Un atlante delle cose nuove per capire come sta cambiando la musica Intervista

Illustrazione di Oisin Orlandi - Illustrazione di Oisin Orlandi -
15/04/2015 di

Andrea Girolami è staff editor di Wired Italia, per cui è anche responsabile dei contenuti video. Il suo ultimo libro si chiama "Atlante delle cose nuove" e si propone di raccontare il mondo che cambia in sole 48 parole: tra queste ce ne sono anche molte che spiegano come sta cambiando la musica, come i generi si stiano dissolvendo e come lo streaming illimitato sia una delle migliori invenzioni del secolo. Abbiamo deciso di farci quattro chiacchiere, partendo da alcune delle parole più interessanti.

 

Anonimato

(Illustrazione di Davide Colombo)

“A guidare la carica dei senza nome è quindi paradossalmente il bisogno di essere riconosciuti: non si capisce bene se provando a recuperare chi ancora si illude di poter consumare in maniera differente o, all’opposto, seducendo le avanguardie radical chic già stufe dell’istantaneità dei social network.”

Partiamo dalla A di Anonimato: quale artista per te ha utilizzato l’anonimato in maniera intelligente?
Il primo esempio che mi viene in mente è quello de I Cani, che quando sono usciti con le prime canzoni hanno puntato molto sull'elemento dell’anonimato, si mettevano dei sacchetti in faccia, non volevano svelare chi fossero. Per queste cose funziona sempre il meccanismo del vuoto d’aria, come per gli aerei: quando si apre la portiera in volo si crea il risucchio. Nel momento in cui tu togli un’informazione quella cosa ti attrae tantissimo. Indipendentemente dal fatto che uno lo faccia per marketing, o perché veramente timido e vuole concentrare tutto sulla musica, questa cosa è assolutamente una finzione, perché nel momento in cui tu nascondi un’informazione, questa divente immediatamente più preziosa. È la scarsità che provoca valore, sempre. E se c’è scarsità d’informazioni, queste diventano più ricercate e più preziose. Penso a The Knife e Sia, che lo fanno per marketing, o a Burial che lo fa perché magari è un paranoico e vive a casa con la mamma e gioca ai videogiochi: l’esito è sempre lo stesso, scatta una caccia al personaggio che altrimenti non ci sarebbe se si fossero comportati normalmente. È una cosa che sfugge anche al controllo di chi lo fa. I Cani probabilmente lo facevano per dare maggior peso alla parte musicale, ma questa cosa non funziona così. L’interesse iniziale per loro era più concentrato attorno a questa cosa dei sacchetti in faccia che alla componente musicale in sé. Poi se fossero consapevoli o meno di questo non lo so.

 

Bastardo

“Steccati di ogni genere cominciavano a cadere: prima le webzine di settore come la celebre «Pitchfork», e di lì a poco anche nel mondo dell’informazione online generalista – in cui approfondimenti, gossip e contenuti pubblicitari vivono in una delicata simbiosi su piattaforme che hanno una platea ampia e cosmopolita come non mai.”

Nel libro parli di come sia difficilissimo distinguere oggi tra i vari generi musicali, perché tutta la musica è diventata un po' bastarda. Se prima Pitchfork si interessava solo di un determinato tipo di musica, a un certo punto si è dovuta “arrendere” perché le barriere tra generi sono state abbattute. E così a catena tutti gli altri organi di informazione, che ora parlano allo stesso modo delle directioners come dell’ultimo dei cantautori africani. Detto questo, parli anche un sacco dei mash up come primo segno di questa mescolanza selvaggia. Qual è il mash up che preferisci in assoluto?
Nel libro cito il primo e più famoso mash up comparso sul web, quello tra gli Strokes e Christina Aguilera, che è quello che ha lanciato un po’ il fenomeno del Bastard Pop. E poi c'era un tale, Osymyso, che nel 2001 aveva prodotto una canzone che era in pratica un mash up lunghissimo, "Intro-Inspection", creata prendendo le intro di 30 o 40 brani. Una canzone fatta di “scarti”. Qualcosa che andava quasi oltre il concetto di mash up perché non metteva solo insieme due canzoni, ma tante, dandosi anche un limite preciso. Una cosa che spesso per creare le cose funziona molto.

