiore mio” o un esercizio di stile battistiano puro come “Eterno riposo”. Il tutto mantenendo grande istintività grazie alle numerose sporcature di fondo, lascito delle sessioni in presa diretta da cui è germogliato il progetto: «è una scelta che nasce un po’ da un rifiuto verso un perfezionismo che noto in quasi tutti i dischi degli ultimi anni. Secondo me registrare un disco non è come costruire un palazzo, non deve essere perfetto e rispondere a delle regole per restare in piedi. Mi interessava che la matrice fosse sporca e autentica, anche per i contenuti che sono presenti nel disco, c’è un linguaggio e un registro che non può suonare perfetto, non si può dire “ti amo” in maniera perfetta, sarebbe inquietante come sentirlo pronunciare da un robot, certe cose ha senso dirle quasi singhiozzando. Meglio perdere la voce o rischiare di stonare che dire le cose senza l’anima».

E dopo aver interrotto per qualche istante la nostra chiacchierata perché il figlio di Laszlo aveva vomitato a scuola, regalandomi uno spaccato di realtà che mi ha emozionato e fatto sentire un quasi-trentenne immaturo, prosegue: «non mi interessava fare un disco che fosse “generazionale”. Molti dischi che hanno questa pretesa finiscono col parlare di aperitivi o dei problemi dei trentenni, credo che ci sia un grosso vuoto di contenuti dietro, se le canzoni sono piene di queste sciocchezze. Una volta il musicista era di partenza una persona con una vocazione e probabilmente con una sensibilità un po’ più elevata della media. Oggi devo dire che in molti casi sembra quasi una scelta estetica, una moda. La cosa più inquietante è che alcune canzoni sembrano frutto di indagini di mercato, il linguaggio di alcuni testi sembra quello sintetico della logica pubblicitaria. Perciò alla fine mi sono ritrovato a parlare di sentimenti, ma non sto conducendo nessuna battaglia con questo disco, anzi direi che è più che altro un atto di feroce egoismo, un po’ come può essere l’amore in alcuni casi».

Perché nessuno sale su un palco, né si innamora per altruismo.

Tag: nuovo album

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati