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Axos - Il Chuck Palahniuk del rap italiano

Axos e la sua band hanno da poco pubblicato il singolo "Iron Maiden": lo abbiamo intervistato
12/07/2018 11:29

"Iron Maiden" è il primo singolo di Axos da quando ha lasciato la Machete, e questa è la prima intervista ad Axos da allora. Dice di suonare in una band, perché il discorso musicale intrapreso da Axos fonde la tecnica del rap con un'anima profondamente rock, che tanto deve anche al metal, superando il concetto di crew per tornare a quello di gruppo, di persone che suonano insieme. Ce lo racconta scendendo in alcuni dettagli più intimi della sua vita, della sua educazione spirituale, guardando a un futuro che adesso è tutto da costruire. Fino a morire facendo musica, come Johnny Cash.

“Iron Maiden” è il tuo primo lavoro dopo l’uscita dalla Machete, se non sbaglio, era già previsto un sequel di "Anima Mea" sempre con questa label? 
L’album rimarrà lo stesso e manterrà lo stesso titolo. Ancora prima di entrare in Machete avevo già immaginato un ipotetico percorso musicale che, nella mia testa, dovrebbe portarmi ad un determinato sound. Anima Mea è stato un progetto in cui abbiamo sperimentato tantissimo, l’obiettivo era quello di cercare quelle sonorità che ci avrebbero contraddistinto, che sarebbero state in grado di rappresentarci. Iron Maiden è il risultato di quel percorso e dopo questa avventura il nostro obiettivo ci è ancora più chiaro. 

La scelta di abbandonare una crew così forte è coincisa con una rinnovata volontà di libertà artistica?
Le critiche me le ero immaginate ma credo sia un meccanismo che continuerà all’infinito con qualsiasi nuovo artista. Mi hanno anche paragonato a Marra, a Noyz e a Salmo e mi fa molto piacere, mi fa sentire tipo un dragone leggendario a tre teste. Non è stato facile prendere la decisione di lasciare, la Machete era il mio sogno, sapevo che era l’etichetta giusta per me, quella che mi avrebbe indirizzato nella maniera corretta. Capitano delle occasioni nel corso della vita in cui non ci si capisce, forse, più semplicemente, si hanno delle visioni differenti e si prendono strade diverse.
Non abbiamo litigato, non ci siamo lasciati male, semplicemente, non era l’habitat adatto a favorire la nostra crescita. Da soli possiamo concentrarci meglio sulla nostra ricerca musicale. 

E l’uscita da Machete è il motivo per cui hai fondato questa crew, 40? Come  vi definite, siete una vera e propria etichetta?
Non definirei 40 una crew. Siamo una band e abbiamo iniziato a lavorare insieme ben prima della mia uscita da Machete, "Anima Mea" è nato anche grazie a 40. Naturalmente un giorno mi piacerebbe avere anche una mia etichetta, magari produrrò anche qualche artista.
Ho sempre ascoltato rock, metal, la mia musica è una ricerca costante di sonorità che possano valorizzare al meglio il mio testo. Non voglio limitarmi nell'arrivare alla gente, vorrei muoverla, avere un effetto reale sulle loro vita. Il rock ed il metal sono musiche da guerra, trasmettono epicità. Ho sempre voluto suonare con dei musicisti, ma all’inizio della mia carriera non sapevo nemmeno da dove iniziare.
La nostra idea è quella di fondere le esperienze del nostro producer Pitto Stail con tutte le skills e il talento di Valerio Papa, chitarrista, e Giorgio  Nardi, bassista. Ora stiamo cercando la soluzione migliore per includere anche una batteria. Stiamo anche lavorando per portare la band nelle esibizioni live.
Pitto Stail: Lil Peep è un po’ quella corrente nuova del rap che guarda ai Nirvana a cui ci ispiramo, un genere in grado di fondere trap, rock, musica elettronica… La nostra intenzione è quella di far convivere al meglio il mondo analogico con quello digitale. L’autotune, ad esempio, al giorno d’oggi ha permesso di cantare a tanta gente incapace, ma in realtà è uno strumento come un altro e andrebbe utilizzato con intelligenza.

Quando hai cominciato a scrivere rap?
Ho iniziato a rappare tardi perché la mia era un’esigenza personale, non vorrei sembrare banale ma è stata veramente una valvola di sfogo, chiudermi in cameretta a comporre strofe mi ha aiutato ad affrontare tanti problemi. Le circostanze oggi sono sicuramente più professionali ma continuo a scrivere per le stesse ragioni, la mia musica è ancora mossa dalle stesse pulsioni, credo che chi mi ascolta possa intuirlo.
Oltretutto, non ho mai frequentato ambienti in cui a qualcuno importasse del rap. All’epoca c’erano ragazzi già improntati per fare i rapper, che sognavano di fare i rapper… Io no, ma qualche amico più intimo ha letto i miei testi e ha provato ad incoraggiarmi ad intraprendere questa strada. Sembra assurdo, ma il progetto Axos è nato per caso quando un mio amico ha caricato a mia insaputa una canzone su Youtube. 

Pur venendo dalla storia antica, Mitridate (come il nome del tuo disco d'esordio) era un eroe romantico, il sovrano di un piccolo regno che si immola alla causa morendo. Cosa vuol dire essere Mitridate nel rap game italiano?
Essere un Mitridate nel rap va di pari passo con essere un Mitridate nella vita, specialmente nel mio caso, per come vivo la musica. Mitridate era famoso per la sua resistenza ai veleni, quindi essere un Mitridate vuol dire non avere più punti deboli, abituarsi alla merda che ci circonda, vivere come uno sciamano moderno consapevole che la felicità si possa trovare solamente accettando e attraversando il dolore. Riuscire a farsi carico di dosi di veleno nonostante la propria volontà di stare bene, questo è il senso della vita. A livello musicale invece, si traduce nella volontà di compiere la propria strada, senza intossicazioni esterne, senza badare alle critiche che ci vengono mosse.

La tua musica, volente o nolente, si presta a mille interpretazioni filosofiche e letterarie. Io ho pensato a Seneca, alle teorie sull’empatia proposte da Walt Whitman così come da Kurt Cobain. Anime Mea e Anima Mundi, devono avere necessariamente un concept che li accompagna.
Questi album sono stati concepiti come un filone, quasi come un viaggio. Alla base di questo percorso, di questo concept musicale, sta l’educazione spirituale che sin da bambino ho ricevuto dalla mia famiglia, un’educazione che mi ha abituato a convivere con l’idea di anima. Un’educazione spirituale, ci tengo a precisare, ben diversa da un’educazione religiosa.
Crescendo ho avuto modo di approfondire il discorso. Non ho mai studiato psicologia o filosofia, il mio bagaglio culturale l’ho costruito negli anni come autodidatta. L’autore che mi ha colpito di più è stato Jung. Jung poneva l’anima alla base di ogni ragionamento psicologico ma l’aspetto più interessante della suo opera è la teoria dell’anima mundi. Questo collegamento è stato fondamentale, nell’idea che la mia anima fosse connessa a quelle delle altre persone ho trovato il senso della mia musica.
Mi sono reso conto di trasmettere le giuste vibes ora che tante persone hanno iniziato a fermarmi per strada: non mi chiedono la foto, non sono interessati agli aspetti superficiali della mia vita, mi fanno domande profonde, vanno a scavare il significato più nascosto dei miei versi. A volte forse ripongono troppa fiducia in me, pretendono risposte sulla vita che io non voglio dare, ognuno trova le proprie risposte e quando si è sicuri di averle trovate la vita ti cambia le domande.

Spesso i metallari difendono la propria musica sostenendo che, al di là delle apparenze, molti testi parlino d’amore, di tematiche profonde. Al primo impatto anche Axos può sembrare un rapper “violento”, eppure, nelle tue strofe spesso proponi valori spirituali e di fratellanza.
Dal metal ho essenzialmente tratto lo spirito battagliero. I metallari urlano, possono sembrare dei pazzi ma, in realtà, toccano temi molti profondi. Al di là della componente sonora, quello che mi ha veramente formato nel metal è stato l’atteggiamento, la propensione mentale. Fondere il rap con il metal e il rock, giocare con gli stili musicali è qualcosa che mi stimola e che amo fare.

Sei il Chuck Palahniuk del rap italiano?  
Grazie, infinitamente. Credo non esista uomo che mi abbia fottuto maggiormente la testa. "Fight Club" è senza ombra di dubbio il mio libro preferito, quando ero ragazzino mia madre dovette farlo sparire di casa. Un giorno fisseremo una nuova intervista in cui ti racconterò delle verità nascoste, delle verità mie, ora non è ancora possibile, dobbiamo mettere da parte qualche milioncino prima di farci internare. 

Un altro verso che mi ha colpito è stato questo “E prenderò un cavo dell’iPhone da dieci metri Per impiccarmi dal balcone stando in diretta” contenuto in "Cristian". Il tuo rapporto con i social non deve essere dei migliori...
Mi sono dovuto letteralmente fare psicanalizzare da una social media manager, una ragazza in gamba, che non ha una visione totalmente positiva dei social ma che è riuscita a mostramene i lati migliori. Ho provato a comprenderli insomma, e ora il mio rapporto è meno traumatico. L’aspetto che più mi spaventa dei social è il loro ergersi a nuova religione del mondo. La religione implica un rivolgere l’attenzione al di fuori di sé, riporre le nostre speranze in qualcosa che ci è esterno. Ecco, questa è la differenza tra la spiritualità e la religione: la religione è una finta speranza, la spiritualità (religiosa o meno) implica un lavoro personale, fatica. I social hanno oscurato il contatto umano con la realtà. Questo è il motivo per cui 20 anni fa la nostra musica avrebbe totalmente spaccato e oggi fa fatica a imporsi, alle persone non interessa più guardarsi dentro. 

A proposito di psicoanalisi, dai tuoi testi traspare la passione per questa disciplina. Il ricorrere del suicidio, la violenza controbilanciata da un prepotente bisogno d’amore: se dovessi dare un’interpretazione in base a qualche esame che ho sostenuto all’università parlerei di eros e thanatos, Pulsione di vita e pulsione di morte. Perdonami se entro nel personale, se non sbaglio hai una figlia, ha inciso in questa tua visione del mondo e della musica?
Avere una figlia mi ha anche permesso di approfondire tanti temi che magari non avrei mai sfiorato. Diventare padre vuol dire avere delle responsabilità che io non so ancora sostenere perfettamente. Un padre impara l’amore per il proprio figlio, impara ad allevare la propria creatura in maniera osmotica dalla madre. Ma la mia situazione era più incasinata e io non ho mai avuto questa possibilità. Non ho neanche la possibilità fisica di svolgere la mia “carriera” da padre a pieno, non vedo abbastanza mia figlia, una situazione che mi ha creato non pochi problemi portandomi quasi sull’orlo della depressione.
La musica mi ha salvato, "Mitridate" è stato fondamentale. Non so ancora fare il padre. So benissimo che il legame con i genitori ha una valenza particolare nei primi tre anni di vita, so di avere creato dei problemi a mia figlia. Tutta questa consapevolezza non può rendermi felice. Ho letto tanto sulle armature caratteriali che ci si crea fin da bambini e, quindi, so anche che problemi andrò ad affrontare, spero almeno di poterli risolvere. Il mio lavoro non mi permette certamente di essere un padre presente, ma quando stiamo insieme stiamo bene, si diverte, ha una mamma perfetta e dei nonni fantastici.
Tutti i figli dei grandi uomini si sono dovuti abituare ad essere figli di grandi uomini ancora prima che figli e basta. Io voglio lottare per salvarla dalla situazione in cui io stesso l’ho gettata. Non ho ancora questa possibilità, ma spero un giorno possa andare fiera di suo padre.

Quindi è necessario essere tristi per scrivere bene, quantomeno, è necessario per te? Ed ora che stai iniziando ad avere un riscontro artistico vero come possono conciliarsi questi due aspetti?
Io ho questa visione della musica: non voglio essere un politico soddisfatto una volta che ha raggiunto la poltrona, voglio essere un politico che, una volta raggiunta la poltrona, si rimbocca le maniche ed inizia a lavorare davvero per la gente.
Se quando morirò avrò modo di rendermi conto che la mia vita non è stata devoluta solamente alla sopravvivenza biologica, se sarà servita a qualche persona, io mi sentirò realizzato. Per il resto, in parte, io mi sento già realizzato, ma l’insoddisfazione è la condizione necessaria dell’arte. Io voglio morire facendo musica, come Johnny Cash. Se il rap non mi soddisferà più, piuttosto, invecchiando cambierò genere.

Chiamare una canzone “Ricco mai” in un periodo in cui il rap sembra parlare fondamentalmente di soldi è pura controtendenza. Intendevi dire che non sei mai stato ricco o che non lo sarai mai?
È un “non sono stato mai ricco” non un “non lo sarò mai”. In un pezzo nuovo che non è ancora uscito c’è questo verso “voglio diventare ricco ma molto prima di fare soldi”. I soldi per me sono un po’ come i social, una realtà di cui bisogna prendere atto, non se ne può realmente fare a meno. La questione etica è il loro utilizzo, far soldi per il puro piacere di accumularli non ha senso. I soldi devono generare benessere, fare stare bene la gente. Ora, sono consapevole del fatto che i soldi servono per cambiare le cose, ma bisogna prestare attenzione anche ai risvolti più superficiali della musica per riuscire a rivolgersi a delle persone che magari non ti avrebbero mai ascoltato. Quello che provo dentro è complesso, per realizzarlo servono inevitabilmente dei capitali. Al giorno d’oggi i soldi sono necessari anche per compiere una rivoluzione spirituale, Gandhi diceva che nel processo per l’elevazione personale era sempre importante mantenere i conti ben precisi.

Facciamo un po’ di gossip, il dissing con Lazza.
Era tutto uno scherzo per "Infamity Show", voglio bene a Lazzino. Secondo me è uno dei talenti più cristallini che abbiamo in Italia, molto competitivo, si sente che viene dal freestyle, inoltre, è una delle figure più rap della scena.

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Ok, chiudiamo con la domanda da un milione di dollari, con chi ti piacerebbe collaborare? 
Lil peep, Xxxtentacion, Kurt Cobain,
tutta gente morta… A parte gli scherzi, il mio sogno è -ti prego scrivilo sperando che lo legga - rifare “Pezzi di me” con Coez. È la prima cosa che ho chiesto in MaIchete appena sono entrato. Quella canzone è stata importantissima per un periodo della mia vita. in Italia c’è molta gente con cui mi piacerebbe collaborare, tolti naturalmente i miei amici più stretti con cui ho già collaborato e con cui continuo a confrontarmi, mi piacerebbe fare qualcosa insieme a Dani e Nitro. Sono in contatto anche con Ernia con il quale tireremo fuori sicuramente una bella bomba. Insieme a Matteo, al momento, Tedua e Rkomi sono i due rapper che vedo più affini, quelli che sto ascoltando di più. Tedua all’inizio non mi piaceva ma è riuscito a convincermi. È una persona che ha ammesso di essere cresciuto in una situazione difficile che non gli ha permesso una formazione pari a quella di tanti altri ragazzi, senza vergognarsi di mostrare i suoi limiti ha cercato di sopperire a questa mancanza con una continua ricerca. È riuscito a creare qualcosa di unico e personale, molti rapper che vengono dal ghetto sembrano promuovere l’ignoranza, andare fieri della loro condizione. Ma vaffanculo, ci sono migliaia di ragazzini che ti ascoltano. Tedua è una persona vera.
Rkomi, dal punto di vista personale probabilmente è più simile a me. Sono anche andato al suo instore a farmi la fila per comprarmi il disco. Tanto di cappello. Mi piacciono i suoi progetti, c’è dell’arte. Credo sia giusto sostenere un ragazzo come lui, lo capisco. Le interviste servono anche per mandare messaggi, speriamo di creare una connessione. Ah, dimenticavo, vado fuori per Frah Quintale.

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L'articolo Axos - Il Chuck Palahniuk del rap italiano di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 12/07/2018 11:29

Tag: intervista

Pagine: axos

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