È ancora possibile concepire un genere musicale completamente nuovo oppure siamo condannati ad un revivalismo infinito?
A me questa cosa che il revivalismo c’è solo adesso fa un po’ ridere, perché credo ci sia sempre stato. È sempre stato un ripescare - non tanto quel che faceva la generazione precedente, ma quella prima ancora. Adesso è molto più visibile perché possiamo mapparla grazie ad internet, e possiamo capire da dove viene. Tu che hai sei anni meno di me riesci a capire l’influenza di una canzone che esce adesso perché hai accesso a quell’informazione. Una volte non era così, e quindi il revival era più nascosto, in qualche modo. Il concetto su cui si basa il Bastard Pop si spiega con una frase di John Peel: non esistono i generi musicali, esiste la musica buona e quella che fa schifo. Questi sono gli unici due generi musicali che esistono. Prima c’era la musica major e quella underground, indie. Per fortuna queste cose, grazie anche a internet, sono cadute. Ora ci sono categorie trasversali; Justin Timberlake, Major Lazer, Kendrik Lamar fino alle cose più underground - sono tutti sullo stesso piano, quello dei prodotti interessanti, sia che vendano un milione di copie che mille. Pitchfork è stato il primo a capire che i generi non si dividono in alto e basso, ma vanno “tagliati” trasversalmente.

(Kendrick Lamar)

In Italia l’abbiamo capita, questa cosa? 
No ed è un errore, perché potrebbero farci dei soldi, sostanzialmente. In Italia c’è ancora la musica da classifica che viene dai talent show, e poi la musica underground. L’altro giorno sono andato ad intervistare il presidente della SIAE che mi diceva che secondo lui l’underground è rappresentato dal MEI (Meeting Etichette Indipendenti), come fosse una riserva indiana sparata nello spazio, una cosa assurda. L’underground è un atteggiamento che può esistere sia nelle robe da classifica, tipo Fabri Fibra, sia nelle realtà indipendenti. È qualcosa che taglia i generi. All’estero Beyoncé si fa fare le basi da Major Lazer - in Italia perché Emma Marrone non si fa fare le basi da Populous? Secondo me sarebbe interessante una cosa del genere, potrebbe essere sia commerciale che dance che mille altre cose. Non lo fanno perché non hanno ancora colto questa opzione, non sono capaci di gestire una cosa così complessa. Ci arriveranno. Quando capiranno che ci si possono fare dei soldi, ci arriveranno.

Forse questa distanza dal mondo è dovuta molto banalmente al digital divide. Parliamo di gente che non ha abbastanza accesso ad internet, e se ce l’ha non ha la capacità di capire cosa sta accadendo nel resto del mondo, magari perché non sa bene l’inglese. Oppure è un problema che ha radici più culturali?
È un problema che ha radici generazionali. Tutto il libro racconta questa grande storia che è lo scontro generazionale, che se vuoi è una cosa un po’ semplicistica, ma se dovessi rintracciare un problema alla base di alcune barriere che abbiamo in Italia, e che ci sono anche all’estero, è il problema che con la cultura digitale tutto va molto più veloce, quindi il gap generazionale invece che accorciarsi, aumenta. Tra me e te ci sono sei anni di differenza, però le cose già da un anno all’altro cambiano completamente. Snapchat ora è il social più avanti di tutti e magari nemmeno tu sai usarlo.

Mai aperto.
Appunto. Invece è una cosa che è già molto rilevante. Pensa in sei anni quante ne vengono fuori, di novità così. E pensa a cosa accade nel mondo della discografia dove c’è gente che ha iniziato a fare questo lavoro magari 35 anni fa. Non do la colpa a nessuno per questo, ma è un problema che ritrovi in tutti gli ambiti della produzione, soprattutto culturale. 

