Ascoltando La paura in tasca si ha la sensazione che Anna Castiglia abbia trovato un equilibrio raro. Riesce a parlare di paure, relazioni e cambiamenti senza appesantire mai il racconto. C'è sempre una leggerezza che non è superficialità, ma uno sguardo diverso sulle cose. È da qui che parte la nostra chiacchierata. Una chiacchierata che, ve lo diciamo in anticipo, serve del tempo ma, esattamente come un buon piatto, non è tempo sprecato ma tempo investito per qualcosa di buono.

La paura è il filo rosso del disco. Ti chiedo se ce n'è una che riconosci più delle altre e se, in qualche modo, sia diventata anche il motore della tua scrittura.
Credo innanzitutto che ci siano tante paure, ma che in realtà la matrice principale a cui tutte fanno riferimento sia una sola, ovvero la paura della fine, della morte. Poi si ripresenta sotto forma di paura del buio, dei ragni, dell'abbandono, della solitudine, del vuoto. Quella che identifico di più nella mia quotidianità è proprio la paura del vuoto, della noia. Penso che sia normale avere paura della fine, della stasi, degli spazi vuoti ed è anche quello che, a volte, ci spinge a cercare di occuparli, a cercare un antidoto alla noia. Forse è proprio quella paura che ci porta a reinventarci e a farci domande. La curiosità è necessariamente un motore per la creatività.
Nel disco, però, c'è anche un'altra paura che ritorna spesso. Quella di restare uguali a sé stessi. Di diventare, in qualche modo, la copia della persona che il pubblico già conosce.
Assolutamente. Ci sono delle cose che ho voluto evitare proprio per non sembrare la copia di me stessa, perché erano già troppo mie. Anche questa è una paura. Cerco sempre di distruggere quell'immagine che ho creato per riproporne un'altra, perché mi sta molto stretta perfino l'etichetta che costruisco io stessa. Possono essere gli occhiali, così come un determinato stile di scrittura, molto verboso, pieno di parole. Ho lottato tanto contro questa necessità di distruggere quei tratti riconoscibili.
Oggi, però, agli artisti viene chiesto continuamente di essere riconoscibili. Di essere coerenti.
Solo che, a volte, la riconoscibilità, che poi chiamano anche coerenza, mi sembra una gabbia. C'è questa richiesta estrema nei confronti degli artisti di essere sempre fedeli a sé stessi, puri. Sono due parole che spesso mi spaventano. Sembra quasi che tu debba restare immobile, esattamente come eri quando hai conquistato il pubblico. Se cambi, allora stai vendendo l'anima al diavolo. Invece per me cambiare è fondamentale, sempre per quella questione del vuoto e della noia. Forse, da questo punto di vista, a volte esagero.

