Può esser ferro, può esser piuma: i diversi modi per interpretare la canzone romanesca secondo gli Ardecore Intervista

Ardecore intervista RomaArdecore intervista Roma
12/03/2015 di

Gianpaolo Felici te lo descrivono come una persona cupa. Di fatto ci passi la serata a chiacchierare ridendo di gusto. Lo incontro all'Init, il locale che gestisce da non so quanto tempo, per parlare del bellissimo “Vecchia Roma”, il nuovo album dove gli Ardecore riprendono sette canzoni – alcune conosciutissime, altre decisamente meno – della tradizione popolare romana.

Non conosco benissimo le canzoni romane – senza offesa, è che sono piemontese – soprattutto non so se quest'ultime che hai reinterpretato siano famosissime o meno. Mi fai da guida? 
Anche tanta a gente a Roma non le conosce. Quando uscimmo nel 2005 con il primo disco era davvero un tema difficile da proporre. Ardecore nasce con Zu e Geoff Farina, all'inizio era un continuo “ma che davéro?” (ride, NdA). A suo modo è stata un'idea coraggiosa, non c'era un ascolto così diffuso di queste cose e, più in generale, non c'era una cultura legata alla musica romanesca, se non nelle persone di una certa età ma che, ovvio, nulla hanno a che fare con un determinato mondo musicale e meno ancora con quello sperimentale. “Pupo Biondo” e “Vecchia Roma” sono le più conosciute, altre lo sono meno. “Vecchia Roma” è l'unica del dopoguerra, è del '47, tutte le altre sono state scritte a cavallo tra le due guerre. 

Come avete scelto l'arrangiamento di queste canzoni?
Volevamo partire dal gospel, il disco gira tutto attorno al pianoforte e all'organo. L'idea iniziale è stata influenzata dai dischi di Mahalia Jackson o di alcuni di Elvis Presley, quella è stata la base da cui partire. Infatti la scelta dei brani è ricaduta su storie sentimentali che finiscono in una maniera piuttosto scura e drammatica. L'ultima canzone, “Serenata sincera”, è l'unica che porta una nota positiva, è l'uscita verso un futuro migliore.

Anche in quelle dei dischi prima non mancava il sentimento, no?
Sì, è vero. Se vuoi fare il recupero di determinati titoli tradizionali non puoi allontanarti troppo da quelle dinamiche. Ho cercato, però, di dare ad ogni capitolo degli Ardecore una certa direzione e per questo disco volevamo arrangiare i brani in una maniera, tra virgolette, matura e le canzoni, di conseguenza, dovevano rappresentare una dimensione spirituale di un certo tipo, da qui il legame con il gospel.

Vecchia Roma Ardecore copertina

(la copertina del nuovo album "Vecchia Roma")

L'effetto finale è notevole, davvero complimenti. È stato un lavoro lungo?
L'idea di prendere una direzione chiara ha aiutato. Certo è un lavoro che porta via non poco tempo: tutti i brani sono stati ricomposti, la parte più difficile è sempre adattarli all'idea melodica ed armonica che ti sei dato all'inizio.

La canzone "Vecchia Roma” l'avete cambiata parecchio rispetto alla versione tradizionale.
Del testo originale usiamo solo una strofa. Quel brano si porta dietro frasi veramente obsolete che, anche con tutto lo sforzo possibile nel trovargli una nuova interpretazione, non è facile cantare.

Infatti la mia domanda era più questa – e qui mi riferisco ad un altro brano, “Signora Fortuna” - come si fa ad essere credibile cantando, oggi, “de mamma ce ne' solo una”?
Eh, infatti non è facile. Tieni presente che è una canzone del pre-guerra e quindi legata ad un'altra cultura. Detto questo, la madre in quella canzone potrebbe avere tante letture diverse: può rappresentare una figura superiore, può rappresentare la complessità, magari anche giusta ai tempi, di chi si sente il carico di far funzionare una certa situazione sentimentale; oppure l'idea che una donna, finché non sarà madre, vivrà nell'inquietudine perché non saprà gestire a dovere determinate tensioni che sente dentro di lei.

Lo sapevo che saremmo finiti in discorsi complicati.
Ma è chiaro, l'idea dell'italiano che ritorna da mamma e che sta bene con mamma è riduttiva. Io poi non ho un rapporto così idilliaco con mia madre quindi devo dare al pezzo una chiave di lettura più complicata (ride, NdA).

Si può dire che è un disco meno macabro degli altri? C'è giusto un soldato che torna cieco dalla guerra, un amante disperato che dice alla sua lei che la vorrebbe veder morta ma poi si pente, un altro urlerebbe a tutto il palazzo che è stato tradito. Rispetto agli accoltellamenti che c'erano nei dischi precedenti è robetta, insomma.
È il primo disco dove non c'è il tema della morte, è vero. Ma, è palese, anche questo album resta legato a testi piuttosto scuri: non c'è mai un momento di apertura, bene o male sono tutti testi piuttosto tristi. L'unica speranza l'ho voluta mettere in finale con “Serenata Sincera”, è l'unico raggio di sole in disco fondamentalmente blues. E il sole nel blues non lo trovi mai per definizione.