Dopo una certa età non si può più fare questo lavoro?
Sì, si può sempre continuare. Però bisogna fare ciò che uno è capace di fare. L’esperienza ha un valore importantissimo che però non può spiegare tutto. 

Commenti

 

(Illustrazione di Oisin Orlandi)

"Abbiamo raggiunto il grado zero di un’involuzione partita dalla firma da lasciare nel libro degli ospiti, ormai ridottasi a un semplice pollice alzato da esibire compulsivamente. Non solo: questa disintermediazione tecnologica, per cui esprimere la propria opinione è una sorta di appendice stessa della propria esistenza, ha portato a un progressivo inasprimento della qualità dei commenti stessi."

Prima parlavamo del fatto che non esiste più musica alta e musica bassa, che è tutto molto trasversale. Parlavamo anche di come nel panorama italiano le cose non stiano esattamente così. La cosa mi porta alla prossima parola, che è Commenti. Immagino che succeda in tutti altri ambiti, però quando si parla di musica su Facebook la gente scrive cose che dal vivo non si permetterebbe mai di pronunciare; anche la più innocua delle news scatena i peggiori insulti. Perché?
Per prima cosa, la gente commenta sui social network senza leggere gli articoli che sta commentando. Tempo fa NPR, la radio americana, ha fatto uno scherzo bellissimo. Ha pubblicato su Facebook un proprio articolo il cui titolo riportava qualcosa come “In America non si legge più online”. Sotto sono partiti un sacco di insulti. Poi se effettivamente cliccavi, nel pezzo c’era scritto che era una news pesce d'aprile creata per verificare se effettivamente la gente leggesse o meno gli articoli che commentava. NPR ha dimostrato quindi che la risposta è no. Dall’altra parte però io credo che il torto sia delle testate editoriali: se la gente insulta nei commenti di una news “innocua” non si può dare la colpa al pubblico, la colpa è sempre del brand che non è capace di costruire un valore tale, o un’immagine tale, da difendersi o da farsi amare abbastanza dal proprio pubblico.
Improvvisamente abbiamo aperto le gabbie, la gente può dire la sua e siamo spaventati da questo. Rockit e altre testate lo sanno bene, e lo sanno ancora di più quelle testate che hanno una storia lunghissima di possibilità di parlare senza replica, come Corriere della Sera e Repubblica, che infatti tolgono i commenti da tantissime sezioni del loro giornale perché non riescono a gestirli. Hanno scoperto che il loro brand non è abbastanza forte da resistere o da riuscire a giustificare tutto quello che pubblicano con i propri lettori. Un sito come Buzzfeed può fare una cosa anche un po’ pecoreccia, però pubblica talmente tante figate che quella cosa dal pubblico gli viene perdonata, o comunque viene inserita in un certo contesto. Se invece fa una cosa simile Repubblica o il Corriere o altre testate che non hanno creato quell’identità così forte online, vengono disintegrate.

Parlando di Rockit, a volte i commenti inferociti vengono da quelli che non sono disposti ad accettare che quelle barriere tra generi di cui parlavi prima non hanno più senso di esistere. Persone che magari non concepiscono che su una testata che ospita i FASK ci possa essere un nuovo rapper di 17 anni di Roma e ci possa essere Brunori. E comunque anche a Buzzfeed capita di fare errori clamorosi. Penso alla leggerezza con la quale parla a volte della cucina mediorientale, non curandosi del fatto che di mezzo c’è sempre la politica: se presenti hummus e falafel come un piatto israeliano viene giù il cielo, giustamente.
Le merde si pestano sempre, ma dipende come le fai le cose. Secondo me si può parlare di tutto online, a patto che si cerchi di aggiungere un valore. Per parlare della riforma della sanità di Obama (che poteva essere una cosa potenzialmente esplosiva, pesante e anche suscettibile a critiche) Buzzfeed ha prodotto il video di Obama che usa il bastone per i selfie. Lì c’è una sofisticazione del messaggio tale che son riusciti a far passare a un grandissimo pubblico anche un contenuto che parlava (vagamente) della riforma della sanità americana, perché ci hanno costruito sopra un mondo così bello e complesso che alla fine te lo guardi anche se di politica non ti interessa niente. Prendi Bloomberg, che fa l’infografica su Fast and Furious, per capire quanto è fast e quanto è furious ogni episodio della saga: Bloomberg è un giornale di economia, se normalmente parlasse di Fast and Furious sarebbe massacrato dai propri lettori, ma lo fa in questa maniera così ironica, così ricercata e simpatica che alla fine riescono a portarla a casa.

