Bad Love Experience - La nostra serena disillusione Intervista

13/04/2015 di

I Bad Love Experience sono tornati con un nuovo album, "Believe Nothing", che nonostante il nome che porta è tutto tranne che nichilista, e al contrario è "la fotografia di un momento di cambiamento segnato da una serena disillusione". Abbiamo fatto quattro chiacchiere con la band livornese per saperne di più.

Il titolo del vostro nuovo album è "Believe Nothing". Va bene essere nichilisti in un'epoca di pazzi ma... come mai tanto pessimismo? Pessimismo che, tra l'altro, si evince solo all'ascolto della title-track...
Valerio Casini: No, non c'è del pessimismo o del nichilismo. Io ho un’altra sensazione ascoltando i pezzi e anche i testi comunicano altro. "Believe Nothing" è semplicemente la fotografia di un momento di cambiamento segnato da una serena disillusione, dentro la quale c'è spazio per il dolore, per l'amore, il coraggio, la curiosità, la rabbia e la riscoperta di sé. È il momento in cui si lascia il vecchio e si aspetta il nuovo senza sapere cosa sia. La disillusione non è apatica o nichilista ma è piena di colori diversi.

La tracklist conta solo una mezza dozzina di tracce, scelta alquanto insolita per un album pubblicato nel 2015. Siete stati particolarmente attenti durante i provini o solo una volta arrivati in studio avete optato per un approccio "less is more"?
Ivan A. Rossi: I pezzi che avevamo in mano, sia come scrittura sia come produzione e arrangiamento, li abbiamo sentiti come un album completo e questo sono. È stata una naturale conseguenza del materiale che avevamo a disposizione: un materiale molto denso, diciamo così. In più, oggi la tendenza ormai è quella di fare dischi con venti pezzi, di cui quindici sono praticamente dei “filler”. A noi questo non piace e ci sono vari esempi nella storia del rock di album con una durata simile a quella del nostro.

Eppure stavolta non ho trovato pezzi trascinanti come "The kids have lost the war", anzi l'unico punto di contatto col disco precedente si percepisce riascoltando il primo singolo di "Dawn ode". Siete sempre voi ma il processo di metamorfosi sembra sia avvenuto più velocemente del solito: è una mia impressione o era in nuce già all'epoca questa trasformazione?
Valerio: Io sento "Believe nothing" come un disco che connette le anime dei nostri due precedenti lavori: l'essere schietti di "Rainy days" e l'essere fumosi di "Pacifico". Ma non è solo questo, perché aggiunge qualcosa di più fresco e di più libero. Pezzi come "Yoniso" o "Inner animal" o "Dream of love on earth" li ritengo trascinanti come poche altre cose che abbiamo scritto in passato. Suonandole dal vivo, l'impressione è che tirino di brutto. Però capisco che per te possa essere diverso, è una questione soggettiva. Il cambiamento è accaduto come qualcosa di spontaneo, non c'era pianificazione se non su alcuni aspetti tecnici che volevamo inserire, tipo i sintetizzatori. Il feeling del disco è uscito come un flusso, una combinazione tra i pezzi che avevo scritto da solo, le idee della band, gli arrangiamenti di Beppe Scardino e la produzione attiva di Ivan Antonio Rossi come vero quinto membro della band.
Ivan: Io credo che evolversi continuamente sia un valore aggiunto, o probabilmente sarà che i nostri ascolti (da Bowie a Lennon, passando per Zappa e i Flaming Lips, tanto per fare un po’ di nomi) vanno tutti in questa direzione. Ma sono sicuro che ci annoieremmo a non cambiare costantemente.

Ivan Antonio Rossi, dopo essersi seduto dietro al mixer nel lavoro precedente, oggi è diventato anche componente a tutti gli effetti della band. 
Ivan: Lavorare con i Bad Love Experience mi è piaciuto fin dall’inizio, fin da “Pacifico”. Poi è capitato che abbiamo iniziato a scambiarci idee, io ho iniziato a proporgli di fare alcune cose, anche un po’ per gioco (vedi le cover), e ci siamo resi conto che la cosa funzionava molto bene. I ragazzi amano lo studio, amano "provare e riprovare", e questo è stato un punto di incontro fondamentale. Il momento cruciale è stato quando, dopo "Pacifico", Valerio mi ha mandato i demo dei pezzi che sarebbero finiti in questo album e ho voluto provare a lavorarci senza guardare la lancetta dell’orologio: l’unico modo di farlo era entrare a far parte del gruppo. Fuori da ogni retorica, da questo disco ho imparato moltissimo, soprattutto dal punto di vista del metodo. Che credo continueremo a utilizzare: uno scambio costante, fuori e dentro lo studio.

Di tanto in tanto chiediamo alle band cosa ascoltano in furgone mentre sono in giro per concerti. Sono invece molto curioso di sapere cosa abbiate ascoltato durante la realizzazione di questo disco.
Valerio: Personalmente ho passato gli ultimi anni senza ascoltare quasi più niente e tuttora non è che sia diverso. Ho letto molto, lavorato, riflettuto e osservato molto, approfondito altre cose nella mia vita, a cui volevo dare spazio, come la meditazione e la bioenergetica, che sono diventate un altro mio amore. I pezzi sono nati in questo momento, senza troppa contaminazione sonora. Ivan è quello che dava e dà più input sull'estetica dei pezzi, il suo lavoro è quello di produttore: lui ascolta, scopre e diffonde molto materiale. Io sono quello che scrive e tira fuori quello che ha dentro. Gli altri sono dei grandi arrangiatori: ci scambiamo sempre un sacco di idee, le proviamo tutte, vogliamo che venga fuori qualcosa di semplice ma che rispecchi il nostro bisogno di evoluzione.