Eppure La paura in tasca non dà mai la sensazione di voler cancellare quello che c'era prima. Anzi, mette insieme canzoni molto recenti e altre nate anni fa.
Sì, grazie anche all'aiuto di Alessandro Di Sciullo e Ramiro Levi, i ragazzi con cui ho prodotto il disco, penso di essere riuscita a dosare questa cosa. A non distruggere totalmente quello che avevo costruito fino a quel momento. Ho lasciato dei pezzi che, in qualche modo, sono dei pilastri e che potevano rassicurare il mio pubblico. Penso ad Alito sonoro e Nuova stagione, che sono anche le canzoni più vecchie. Allo stesso tempo, però, mi sono presa la libertà di fare un'altra cosa con brani come Insisto, Niente di me o Miró.
Proprio Alito sonoro e Nuova stagione arrivano da un periodo molto diverso della tua vita. Che effetto ti ha fatto ritrovarle dopo tutti questi anni?
Sono canzoni del 2017 o del 2018, dei miei primi anni a Torino. Quando le ho ripescate, dopo tanto tempo, ho ritrovato una scrittura molto originale, curiosa, più sognante. Dall'altro lato, però, ho dovuto modificare necessariamente delle cose. Nuova stagione, per esempio, era lunghissima. Ho tagliato una strofa intera, parte dello special e anche il finale. Alcune cose oggi non le direi più. Non perché qualcuno me lo vieti, ma perché nel frattempo sono cambiata io. Ho aggiunto elementi che allora non esistevano ancora nel panorama storico e culturale che vivevo e ne ho tolti altri che oggi mi rappresentavano meno.
Pare evidente come un tema che attraversa tutto il disco sia l'ironia. Non come, almeno non solo, un modo per alleggerire quello che racconta, ma quasi come un filtro attraverso cui guardare il mondo.
Direi che è quasi sempre un filtro. Non solo nelle canzoni ma proprio nella vita. È un modo per non cadere troppo nel dramma. Poi, paradossalmente, a volte lo rende ancora più drammatico. Mi piace quell'effetto agrodolce. È un po' come quando nei film di guerra c'è una canzone allegrissima di sottofondo durante una scena violenta. Quella sensazione mi piace molto. È un filtro che mi viene naturale anche perché, da ascoltatrice, preferisco questo tipo di linguaggio a uno più diretto, più narrativo o più melenso.
Hai sempre scritto in questo modo?
No. Ho avuto anche quel tipo di scrittura, da piccolissima e poi al liceo. Quello che chiamo il primo strato delle cose da dire. Un vomito di cose che senti il bisogno di dire, molto legate alla famiglia e alle questioni personali. Le scrivevo così come arrivavano, senza orpelli, senza metafore, senza ironia, senza filtri. Oggi, invece, mi piace proprio quel filtro. Almeno per ora. Poi dipende. Ci sono canzoni in cui vado più diretta. Miró, per esempio, oppure quelle più romantiche. Lì ogni tanto mi tolgo quegli occhiali un po' cinici e ironici. Però, tendenzialmente, è un linguaggio che sento molto mio.

Le canzoni, però, continuano a cambiare insieme a chi le scrive.
Adesso magari esco da quella storia e, in un certo senso, esco anche dalla canzone. Però mi capita di riadattarla ad altre situazioni. Per me è fondamentale sentire qualcosa quando la canto. Ovviamente non succede sempre. Sarebbe una pretesa enorme emozionarsi ogni volta allo stesso modo. A volte canti per abitudine, dipende dalla giornata, da quello che è successo prima, da quello che hai sotto il palco. Però cerco sempre un motivo per cantare quella canzone. Quando interpreti una canzone che non è tua devi trovare un riferimento personale. Cerchi una persona a cui indirizzarla, una situazione che la renda vera. Alla fine, faccio la stessa cosa anche con le mie. Magari raccontano qualcosa che appartiene a tre anni fa, ma provo sempre a riportarle nella mia situazione attuale."
E questo è sempre possibile
No. Ci sono delle canzoni che, emotivamente, non mi sento ancora di riprendere perché sono troppo legate a situazioni che non ho davvero chiuso. Quando invece riesco a chiuderle, allora diventa più facile continuare a cantarle.
Parliamo infine degli ascolti che hanno accompagnato la nascita del disco...
Sicuramente Animaru di Mei Semones. È il disco che ho divorato durante tutta la realizzazione dell'album e che poi ho contagiato anche ai due produttori. Lei mischia jazz, bossanova e math rock anche all'interno della stessa canzone. È stata un riferimento molto importante, soprattutto per l'utilizzo degli archi. In La paura in tasca c'è sicuramente qualcosa che arriva da lì. Poi arrivano gli altri riferimenti. Ho ascoltato molto anche Sofía Álvez, che adoro, e Magalí Datzira. Durante la produzione ci scambiavamo continuamente reference con Alessandro Di Sciullo e Ramiro Levi. Erano tantissime e anche molto diverse tra loro. Tra i dischi che ci hanno accompagnato c'è stato ancheThe English Riviera dei Metronomy. Non solo musica però. In quel periodo stavo leggendo Polysecure di Jessica Fern. Parla di relazioni non monogame, ma soprattutto di stili di attaccamento, infanzia, traumi e paure. Mi ha aiutato tantissimo a elaborare molti dei concetti che poi sono finiti nelle canzoni. I film, invece, sinceramente non li ricordo. Ma quel libro e Animaru sono stati sicuramente i riferimenti più importanti.
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L'articolo Anna Castiglia: "La paura è il motore per continuare a reinventarmi" di Mattia Nesto è apparso su Rockit.it il 2026-10-09 10:48:00

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