Après La Classe / intervista

Après La Classe, vent'anni a ritmo di patchanka

Un capolavoro è un’opera che rimane nella storia. Purtroppo, col sussistere di certe situazioni, “Mamma L’Italiani” continua ad essere un pezzo attualissimo
17/07/2019 15:09

Circondati dal rosmarino selvaggio che cresce nelle fessure rocciose di una splendida spiaggia di Gallipoli, tra un piatto di pesce crudo ed una frisella alla burrata, qualsiasi canzone acquista un significato diverso. Il Salento, una terra magnifica che abbiamo cercato di esulare il più possibile dal discorso per non ricadere nel circolo vizioso delle domande che da anni vengono poste a questa band. Per la mia generazione sono il gruppo della sigla de “Le Iene”, quelli di “Paris”. A sette anni dal loro ultimo lavoro, in occasione dell’uscita del nuovo singolo “Nada Contigo” realizzato insieme ad Alborosie, abbiamo incontro gli Après La Classe in riva al Mar Ionio.

Lo avrete già spiegato mille volte ma, come dovremmo tradurre “Après La Classe”?

Valerio: Cesko è italo francese…

Cesko: Franco-salentino, prego. Volevamo un nome dal richiamo internazionale, naturalmente la scelta è ricaduta sul francese. Après La Classe letteralmente significa “dopo scuola”, un nome carino per identificare il “cazzeggio” ma anche la libertà che ci contraddistingue artisticamente.

Questo nuovo singolo è il preludio a qualcosa di nuovo?

C: è l’inizio di un percorso quasi trimestrale che porterà all’uscita di altri singoli, inevitabilmente, sfocerà in un album.

V: Quando scegliamo un singolo andiamo sempre per esclusione, partiamo da una rosa iniziale di circa dieci elementi. Abbiamo tanto materiale, ma un album non è composto esclusivamente da singoli.

Nella vostra carriera, avete cantato in italiano, francese ed inglese. Ogni lingua ha un suo valore fonetico, sonoro. Le utilizzate come veri e propri strumenti?

C: Esattamente, ed è una caratteristica che ci contraddistingue fin dal nostro primo album. Abbiamo iniziato col francese, l’italiano ed in seguito ai nostri viaggi anche l’inglese. Il mio sogno riuscire ad utilizzare tutte le lingue latine, lo spagnolo fece la sua prima comparsa in “Circo Manicomio”.

V: Eravamo reduci da un’esperienza allo Sziget, ci accorgemmo di quando fosse importante suonare internazionali non solo a livello musicale. Inoltre, le lingue straniere forniscono la possibilità di sondare nuove sfumature perché hanno una metrica oltre che un suono diverso dall’italiano. Tornando da Budapest, quindi, Cesko decise di imparare lo spagnolo.

Non avete mai temuto di incappare nell’”effetto Mal”?

C: Ho sempre utilizzato una metafora diversa, con tutto il rispetto, ma quando decisi di cantare in spagnolo non volevo sembrare Rocky Roberts. “Stasera mi butto, mi butto con te”. Per “Circo Manicomio” mi feci seguire da un maestro. Non volevo scimmiottare le band estere ma avere una chiave di lettura internazionale verso un pubblico che esulasse quello italiano.

Col dialetto invece avete fatto un lavoro diametralmente opposto.

C: Il dialetto è storia, dal dialetto proviene la vera cultura popolare. Fortunatamente nella nostra regione è sempre stato diffuso, in Salento, i Sud Sound System hanno aperto questa e tante altre porte. Le sonorità della nostra lingua si sono sposate perfettamente con un certo tipo di musica creando a tutti gli effetti un sound che ci rispecchia anche a livello internazionale. I dialetti sono lingue da difendere, negli ultimi anni stiamo assistendo ad una loro ripresa.

V: Pensa a tutta la nuova scuola romana, non nascondono la loro provenienza, anzi, la ostentano. Cantano proprio in romanaccio. Franco 126, Carl Brave, sono l’evoluzione degli stornellari, una vera e propria ripresa della musica popolare capitolina.

Pur sondando mille sfumature diverse, avete mantenuto uno stile riconoscibile nel corso della carriera. Le vostre influenze, i vostri ascolti, sono mutati negli anni?

C: Siamo sempre stati attenti a quel che ci circonda, sia a livello locale che internazionale. Non vogliamo sembrare paraculo, non abbiamo mai seguito una tendenza, ma è importante capire la musica come risvolto di un cambiamento della società. Fra noi abbiamo gusti veramente eterogenei, forse questa è la nostra forza, attraverso un confronto intelligente riusciamo a farli confluire in una direzione coerente.

