Apollo Beat / intervista

Un appuntamento al buio con gli Apollo Beat

Vengono da Sassari e la loro "Luce" è un flusso emotivo a occhi chiusi. In cui le colonne sonore anni '70 incontrano il funk e Lucio Battisti.
27/01/2020 12:57

Colonne sonore anni Settanta, funk e Lucio Battisti. Sono alcune delle coordinate che potremmo usare per triangolare gli Apollo Beat, gruppo di Sassari al secondo disco, Sfera, con IRMA records. Un disco strumentale che però ci regala una piccola perla: Luce. Il videoclip, girato con la solidarietà dell’Unione Ciechi di Sassari è a tratti emozionante e il singolo potrebbe essere uno dei più belli degli ultimi anni in quel filone di ripescaggi, omaggi e citazionismo a un certo tipo di suoni d’altri tempi. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Giuseppe Bulla, voce del gruppo.

Luce è il vostro primo singolo. Come l'avete scritto?

Luce è un brano nato in una sera, davanti al camino: siamo partiti quasi per gioco dal riff di uno strumento un po' atipico, la fisarmonica, per decidere che quello sarebbe stato il nostro primo brano cantato in italiano. Era un brano che ci ha chiesto quasi autonomamente di essere cantato, senza che vi fosse a priori alcuna volontà in tal senso: una svolta importante per il nostro modo di fare musica, che è arrivata senza colpo ferire, in totale naturalezza. Dopodiché abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione su un concetto astratto, ma allo stesso tempo tangibile e permeante come quello della luce: onda, particella e metafora allo stesso tempo. Così ci siamo abbandonati alla ricerca dell'essenzialità delle parole per riuscire a scrivere un testo semplice e evocativo. Così è nata Luce.

Cosa è successo sul set del video? 

Mi risulta davvero difficile descrivere le emozioni scaturite durante le riprese del video. Era qualcosa a cui, ora lo so, non eravamo pronti. Forse è stata la cosa migliore, perché ha permesso non solo a me, ma a tutta la troupe, di affrontare questo lavoro come se fosse una vera esperienza. Inaspettata e dunque sincera. Dover accompagnare mano nella mano i nostri ospiti non vedenti, passarci del tempo per parlare ed entrare in empatia rispetto a ciò che sarebbe poi accaduto è stata forse la parte che ricorderò di più. Il resto è stato un flusso emotivo continuo: io cantavo e loro ascoltavano il brano, di fronte a me, rispondendo con i movimenti del proprio corpo alle sollecitazioni della musica e delle parole. Senza il vincolo dell'autocensura dato spesso dal timore del giudizio di chi ti guarda si sono abbandonati alla musica; alla luce che non vedono e a quella che possono mostrare a chi l'ha persa. È stato proprio il presidente dell'Unione Ciechi di Sassari, Franco Santoro che, durante una pausa delle riprese, mi ha chiesto: “posso portarti io nel mondo della mia luce?”.

Nella seconda parte del videoclip l'interazione cresce ancora. 

Tutti noi siamo stati trascinati in una magia, proseguita poi con le riprese della giovane Sara. In un certo senso questo video ha dato corpo e sostanza al brano trasformando questa esperienza in qualcosa di indimenticabile che, personalmente, mi legherà per sempre alla canzone. Grazie a loro ho anche appreso appieno un nuovo significato della parola “fiducia”: accettare la partecipazione  ad un video che non potrai mai vedere significa davvero tanto.

Avete sempre composto brani strumentali. Quando e com'è nata l'esigenza di iniziare a cantare?

In realtà questa cosa era un po' nell'aria. In tutti i concerti inserivamo almeno un paio di brani cantati, dato che nei miei progetti musicali precedenti cantavo. Era un modo per spezzare la tensione, per dare una nuova dimensione allo spettacolo; e ha sempre funzionato. Facevamo prevalentemente qualche brano soul, anche originale, però sempre cantato in inglese.

Quando sono cambiate le cose?

Dopo aver scritto Luce. Abbiamo intuito che qualcosa era cambiato e lo abbiamo capito soprattutto dalla reazione di una parte del pubblico; quella forse meno avvezza alla musica strumentale, che ci ha dimostrato un apprezzamento davvero notevole. Insomma, non dico niente di nuovo nel constatare che un brano cantato abbia sicuramente più appeal rispetto a uno strumentale se non si è abituati a cibarsi di colonne sonore, ma in questo caso l'esigenza penso sia stata la nostra. Ovverosia quella di dire qualcosa di nuovo rispetto al nostro passato.  La musica, come qualsiasi forma d'arte, è principalmente comunicazione e forse anche inconsciamente avevamo l'esigenza di comunicare in maniera più diretta.