Crowdsourcing

(Illustrazione di Tommaso Belletti)

Veniamo alla C di Crowdsourcing, che tu hai utilizzato per parlare, tra le altre cose, anche di Spotify e dei suggerimenti di ascolto che ci da in base alle nostre abitudini. In un passaggio citi Fabio Chiusi, che dice: “Nonostante, o forse grazie alla mano del mio suggeritore digitale, sono convinto che i miei ascolti non siano così vari e interessanti da un sacco di tempo. Soprattutto, da tempo non li sentivo così miei. Ma è perché è realmente così, oppure è l’algoritmo ad avermi convinto che lo siano? Quello che ascolto mi piace da morire perché è costruito per piacermi da morire?”
Per te il crowdsourcing è qualcosa che effettivamente ci aiuta ad ascoltare e scoprire meglio la musica, oppure è qualcosa che sta sintetizzando tutto in maniera troppo semplicistica, lasciando che certe decisioni siano implicitamente affidate ad un calcolo?
Allora, ti devo dare delle risposte chiare perché odio le paraculate, quindi sì: il crowdsourcing è una figata pazzesca. Però c’è anche da considerare il tema della trasparenza degli algoritmi. Questi algoritmi che governano il crowdsourcing sono effettivamente “matematici” o qualcuno nel cocktail ha aggiunto qualche altro ingrediente mirato ad avvantaggiare Rihanna o Lorenzo Fragola? Questo è un altro tema interessante, ma siccome non sapremo mai la risposta, degli algoritmi ci dobbiamo fidare. Loro ci dicono qualcosa e noi dobbiamo avere fede in loro, e non sai mai se ti stanno dicendo la verità. Però è uno strumento fighissimo e potentissimo che ha annichilito il ruolo dei direttori artistici o dei palinsesti. Adesso ognuno può creare il proprio, quindi il piatto della bilancia pende sul sì.

Tu usi Spotify, Deezer, Tidal o altre piattaforme del genere?
Le uso per ascoltare alcune cose, ma non adotto mai un approccio random perché sono vecchio, vengo da una cultura in cui è importante sentire i dischi per intero. Quindi personalmente non riesco a sfruttare a pieno questa caratteristica, però è qualcosa su cui si basa la cultura oggi: la serendipità, il saltare da una cosa all’altra, il provare a essere trasversali. Quando la playlist viene data da un algoritmo e non più da un disco, è ovvio che dev’essere trasversale.

Una cosa che mi ha colpito molto del tuo libro, tra le le tante, è che hai ripetuto molte volte la parola serendipità. Perché?
Perché è bellissima, è la cosa più bella di Internet: il fatto che metta tutto sullo stesso piano. Il mio libro è anche un grandissimo omaggio a Tumblr, perché secondo me è il social network che meglio rappresenta Internet oggi: è come fare zapping su una televisione con infiniti canali, dove ci sono telegiornali che parlano di quello che succede nel mondo, i telefilm, le cose in bianco e nero, le rubriche di bricolage, i porno, le cose musicali. Tutto insieme e tutto casuale in questo scrolling infinito. Scorrendo non sai mai cosa c’è dopo. Una serendipità infinita.