Il reggae, lo ska, sono generi che hanno subito un lento declino, resistono nei nomi di grandi band internazionali. Anche il vostro pubblico sarà cambiato negli anni.

C: Alle nuove generazione piace altro, Nel nostro piccolo, nell’ultimo singolo abbiamo cercato di adeguarci a delle sonorità che potessero piacere anche ai giovani. Sembra stia funzionando, Ci arrivano messaggi da diciottenni entusiasti. Siamo resistiti al ricambio generazionale. Ai nostri concerti vediamo gente che magari ha messo su famiglia, che ha esigenze diverse e non resiste al richiamo della musica pur subendone i postumi per quattro giorni.

V: Siamo cambiati anche noi. Nel nostro primo album il pezzo più pop durava 3,45 min, oggi, una canzone per essere radiofonica deve accorciarsi di almeno un minuto. Per una band abituata a “suonare” come noi non è stato facile. Questo ha destrutturato completamente il modo di scrivere formando un nuovo tipo di cantautorato: i giovani si aspettano un messaggio condensato in molte meno parole. Mantenere un proprio stile, un sound riconoscibile, quando si suona per così tanti anni affrontando così tanti generi non è facile.

In pratica, come avete agito?

V: Tra le altre cose abbiamo iniziato a lavorare con dei producer, probabilmente continueremo per questa strada, in particolare con Luca Tarantino che è stato co-produttore di questo singolo. Una volta, mentre facevamo jam in studio, ci disse che avevamo affrontato almeno cinque giri per cinque possibili canzoni diverse. Lui ha una visione esterna della nostra musica ed è molto più giovane di noi, ci sta aiutando a trovare una nuova direzione al sound senza snaturarci.

Potete vantare più di mille date sparse per tutto il mondo, è più facile produrre musica all’estero?

V: Ci sono producer italiani che stanno spaccando all’estero: Merk & Klemont, Benny Benassi. Anche per quando riguarda le band la situazione è ormai cambiata parecchio rispetto ai nostri tempi. Con Spotify basta scrivere reggae per ascoltare il California reggae, l’afro, quello salentino. Il problema quindi non è produrre musica in Italia quando proporla live, non esistono strutture adeguate, non abbiamo una cultura dei festival paragonabile a quella estera. Negli ultimi anni ne abbiamo risentito anche noi, molti live club rappresentativi della musica italiana non esistono più.

C: Il Rolling Stone di Milano, ad esempio, un vero e proprio tempio.

Perché avete deciso di collaborare proprio con Alborosie?

C: lo abbiamo conosciuto anni fa a casa sua in Jamaica, abbiamo iniziato a supportarlo in alcuni show e siamo diventati amici. Quando abbiamo composto questo pezzo pensavamo fosse il personaggio perfetto per cantarlo e glielo abbiamo proposto. Siamo dell’idea che i featuring non vadano programmati. A lui fa sempre piacere venire in Salento.

V: Suonarsela per sé non ha senso. Noi non siamo Pooh, tanto di cappello, ma non siamo costretti a proporre lo stesso format per quaranta anni. Tutti i più grandi autori si sono messi in gioco, penso a Paul McCartney che in pratica è Dio quando ha deciso di comporre un pezzo acustico con Rihanna.

Quindi dobbiamo aspettarci featuring ad effetto anche per le prossime uscite?

C: Non possiamo ancora annunciarlo ma ci sarà qualche collaborazione importante già nel prossimo singolo.

V: Ca-possela o Ca-po Plaza?

Quando posso, provo sempre a parlare di calcio: l’Inno del Lecce? Come vedete la prossima stagione?

C: come cazzo hai fatto a beccarlo?

V: è stato un onore poterlo comporre. Cesko mi ha portato per la prima volta in curva, sono rincoglionito da quel giorno. Stiamo facendo ottimi acquisti e questa società sembra avere il cuore nella città. Non aggiungiamo altro per scaramanzia.

Quanto è attuale un pezzo come “Mamma L’Italiani”?

C: Abbiamo sempre cercato di stimolare le persone, di spronarle. Come abbiamo sottolineato negli anni “Mamma l’italiani” non è un pezzo che critica gli italiani quando lo stereotipo dell’italiano all’estero. Stereotipo che non credo sia migliorato.

V: La forza di quel pezzo è essere tanto denso quanto allegro, ballabile. Non siamo gli unici ad aver attuato una scelta del genere, penso ad esempio a Caparezza con “Fuori dal tunnel”. I capolavori rimangono nella storia, purtroppo, finché continueremo a vedere certe cose, questo pezzo rimarrà sempre attuale.

---
L'articolo Après La Classe, vent'anni a ritmo di patchanka di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 17/07/2019 15:09

Tag: intervista - Questo nostro grande Instagram

Commenti
Aggiungi un commento:

ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati