Aucan - Il suono eterno delle stelle fisse Intervista

foto di Matteo Liverti - Aucanfoto di Matteo Liverti - Aucan
28/01/2016 di

Gli Aucan suoneranno al prossimo Better Days Festival
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Il titolo è programmatico: le stelle fisse sono gli astri che, puntando gli occhi al cielo, appaiono sempre immobili nel corso del tempo, costanti luminose che non abbandonano la loro posizione all'interno del sistema perfetto della volta celeste. Allo stesso modo gli Aucan ripartono dai loro punti di riferimento, lasciandosi alle spalle Ultra Music e il sogno americano. In attesa di ascoltarli dal vivo questo sabato al Better Days Festival, abbiamo fatto quattro chiacchiere con la band per farci raccontare il nuovo album.

Visto che siete passati attraverso varie fasi artistiche prima raggiungere l'attuale formazione in duo elettronico live, partirei con una domanda filosofica: come definireste Aucan dal punto di vista umano?
Jo: siamo semplicemente due amici che hanno la fortuna di fare musica insieme. Ci conosciamo da tanto, da prima di iniziare questo percorso musicale insieme...
Francesco: ...abbiamo studiato nello stesso liceo e poi anche frequentato la stessa Università. 

Dove avete studiato?
J: Filosofia a Padova.

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Mai avuto problemi fra voi dunque? Lavorare in due può essere faticoso dal punto di vista umano.
J: no, come ti dicevo ci conosciamo così bene e da così tanto che riusciamo ad evitare di prenderci a pugni. Poi considera che abbiamo avuto e abbiamo tutt'ora altri progetti in corso d'opera che ci permettono anche di prenderci singolarmente lo spazio necessario.
F: come si è evoluto Aucan nel tempo, così anche noi individualmente ci siamo trovati a fare cose diverse, anche se il focus rimane sempre quello, indipendentemente da quello che faccio io come Fraems o quello che fa Jo con il suo lavoro in studio.

Jo, tu alla fine non hai mai fatto uscire il tuo materiale a nome Svrface: come mai?
J: Francesco mi ha ripetuto più volte che lo dovrei far uscire ma non ne sono convinto. Era il frutto di un momento psicofisico particolare, non so se vedrà mai la luce.

In un'intervista risalente ai tempi di “Black Rainbow” dicevate che se aveste dovuto scegliere un remixer per la vostra musica, sarebbe stato Aphex Twin. Lui ultimamente ha smesso di farsi scrupoli riguardo alla musica che vuole far circolare...
Jo: non sono del tutto d'accordo con l'atteggiamento di chi fa uscire ogni cosa che gli passa per la testa. Noi siamo molto attenti a come suona il nostro materiale e non credo ci sentiremmo a nostro agio nel mandare in giro cose di cui non siamo convinti. Ti assicuro che abbiamo molto più materiale di quello che è uscito a nostro nome, ma questo vale per molti altri musicisti, non solo noi.
F: direi che forse Aphex Twin se lo può permettere, altri no!
J: sì, lui è un po' un dio...

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Credo che rispetto alle vostre prove precedenti, dal punto di vista sonoro questo album abbia davvero l'appeal internazionale che la vostra musica si merita. Si sente insomma il lavoro certosino che ci avete messo.
J: sì, ma siamo anche in una fase di sperimentazione, abbiamo cambiato il nostro set up per il live, stiamo ragionando molto su come dovrà suonare la nostra musica in futuro. Vorremmo che suonasse male ma bene, non so se si capisce detta così...
F: stiamo cercando di lavorare fin dalla fase di composizione in modo da doverci preoccupare il meno possibile della fase di mixaggio.

Se mi dite “che suoni male ma bene”, mi viene subito in mente Burial... non credete che ci sia un'ossessione eccessiva per come suonano le cose ora? Che ci sia nella musica elettronica una scarsità di idee a discapito della forma?
J: no, non credo. C'è talmente tanta roba interessante ora che io personalmente faccio fatica a stare dietro a tutto quello che vorrei ascoltare.
F: oggi certo è più facile fare musica che suoni bene, con tutti i tutorial su YouTube che ci sono
J: anche il livello dei plug-in ad esempio si è alzato molto. Ora io in studio uso delle cose che dieci anni fa te le sognavi.

Quello che intendevo io riguarda soprattutto la ricezione degli album considerati “fighi” oggi. Almeno qui, a Londra, basta che esca un album di musica elettronica con quattro idee ma che suona da dio, e sembra sempre che la stampa di settore sia pronta ad accogliere il nuovo Aphex Twin...
F: ma dici così perché a Londra non ti fanno suonare mai? (Ride)
J: vuoi la polemica ma noi non te la diamo!

Ma non credete che ci sia una sopravvalutazione, che ci siano artisti pronti a invadere i festival di tutto il mondo – soprattutto quelli italiani che si berrebbero qualsiasi cosa purché incensata dalla stampa inglese – e che potrebbero tranquillamente starsene a casa?
J: ma quella è una domanda che ti devi fare tu perché sei giornalista
F: …noi per fortuna non lo siamo! Se i giornalisti non sono capaci di fare critica non è colpa dell'artista che poi viene chiamato a suonare ai festival, no? 

Certo, io credo che se (ripeto, se) la critica musicale ha ancora un senso oggi che la gente si può formare da sola un'idea ascoltando tutto su internet, sia proprio quello di fare da filtro in maniera onesta e, appunto, “critica”.
J: guarda, io credo che la stampa inglese sia molto più selettiva di quella italiana, scelgono molto bene cosa pubblicare.

Spezzo una lancia in tuo favore dicendo che sì, in Italia sai che poi incontrerai l'artista di cui hai scritto dal vivo, e questo forse ti mette in uno stato psicologico diverso prima di cominciare a scrivere. In Italia si fa presto a conoscersi tutti.
J: vedi? Come diceva Francesco prima, per fortuna noi non siamo giornalisti!
F: sì, non è un problema nostro.

Tornando allora a “Stelle fisse”, mi spiegate come mai avete interrotto il rapporto con Ultra e siete passati a lavorare per la sconosciuta Kowloon Records?
J: l'esperienza con Ultra è stata piuttosto frustrante per noi che veniamo dal DIY e siamo abituati ad un rapporto stretto con le etichette con cui pubblichiamo.
F: ci sono voluti mesi per fare uscire il nostro materiale con loro e ogni email era una sofferenza, settimane di attesa per avere una risposta. Ci siamo davvero scontrati con un apparato molto distante dalla musica stessa, e non ci è piaciuto.
J: con Kowloon è andata molto bene fin da subito, gli abbiamo fatto avere il materiale e abbiamo deciso di lavorare insieme.
F: abbiamo visto la differenza nel lavorare con un ufficio stampa inglese anche in termini di esposizione, siamo stati anche “Noise of the Week” sul Sunday Times.

Sempre in quell'intervista, parlando di come tramontino le band legate a specifici generi musicali, avete detto che voi volete essere eterni. Credete che “Stelle fisse”, con quel titolo così programmatico, vi possa aiutare a diventarlo?
J: per questa risposta è meglio se ci sentiamo fra una decina d'anni.
F: facciamo anche una ventina.

 

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