Il brano sembra omaggiare un certo Battisti, quello di Anima Latina

Lucio Battisti è per noi un mito assoluto e Anima Latina rimane il suo più grande capolavoro, sebbene anche per lui non era altro che un esperimento.  Siamo sicuramente fieri di questo accostamento, ma dietro il disco c'è dell'altro. Singolarmente  abbiamo  influenze molto diverse che provengono dagli ascolti di gioventù: ad esempio c'è chi viene dal jazz e chi dal punk-rock e questa cosa non può non influenzare la nostra musica. Il terreno comune in cui i nostri gusti si incontrano, però, è sicuramente quello legato agli anni 70: sia a livello sonoro, che compositivo e, più in generale, di sperimentazione artistica sono stati anni illuminanti.

Quale altri influenze avete?

Dietro il nostro disco, infatti, ci sono tante influenze: dall'Afro Beat di Fela Kuti o di gruppi contemporanei, come i Monophonics o Shaolin Afronauts, a compositori di musica per sonorizzazione (come non citare l'immenso Piero Umiliani o il meno conosciuto, ma altrettanto geniale Puccio Roelens) fino ad altri cantautori italiani come Dalla o Battiato, che hanno segnato sicuramente la nostra formazione musicale oppure super band da studio degli anni '70 come I Gres, fra i quali militava anche il mitico maestro Roberto Pregadio. Poi la Black Music di Roy Ayers  e Bill Withers, il soul di Donny Hathaway...insomma ce ne sarebbero tanti da scrivere. Quello che è accaduto con Sfera è stata la voglia di racchiudere in un solo disco ciò che è la nostra interpretazione migliore di quegli anni e lo abbiamo cercato di fare in una maniera originale: giocando con i suoni e abbandonando l'approccio “scolastico” tipico di progetti forzatamente vintage.  In un brano, ad esempio, ci sono i Tenores di Bitti immersi in un'atmosfera psichedelica (il canto a Tenores è un patrimonio della musica tradizionale della Sardegna, la nostra Isola). Insomma in questo disco abbiamo iniziato ad apprezzare la bellezza della sperimentazione sonora e della contaminazione dei generi.

Voi siete di Sassari, com'è la vita artistica sull'isola?

La Sardegna, contrariamente a quanto si possa pensare, più che un'isola, è un micro-cosmo. E non solo linguistico, tradizionale o gastronomico, ma anche musicale. Come tutte le cose, te ne accorgi quando, dopo averla conosciuta, ti ci allontani e la osservi dalla giusta prospettiva. Musicalmente parlando, per qualsiasi genere, in Sardegna ci sono progetti originali che producono musica di ottima qualità. È chiaro che anche da noi, forse più lentamente rispetto ad altre parti dello stivale, le modalità di produrre la musica stanno cambiando: lo spostamento delle produzioni dallo studio di registrazione alla cameretta, rimodulano anche quì il concetto di “band”, ma chi è sopravvissuto ha mantenuto un approccio di sacrificio in saletta davveri encomiabile. La cosa curiosa della Sardegna è che ciascun progetto musicale si “specializza” in un determinato genere cercando di entrarci dentro con tanta attitudine per poter raggiungere un livello qualitativo e professionale sempre alto.

Siete dei perfezionisti? 

È la fame di spaccare della provincia, che ti costringe ad essere perfezionista per andare a suonare “in Continente” e fare bella figura! È accaduto nel jazz, nel pop e anche nei generi alternativi che poco hanno a che vedere con la nostra musica tradizionale, come il blues o la reggae music.

Cosa manca allora?

Ciò che spesso manca è la fiducia da parte del mercato nazionale che spesso si scoraggia alla sola idea di produrre un gruppo sardo (“mamma mia quanto costerà il traghetto per farvi venir su!”), così come in certi artisti sardi che non riescono a comprendere appieno l'importanza di investire nella propria musica sia a livello produttivo che di comunicazione. Insomma, grazie al mercato liquido le barriere fisiche si sono notevolmente ridotte, ma quelle mentali sono forse le più difficili da abbattere. Attenzione, non voglio dire che sia semplice muoversi, ma con il giusto lavoro comunicativo e il giusto supporto è possibile far fronte anche a queste “problematiche”, perché in fin dei conti dovrebbe essere la musica a vincere. 

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L'articolo Un appuntamento al buio con gli Apollo Beat di Redazione è apparso su Rockit.it il 27/01/2020 12:57

Tag: singolo

Pagine: Apollo Beat

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