Dopo "Pacifico" avete registrato le cover di "Tomorrow never knows" dei Beatles e de "Il vento" di Battisti, oltre a proporre una vostra versione di "Eyes that say I love you" dal "Song reader" di Beck. Il tutto fatto praticamente in casa e senza nomi di grido su cui contare a livello promozionale. Non vi ponete neppure il problema o, più semplicemente, è questa la vostra dimensione?
Valerio: Credo siano un po' vere entrambe le cose che dici. Il fatto è che noi siamo quattro musicisti diversi, ognuno con le sue qualità e il suo ego. Ivan è un produttore, anche lui con le sue qualità e il suo ego. Quello che facciamo insieme è il risultato di questo incontro/scontro. Non abbiamo bisogno di essere legittimati da qualche nome di grido per sapere che quello che facciamo è bello, perché quello che facciamo ci piace e ci fidiamo di quello che sentiamo. Questa non è presunzione, ma consapevolezza di noi stessi. Poi può piacere come no, ma questo non dipende da noi. Siamo sempre aperti e pronti a imparare e assorbire qualcosa di nuovo che ci piaccia, a prendere esempio e collaborare con qualcuno che si sintonizzi con noi, sia un nome di grido o uno sconosciuto. L'attitudine che c'è nella "scena" spesso però è quella di volerti insegnare a fare il tuo mestiere, a dirti come dovresti fare per fare meglio quello che fai o per avere più successo, senza che io gli abbia chiesto niente. Ti chiedo se ti piace il mio disco, bene: sì o no sono due risposte complete. Se mi spieghi anche che cosa ti piace o meno sei pure gentile. Ma perché mi dici come dovrei fare la mia musica così che sia più bella per te o per gli standard a cui credi tu. Ma chi ti credi di essere?
Ivan: Aggiungo che abbiamo fatto tutto "in casa" ma, se per esempio guardi al pezzo dal "Song reader" di Beck, non si tratta assolutamente di una produzione casalinga. Niente in contrario con questa dimensione, ma sono dell’idea che i dischi restino, e voglio ascoltarli fra venti anni ed esserne contento. Senza contare che devono piacere a noi prima di tutto. Anche per questo, fino ad ora, ci siamo impegnati a lavorare con musicisti bravissimi (Beppe Scardino e Peewee Durante, per esempio) e abbiamo registrato in studio alla vecchia. D’altronde, se l’etichetta deve servire solo a metterci il marchietto e due parole sui social-network, senza alcun supporto promozionale ed economico, allora facciamo da soli, senza rendere conto a nessuno. O no?

D'accordissimo con voi. Se non bastasse, in aggiunta a tutto il resto, avete anche deciso di dar vita ad un'etichetta, probabilmente in nome di quel "do-it-yourself" che, nel comunicato stampa, rivendicate come uno degli elementi fondanti di "Believe nothing". Perché sentite questa necessità di fare, d'ora in poi, tutto a modo vostro?
Valerio: Perché crediamo nella autoregolazione, prima di tutto, oltre che nella collaborazione fra persone vicine con cui c'è scambio, affinità e divertimento. Le esperienze con le etichette passate erano sempre frustranti a certi livelli: dover essere regolati da qualcun altro di cui poi il sostegno effettivo mancava, per scarsa disponibilità economica o scarso interesse o poco entusiasmo o vallo a sapere. Il fatto è che non eravamo contenti, mentre adesso lo siamo. Poi non è che lavoriamo da soli, abbiamo un team infarcito benissimo: il nostro editore è Decam – TDD di Milano, il nostro booking è Locusta di Pisa ed il nostro ufficio stampa è Blaluca Press di Milano.

Ditemi la vostra opinione sulla questione dello streaming e, se ci avete mai ragionato, quale pensate sia il modello che possa provare a mettere d'accordo tutti, grandi e piccoli.
Ivan: Lo streaming è la naturale evoluzione della digitalizzazione dell’informazione, in questo caso della musica. È una cosa con cui si devono fare per forza i conti, non si scappa. Oltretutto è l’unico modo per poter vendere in qualche modo la musica, l’altra via sono i torrent: se la gente può avere qualcosa gratis, se la prende. Punto. Detto questo, credo siamo ancora in una fase molto sperimentale della gestione del diritto d’autore e delle royalties sul web e, ovviamente, vince chi è più forte.
Valerio: Io preferisco sempre il supporto fisico, il vinile soprattutto. Ho bisogno di vedere trasformato il pensiero e lo spirito del musicista in materia per toccarlo, entrarci in contatto, conoscerlo. Lo streaming invece è inafferrabile.

La provincia (intesa come ritmi e, soprattutto, stimoli) continua a "bastarvi", ovvero ad essere la vostra dimensione ideale?
Valerio: Negli ultimi nove anni abbiamo pubblicato quattro dischi e promosso ogni disco con dei tour che coprivano dalle 50 alle 100 date di promozione e, oltre che in Italia, abbiamo suonato in Francia, Belgio, Svizzera, Russia, Lituania, Lettonia, Estonia e Inghilterra. Abbiamo lavorato e collaborato con professionisti di ogni parte d’Italia e anche con americani. Abbiamo sempre promosso la nostra musica ovunque quindi, sinceramente, non ne faccio una questione di provincia o non provincia. Quello che mi piace è comunque partire da un qualcosa di vicino e di semplice. Mi piace la dimensione del darsi una mano, del lavorare fianco a fianco facendo ognuno il suo percorso. Questo bisogno si è concretizzato nella Inner Animal Recordings, nella quale ci sentiamo a casa perché c'è contatto, scambio, umanità ma anche professionalità e voglia di far bene.

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