Dubstep 

(Illustrazione di Davide Piva)

Tumblr è stato l’ultimo posto di Internet che ha sintetizzato Internet, hai detto bene. Non a caso la “cultura“ post-internet è nata su Tumblr e da lì è arrivata ovunque, anche sulle vetrine dell’OVS. Però ormai è una cosa vecchia di tre anni, e si ha la sensazione che anche Tumblr abbia fatto il suo corso, che non sia più il posto dove accadono le cose.
Che abbia ormai tre anni è vero probabilmente, eppure stiamo ancora qui a parlarne come la cosa più rivelante e più importante che c’è adesso. È ancora nuova, da codificare, è ancora rilevante, è ancora la cosa che descrive il momento che stiamo vivendo. Ed è una cosa che riguarda anche la musica: il dubstep è un genere che ha un nome preciso, ma musicalmente cambia in continuazione. Il dubstep è Burial, dubstep è Skrillex, il dubstep è Diplo. Siamo in un momento in cui tutte le cose mutano di continuo, noi gli diamo un nome ma poi quel che questo nome descrive cambia.

Hai scritto una frase sul Dubstep che mi è piaciuta perché non so se è vera: “Il continuo doversi riferire a quel periodo a cavallo tra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta per descrivere ciò che accade oggi nei nostri consumi culturali (…) fa sorgere il sospetto che proprio quegli anni di cyberpunk e drum&bass siano stati gli ultimi in grado di immaginare il nostro futuro.“
Non ho la pretesa di saperlo con certezza, ma credo che quello sia stato l’ultimo momento in cui si è creato un immaginario nuovo, abbiamo immaginato il futuro come una cosa lontana da noi e poi invece improvvisamente c’eravamo dentro. Quando Carlo Antonelli, l’ex direttore di Wired, si è insediato ha detto “basta di parlare del futuro come qualcosa che accadrà, il futuro è adesso.” Non possiamo immaginare il futuro perché ci stiamo dentro. Per immaginare il futuro dobbiamo rifarci all’ultima volta che siamo stati in grado di farlo, che è stato evidentemente quel momento lì. 

Feticismo

(Illustrazione di Maite Rodriguez)

Torniamo per un attimo al passato. Alla F di feticismo parli di vinili, mp3, streaming, iCloud e vari supporti. Dici, giustamente, che non abbiamo mai avuto così tanta musica a portata di mano. È una cosa positiva o negativa?
È ultra positiva, e chi dice che tutta quest’abbondanza di materiale crea confusione non capisce un cazzo. Se una generazione fa qualcuno avesse detto che esisteva un jukebox astrale dove poter ascoltare qualsiasi canzone mai esistita, sarebbe stato un sogno per chiunque. Adesso che ce l’abbiamo il sentimento comune è riassumibile con un “no, vaffanculo si stava meglio quando si stava peggio!”. No, questa è una cosa inaccettabile. Detto questo, come per tutte le cose dipende da come le usi, però il fatto che oggi un ragazzo possa ascoltare quello che gli pare, da Beethoven fino a Grimes, è una cosa che può fare solo bene all’umanità e alla musica.
Anche il discorso sui diversi binari in cui viaggiano musica italiana e musica estera, prima o poi supereremo anche questo. A me piace molto la musica italiana, anche cantata in italiano. Però queste barriere culturali in qualche modo saranno superate dai fatti: il vostro disco dell’anno è stato quello di Populous, e cosa c’è di Italiano in Populous? Tra un po’ di tempo non avrà più tanto senso fare questi discorsi.

Tra quanto, secondo te?
Magari ci metteremo diverso tempo. Anzi magari un giorno tutte queste cose di cui stiamo parlando succederanno e noi non ce ne accorgeremo neanche. Ray Kurtzweil, che ho intervistato per Wired, mi ha detto una cosa bellissima “l’uomo non crede mai alle profezie sul futuro, finché poi si avverano e le da per scontate”. Questo succederà anche per la musica: nel momento in cui ci sarà un mercato davvero globale ci saremo in mezzo e non ce ne saremo accorti, sarà una cosa normale.

