Asteria: "Siamo tutti pieni di ferite: quando si soffre, soffrono tutti"

Aprirsi, raccontare, condividere, testimoniare l'importanza di prendersi cura della propria salute mentale. È quello che la giovane artista fa con il suo secondo disco, "FERITE PER TUTTI", uscito oggi. Un album per dire che nessuno si salva da solo, ma anche che nessuno è condannato in partenza

Asteria
Asteria

Nessun uomo è un'isola. Dovremmo saperlo, si titolava così un saggio famosissimo di Thomas Merton del 1955. Eppure finiamo spesso per scordarcelo. Non vuole farlo, tanto da averci dedicato un album Asteria, nome d'arte di Anita Ferrari, promettente artista che oggi ha pubblicato per Double Trouble Club/Island Records/Universal Music Italia il suo secondo album, FERITE PER TUTTI, che fa seguito all'esordio YACHT CLUB nel giugno del 2024.

Il disco si interroga sull’esperienza umana e le relazioni, partendo dalla convinzione che nessun individuo è, appunto, un individuo e basta, ma vive in una collettività, si costruisce nei rapporti con gli altri.  un presupposto essenziale: nessuna esistenza è isolata, ogni individuo abita uno spazio personale che, spesso senza accorgersene, entra in relazione con quello degli altri. "FERITE PER TUTTI guarda alle vite come parti di una struttura comune, fragile e permeabile. Un insieme fatto di prossimità e distanza, di presenze e assenze, in cui ogni gesto ha una conseguenza e ogni ferita altera l’equilibrio complessivo", spiega.

Asteria porta su disco le sue emozioni, la sua quotidianità di una studentesse poco più che vent'enni, i dolori e il senso di inadeguatezza. E come la presenza e l'assenza degli altri, i detti e i non detti, possano modificare queste sensazioni. Ci siamo fatti raccontare un po' delle undici tracce di FERITE PER TUTTI da lei, a cominciare da16 ANNI

Superati i 20 anni, perché fare un pezzo per chi ne ha 16? 
Ciò che mi ha spinta a scrivere un brano che parla dei sedici anni è la nostalgia per un’emotività più intensa, più viscerale, meno filtrata dalle difese che costruiamo crescendo. Difese che spesso servono a proteggerci dalla sofferenza, ma che inevitabilmente ci allontanano da quella sincerità emotiva totale. Sento ancora molto forte dentro di me un’anima adolescenziale: quel coinvolgimento irrazionale che l’amore riesce sempre a risvegliare, a qualsiasi età, e che ci fa sentire, almeno all’inizio, tutti un po’ più adolescenti.

Ci dicie tre cose simili a YACHT CLUB di questo disco, e tre completamente diverse?
È una domanda difficile. La prima grande differenza è il processo creativo: alcuni brani di YACHT CLUB sono nati direttamente in studio dai producer, mentre FERITE PER TUTTI è nato completamente da me ed è stato poi sviluppato con Alex. Un’altra differenza riguarda la ricerca sonora: in FERITE PER TUTTI ho sperimentato di più a livello ritmico, allontanandomi in alcuni momenti dal mondo più club-pop. Infine, il tema del dolore e della sua condivisione è molto più centrale e consapevole rispetto al disco precedente. Le similitudini stanno soprattutto nella scrittura, che resta riconoscibile perché continuo a scrivere da sola testi e topline. L’anima club è rimasta in alcuni brani e, soprattutto, è rimasta la sensazione di viaggio: ascoltando entrambi i dischi dall’inizio alla fine si ha l’impressione di andare verso qualcosa che finisce proprio sul più bello.

Sei già al secondo album. Sei molto precoce, molto prolifica o entrambe le cose?
Non mi definirei prolifica: scrivo solo quando sento di avere davvero qualcosa da dire. Nel caso di questi due album, ho avuto tante storie da raccontare perché la vita, e le esperienze che ho vissuto, mi hanno dato molto materiale emotivo da trasformare in musica. Scrivere e produrre questi due dischi è stato un percorso molto bello, soprattutto perché non ho mai sentito pressioni sulla scrittura. Questo mi ha permesso di condividere con il pubblico gli aspetti più intimi di me senza percepire giudizio, ma piuttosto una forte connessione.

Come e quando scrivi?
Scrivo in molte circostanze, ma l’ispirazione arriva quasi sempre mentre sono in movimento. La maggior parte dei miei brani nasce da note vocali registrate in auto, che poi diventano canzoni in camere d’hotel o nel mio studio. Mi piace scrivere da sola: anche se amo il lavoro in team e stare in studio con persone nuove, ho bisogno di molta intimità per arrivare a qualcosa che mi soddisfi, e non sempre succede. A volte il processo parte da una parola o da una frase letta per caso, altre da un suono trovato in una libreria o da un genere su cui voglio sperimentare. In ogni caso, musica e parole viaggiano sempre insieme nel mio processo creativo.