In quest'album è sempre l'uomo a soffrire. Prima invece c'erano anche canzoni con protagoniste femminili.
Personalmente mi viene più facile cantare un testo che parla di un uomo. Negli altri dischi, è vero, abbiamo inserito anche il blues visto con gli occhi di una donna. Ora, è diverso: non so se il mio percorso è stato capito ma vorrei arrivare ad un ultimo album dove si parla solo di cose belle, di amore cosmico e di visioni solari. Perché, ti spiego, ormai ogni volta che sono triste per qualcosa – storie che prima funzionano e poi non più, affari che prima vanno bene e poi malissimo – il dubbio mi viene: ma... non sarà che sono sempre depresso perché mi ostino a cantare 'ste cazzo de canzoni? (ride, NdA)

Quindi non è liberatorio cantare di storie tristi dove non sei tu il protagonista?
È un po' come fare l'attore... me l'hanno pure chiesto, sai, ma meglio non dire niente che magari mentre parliamo succede qualcosa al regista (ride, NdA).

Tocchiamo ferro. Sei scaramantico?
Non sono scaramantico, di più. Studio proprio il tema della scaramanzia. Ad esempio, il toccare ferro: gli Ebrei nell'antichità costruivano i templi senza l'uso dei metalli. Il metallo, secondo la cabala, attrae gli spiriti bassi, le forze della terra, gli spiriti elementali. In un tempio non troverai mai nessun elemento portante in metallo, il ferro conduce lo spirito basso, che poi è quello che nella definizione più grossolana è quello che viene definito...

...la sfiga?
No, Satana! Il male! E ora che le chiese vengono costruite anche in ferro, secondo alcuni scrittori, esoterici naturalmente, è una grave degradazione della razza umana. Il tempio deve essere un punto in cui lo spirito di chi entra si trova isolato da ogni possibilità malefica. Mi avevi chiesto se sono scaramantico?

La domanda che volevo fare io era se, in qualche modo, devi trovare un punto di contatto tra un tuo dolore personale e la storia raccontata nella canzone.
È quello il problema. Quando interpreti una canzone te la devi completamente disegnare addosso. E a volte, quando ti ritrovi disperato a cantare, ti chiedi davvero se sei diventato matto e perché lo stai facendo. È molto difficile fare un lavoro di astrazione rispetto a quello che stai dicendo, rischi poi di dirlo male: se il testo piange e tu non fai altrettanto rischi di suonare finto. Nel folk è una cosa importante, almeno per me.

Tra le canzoni di “Vecchia Roma” qual è la storia più affascinante?
Secondo me “Girasole”. Nella sua semplicità esprime la schiettezza della romanità. La canzone romana ha un aspetto sentimentale molto sottile ma, al tempo stesso, è raccontato in maniera greve. Ovviamente stiamo parlando di una canzone scritta da uno che viveva in un'epoca, e in una Roma, diversa dalla mia, ma “Girasole” descrive la tristezza di un uomo che viene lasciato dalla sua donna perché lei ha trovato un altro che le garantirà una vita migliore, più agiata e più ricca. In quel “mentre ti giravi davanti ad un altro sole, er portafoglio” c'è una sintesi molto potente di tante cose. Per me quella frase riassume bene, a mio avviso, cos'è la romanità.

Mi fai un altro esempio?
Il romano cerca sempre di trovare una sintesi tra l'elevato e il greve, se una cosa è troppo drammatica, il romano cerca di unirla ad un elemento divertente. Ad esempio: una madre che deve punire o sgridare il figlio potrebbe dire: “se lo fai ancora una volta ti do uno schiaffo”. La madre romana invece dice: “ti do uno schiaffo io e uno te lo dà il muro”. Tu bambino ricevi il messaggio che mamma ti mena se ti azzardi a fare ancora quella cazzata, ma allo stesso tempo un po' ci ridi sopra. Potresti anche considerarla una cosa volgare, grossolana, invece è un equilibrio molto bello che racconta tante cose diverse insieme.


(il primo album omonimo degli Ardecore, 2005)

La canzone romana più violenta in assoluto qual è?
Bene o male, le canzoni romane viaggiano sempre sul binario della giustezza. Anche nei momenti dove l'autore si è lasciato andare alla tristezza e alla violenza, o storie di coltelli, fino ad arrivare ad un tema drammatico come la morte. Forse la vera violenza la puoi trovare in un pezzo come “La popolana”, contenuta sul nostro primo disco, dove una madre insegna delle cose razziste al figlio dicendogli di non avvicinarsi alle persone povere, nello specifico ad una donna. Ma poi quel bambino verrà salvato dalla stessa donna che la madre voleva allontanare. Capisci che c'è un senso di equilibrio?