Pogo

(Illustrazione di Alessandro Cavallini)

Arriviamo verso alla fine con la P di pogo: è una parola che a tutto posso collegare meno che alla modernità. Perché hai deciso di inserirla?
Secondo me invece è molto legata alla modernità, proprio perché la modernità non è quella cosa mega asettica che immaginiamo, una camera iperbarica tutta bianca dove non succede niente. La modernità è il concerto di Skrillex di Trezzo dove c’era la gente che si picchiava in pista, il concerto di Salmo ai Magazzini Generali di qualche anno fa dove i ragazzi han fatto il wall of death sotto palco. Solo gli stolti ti dicono che internet e i social network non ti fanno incontrare la gente, è esattamente il contrario. Tanto si usa Facebook quanto c’è bisogno del contatto fisico; tanto c’è la smaterializzazione delle cose nella nuvola quanto c’è il sudore, la voglia di incontrarsi. Tanto c’è Tinder, quanto c’è la voglia di scopare. Quello bisogna farlo di persona, e questo è un altro tema del libro: non esiste distinzione tra vita digitale e vita reale. Per questo il pogo è una cosa modernissima.

Skit

Hai appena tirato in causa Salmo, quindi finirei sulla S di Skit. Parliamo della nuova ondata rap in Italia, che ne pensi?
Credo che sia bello il fatto che adesso il rap in Italia sia così rilevante e abbia così successo. Mi piace pensare che sia forse l’ultimo momento in cui abbiamo saputo immaginare qualcosa riguardo il futuro, è l’ultimo genere musicale “storico”. Il dubstep non è un genere esteso come il pop, o il metal. Dopo il rap non è stato più inventato niente e nel rap c’è tutto quello che serve oggi. Tutti questi “giochetti” tra una canzone e l’altra, frammenti, indizi, cose senza senso… è una perfetta descrizione di quello che succede oggi in musica, dove non ci sono più dischi ma tante canzoni infilate una dopo l’altra. 

Jovanotti nell’ultimo lavoro pare abbia cercato di fare proprio questo: creare un disco “cloud”, con un sacco di canzoni che puoi prendere anche singolarmente. Ci sono pezzi scritti esclusivamente per essere cantante negli stadi, altri per ballare, poi ci sono i lenti. Apparentemente non hanno un filo comune, non è stato concepito come un disco unitario.
Jovanotti non anticipa nulla però descrive il presente pop molto bene e meglio di molti altri artisti underground, che dovrebbero imparare da lui tantissime cose. Il disco non l’ho sentito, però l’intento di creare tante cellule che stanno bene anche da sole è un intento giustissimo. Non credo che Jovanotti voglia fare soldi vendendo il disco nella sua interezza, ma creando dei grandi pezzi su cui poi può fare dei video e dei grandi live. È questo il business e lui lo sa bene.
Che ci piaccia o meno, lui è uno che la modernità non l’ha anticipata, ma l’ha capita e la capisce ancora adesso molto bene. Per questo credo che faccia incazzare tantissime persone. Ed è anche questo il problema di tanta musica italiana, in cui chi si sente underground non è mai capace di dire “Jovanotti mi fa cagare però è una persona che si mette in discussione e sa elaborare un pensiero”. No, gli fa cagare e basta. Si dovrebbe fare un passo indietro.
Jovanotti chiama Le Luci Della Centrale Elettrica e i Tre Allegri Ragazzi Morti ad aprire il suo tour, e in questo dimostra di riconoscere il valore della musica underground italiana. Ma la musica underground italiana è capace di riconoscere a Jovanotti un credito tale e uguale a questo? No, e forse il problema è questo.

Tag: internet tecnologia mercato discografico

Commenti (3)

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  • lorenzo.coiana 15/04/2015 ore 15:52 @lorenzo.coiana

    super d'accordo su tutto, una bella intervista, bei discorsi. Grazie

  • Giacomo Pontecorvo 16/04/2015 ore 20:01 @giacomo.pontecorvo1

    Articolo molto interessante.

  • Gabriele Piccininno 03/08/2015 ore 12:11 @gpiccininno

    Se continuate con questi articoli giuro che vi devolvo la mia paghetta.

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