Qual è il lavoro musicale che hai fatto su questo disco?
Sono partita sempre dalle emozioni che volevo comunicare, ho scelto dei suoni più adolescenziali, come il basso di 16 ANNI, più uptempo ed incalzanti, suoni più filtrati e profondi per brani più intimi come “SCHEGGE DI VETRO” o “SUPERCAR”. Nonostante io ami la cassa dritta, ho cercato di non lasciare mai che le produzioni fossero scontate, la ricerca musicale è stata tanto influenzata da ascolti internazionali, di artisti anche piccoli, che mi hanno permesso di capire quale fosse la maniera più adatta per me di esprimere ciò che avevo da dire anche attraverso il suono. I bpm dei brani variano molto, proprio per permettermi di spaziare tra emozioni che risuonano a tempi diversi e comunicano sensazioni diverse.

Qual è stato il brano che proprio non veniva?
Il brano più difficile è stato sicuramente GUILTY. Forse l’unico brano che ho scritto e riscritto mille volte perché sentivo di non essere riuscita a comunicare nel modo più efficace un concetto che doveva essere immediato, cioè il senso di colpa di quando due persone le provano tutte, ma comunque non finiscono mai per essere serene. Ci sono molte versioni anche della produzione del brano, ho iniziato a scriverlo come ballad pop con la chitarra acustica e mi fa ancora impressione ascoltare quella versione sentendo come è esplosa in sonorità molto più elettroniche adesso.

Come hai scelto il titolo? 
Il titolo inizialmente non doveva essere questo, poi, a disco ultimato, ho pensato che forse il concetto più rappresentativo di tutti questi brani fosse davvero "ferite per tutti", perché in ogni storia che racconto non c’è mai un vincitore e un vinto, quando si soffre, soffrono tutti. Per me questo concetto è importantissimo e nasce dalla consapevolezza che nessuno attraversa la vita senza lasciare o ricevere tracce. Ognuno di noi ha sperimentato il dolore, la sensazione di impotenza, la rabbia, la tristezza e le emozioni negative in generale e sappiamo quanto possano essere distruttive se non correttamente veicolate. Il pensiero che quando stiamo male non influenziamo gli altri sia solo una mera illusione, la realtà è ben diversa. Questo disco ha anche lo scopo di sensibilizzare a questo aspetto della salute mentale, il fatto che ciò che accade al singolo, come in un condominio, influenzi tutti gli altri che lo abitano.

Quali sono le tue ferite più grandi?
Le mie ferite più profonde sono legate all’ipersensibilità al cambiamento che ho sviluppato da bambina. Sono quasi sempre in allerta è raro che mi senta all’altezza delle situazioni, mi chiedo spesso se mi merito ciò che di bello mi accade o se invece dovrò pagare, in qualche modo, per il bene che mi arriva. Le ferite possono assumere tante forme in me, ma sono quasi tutte legate al non sentirmi mai abbastanza rispetto a degli standard troppo alti che mi pongo, anche se negli anni ci ho lavorato tantissimo e sto iniziando ad accettarmi di più per quella che sono.

Come riconosci quelle degli altri?
Mi metto in ascolto. Spesso gli occhi degli altri parlano, non tutti sono facili da leggere, ma tranne casi estremi, le persone ci comunicano come stanno senza nemmeno che glielo chiediamo, basta creare lo spazio emotivo per farli sentire accolti. Ognuno reagisce in modo diverso al suo bagaglio emotivo, c’è chi urla quando parla, perché non è mai stato ascoltato o chi ha smesso del tutto di esprimersi lasciando grandi silenzi anche quando gli viene richiesta una risposta. C’è chi va forte in macchina, chi canta a squarciagola, chi abusa di sostanze. Gli esseri umani esprimono, in tantissimi modi le loro ferite, sta agli altri esseri umani osservare, senza giudizio e mettersi in ascolto laddove l’ascolto non c’è mai stato.

Come va con gli studi in Psicologia? 
Gli studi vanno bene, riuscire a lavorare e studiare per me non è mai stato facile, ho dovuto congelare la carriera per diversi anni, ma ho ricominciato e sono molto determinata a portare a termine questa magistrale. Mi è piaciuto tantissimo l’esame di psicologia clinica, penso che non ci sia un singolo aspetto che mi ha colpita, ma più in generale, l’interpretazione dinamica di molti aspetti psicologici. Esistono i sintomi, ma ogni sintomo ha una sua storia e si manifesta in quel modo perché simbolo di qualcosa di più profondo, questo è ciò che mi affascina del modo in cui il nostro cervello manifesta la sua complessità attraverso di noi.

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Com'è nata la collaborazione con Elodie e cosa rappresenta per te essere "una sua autrice”?
La collaborazione con Elodie è nata dal mio discografico Jacopo Pesce che, dopo aver ascoltato la canzone “lontano da qui”, prodotta da Lvnar nella prima sessione che abbiamo fatto, ha pensato di proporla a Elodie. Il fatto che a lei sia piaciuta mi ha resa davvero felice, ma più di tutto vederla cantata durante i suoi tour mi ha fatta sentire parte di qualcosa di più grande. Sono felice del suo percorso, la sento molto affine a livello di sensibilizzazione sul tema della salute mentale e sono tanto contenta di far parte di questo messaggio.

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L'articolo Asteria: "Siamo tutti pieni di ferite: quando si soffre, soffrono tutti" di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-01-29 12:51:00

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