La più bella canzone d'amore romanesca qual è?
Molti momenti possono essere toccanti. “Affacciate Nunziata” probabilmente è la serenata più bella della canzone romanesca, ma noi non l'abbiamo mai fatta. Di quelle che abbiamo fatto, probabilmente, la più toccante è “Nina viè giù”. Anche “Serenata Sincera”, contenuta in quest'ultimo disco, è molto bella ma è già più triste. La vera serenata non è drammatica, la serenata nasce dall'idea di cantarla ad una ragazza per conquistarla, se è drammatica non funziona (ride, NdA).

Hai mai avuto paura che gli Ardecore diventassero un progetto puramente folkloristico, come quei gruppi che fanno anche carriera, suonano a teatro o in location prestigiose, ma restano sempre all'interno di circuiti legati alle tradizioni e alla cultura popolare?
L'idea che hanno avuto gli Ardecore è stata poi ripresa anche da altre band romane, diciamo che ci hanno pensato loro a farla diventare una cosa del genere. E non ho cattivi rapporti con queste persone, li conosco tutti, ma spesso quando facciamo concerti insieme il feedback che riceviamo è che siamo ancora noi quelli sperimentali mentre, in realtà, dovrebbe essere il contrario: sono sempre quelli che vengono dopo di te che hanno la possibilità di portare il genere ad uno step successivo. Se non succede vuol dire che quelli folkloristici sono loro. Onestamente mi va bene così.

Domanda opposta: potevate diventare gli alfieri di un certo italian touch, un progetto come il vostro poteva arrivare ovunque. Mai pensato agli Ardecore da Letterman?
Sì, ma per farlo hai bisogno di una squadra unita e che sia sempre quella. Lo dicevamo prima, gli Ardecore nascono con Zu, Geoff e Luca Venitucci, poi sono diventati altro. È sempre stato un combo, se fossimo stati più compatti avremmo potuto fare un altro tipo di percorso. Ma non rimpiango nulla, sono contento del lavoro che abbiamo fatto.

In alcune interviste dici che la parte promozionale è quella più snervante per te.
È chiaro che è quella che mi piace meno, ma non posso dire che non mi interessi: è comunque bello raccontare agli altri cosa hai fatto nel tuo disco. E poi arriva la fase dove devi ricreare il tutto relazionandoti con il pubblico ed è nuovamente un bel momento.

Fino a quando suoneranno gli Ardecore?
Fino a quando non finisce la voce e, come senti stasera, siamo arrivati (ride, NdA).

Tu passi tutte le tue giornate chiuso qui all'Init?
Sì, mi sono autoimmolato alla programmazione artistica di questo posto. Ci sto bene, quando non ce la faremo più ci inventeremo qualcos'altro. L'importante è aver sempre voglia di creare qualcosa.

Dà ancora soddisfazione gestire un locale oggi?
Ma sì, sai, è importante avere la possibilità di continuare. In Italia è così, vince chi dura. Troverai sempre qualcuno più forte di te, in tutto: come promoter, come autore, come interprete, etc. Funziona chi dura più a lungo, la soddisfazione è sempre breve e devi diluirla nel tempo. Se alla prima che va male sparisci vuole dire che non hai quella voglia passionale che, invece, ho imparato ad apprezzare. C'è chi fa la stessa cosa per anni e anni, con lo stesso spirito di abnegazione: dopo un po' si merita un premio, no?



Ci sono dei cantautori italiani che ti piacciono?
Dei nuovi? Forse sarebbe più corretto dire che ce ne sono alcuni che non mi danno così fastidio. Ho un percorso musicale che arriva dal metal estremo, dall'industrial e dall'hardcore, mi sono affacciato al cantautorato e al pop in maniera strana. Ovviamente rispetto personaggi mitologici come Modugno, Battisti, pure Branduardi: nonostante rompa i coglioni Branduardi mi piace (ride, NdA). Oppure i CCCP, che comunque partivano da un presupposto di musica popolare italiana. Mi piace quando una band riesce a mantenere un rapporto, anche estremo, con la sua radice territoriale. Come senti la differenza tra un pezzo rock inglese e uno americano, vorrei che fosse lo stesso per un pezzo rock italiano. Ce ne sono di nomi validi, i Ronin, Il Pan Del Diavolo, te ne dovrei dire parecchi, ma de mio ultimamente sto ascoltando i dischi di Santo Johnny o dischi degli anni '50.

Ultima domanda, c'è un posto che ti rimette in sesto ogni volta che serve?
Ti potrei dire tanti posti. Una cosa che mi ricarica parecchio è prendere la bicicletta di notte e fare un giro in centro. Ad un'ora dove ormai non c'è più traffico e magari non fa nemmeno freddo. Ti accorgi che stai passando in mezzo ad un monumento a cielo aperto: vai a Largo Argentina e ci sono i templi di 3000 anni fa, oppure ti fermi davanti al Pantheon. È una cosa completamente rigenerante. In realtà non è solo un museo a cielo aperto, Roma in certe circostanze è proprio assurda.

Tag: cover roma

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati