Baustelle - Bassano del Grappa, La Gabbia Music club, 21-01-2006 Intervista

06/02/2006 di

Le interviste tutte uguali “solita domanda – solita risposta”, e “l’ultimo disco” e “cosa farete ora” leggetele altrove. Rockit su queste storie - avete presente Fiz? - ci fa il rap. Perciò eccovi Francesco Bianconi dei Baustelle. Come non l’avete mai letto



Arrivo alla Gabbia di Bassano alle 17.10, un po’ seccato per il traffico che mi fa ritardare all’appuntamento – 17 spaccate – con Francesco. Cazzate, per un italiano vero. Ma la mia natura teutonica m’impedisce di suvvìare al fattaccio. Per di più, il pesante portone nero al secondo piano del centro commerciale 'Ok' (già, perché La Gabbia sta in un centro commerciale!), è bello chiuso. Busso pesantemente, stile XVII secolo, e spero bene. Mi apre subito Salvatore Barbato, “quello che ha fatto Ovosodo” (e che non riconosco, lì per lì, causa barba). Mi porta da Francesco, ciuffo da De André nascosto da sciarpone e berrettone di lana. Ci ricaviamo nel retro uno spazio lontano dal frastuono del soundcheck. Ci s’accomoda; sfodero il taccuino da press. E sparo.

Vorrei fare un’intervista diversa dal solito. Invece che stare sull’ultimo disco, mi piacerebbe parlare di te come personaggio, della tua vita. Un po’ come i vecchi pezzi de L’Europeo o dell’NME.
Mmm… va bene. Come sai sono di Montepulciano, nella provincia sud di Siena, un paese molto bello, con un centro storico carino, paesaggi bellissimi, dove si mangia e si beve bene. A Montepulciano c’è il Vino nobile, e vicino c’è Montalcino col famoso Brunello… C’è aria buona. Ma c’ha i suoi svantaggi: è una provincia abbastanza contadina, molto gretta per certi versi, e bigotta. Io mi ci sono sempre trovato un po’ stretto, perlomeno dalle scuole superiori. Mi piaceva da grande poter vivere in una grande città. Mi spiace parlare male di Montepulciano, ma sognavo di scappare via. Così ho formato un gruppo, una cosa buona per resistere alla noia e al clima claustrofobico e privo di stimoli culturali. Lì c’erano la scuola o il lavoro, e poi le discoteche il venerdì e il sabato. Non c’erano neanche locali rock dove vedere concerti quando ero alle superiori. Si doveva andare a Firenze o Perugia. A Montepulciano non c’era neppure un negozio di dischi. Così sono rimasto all’oscuro di molte cose che ho scoperto solo molto dopo e che mi hanno cambiato la vita. Al Liceo – frequentavo lo Scientifico “Antonio da Sangallo” a Montepulciano, dove stavano tutte le scuole, e io ci andavo ogni mattina da Abbadia, la frazione dove abitavo – non sapevo neppure chi fossero i Cure, per dirti.

E come era visto al Liceo il fatto che tu suonavi?
Mah, era anormale che suonassi in un gruppo. Facevamo imitazioni degli anni '60. Ma tieni conto che non avevo avuto neanche un impianto stereo a casa fino al 1985 – io sono del 1973 -, quando i miei se lo sono regalati, assieme a due dischi: un “Greatest Hits” dei Beatles e “La Donna Cannone” di De Gregori. Fino a lì avevo ascoltato pochissimo, solo le musicassette dei miei, in macchina: “La Voce Del Padrone” di Battiato, che mi piaceva tantissimo, Battisti, Guccini. Ero cresciuto con questi riferimenti e isolato rispetto alla musica degli anni '80. Non mi piacevano tutte quelle tastiere, e pensavo che la musica bella ci fosse stata quando non c’ero ancora io. Così avevo messo su questo gruppo – c’era già Brasini alla chitarra -, che si chiamava The Subterraneans, ispirato al romanzo di Kerouac. Facevamo pezzi tipo i Rolling Stones degli anni '60, cover del beat italiano, del garage – molto male, perché non sapevamo suonare granchè.

Appena ho preso la patente sono corso a comprare dischi ad Arezzo, a Siena, a Perugia. Anche prima, col treno. Sarà stato il primo anno delle superiori, verso l’88, o giù di lì, non sono bravo con gli anni… e lì ho scoperto le cose che mi hanno cambiato la vita. I Velvet Underground, il disco con la banana: sarà una banalità, ma è stato così. E poi i Sonic Youth. Poi ricordo che fu uno shock vedere su Videomusic “Pop Song 89” dei Rem, e anche quel video degli Smiths dal loro ultimo album… credo fosse “Girlfriend In A Coma”, oppure “I Started Something That I Couldn't Finish”. Ero sempre più emarginato, e però anche quello strano ma interessante… Alla fine certe cose cercavo di veicolarle, agli amici facevo cassette compilation che riscuotevano successo.

Gino Paoli una volta ha detto: “Sono sicuro che, se avessi avuto decine di amici al bar, avrei fatto un altro mestiere”. Ti ci ritrovi?
No, io avevo tantissimi amici al bar, ma erano legati ad un altro mondo. Erano molto divertenti in quella dimensione lì, ma io sapevo che volevo essere diverso da loro. L’ho sempre saputo. A Montepulciano ci ritorno ogni tanto e ci sto sempre molto bene. Loro mi chiamano. Ultimamente ho ricevuto delle telefonate commoventi da degli amici che non sentivo più da un sacco di tempo: “Ce l’hai fatta, c’hai sempre creduto”, mi dicono. Ma non ce l’ho fatta. Ho solo fatto delle cose.

Ma, ora, hai anche un altro lavoro o fai solo il cantante, come si diceva ai bei tempi?
Attualmente sì. Prima facevo il giornalista. Sono arrivato quattro anni fa a Milano. Dopo l’università ho trovato lavoro come redattore in una rivista di giardinaggio. Sono partito volentieri perché sognavo di andare a vivere in città. Avevo fatto l’università a Siena, stando in un appartamento in affitto, ma tutti i fine settimana ero a casa: Siena è appena a 80 km. da Montepulciano.

E, a Milano, com’è stato l’impatto? D’accordo che la sognavi, ma per te che eri abituato ai paesaggi e all’umanità di Montepulciano…
La nuova vita in città mi intrigava. Ma ero solo, non conoscevo nessuno, il lavoro alla rivista non mi faceva impazzire, coi colleghi non mi trovavo proprio… Abitavo in posti brutti. Sono stato a casa di un amico che non c’era, che era partito per chissà dove, per tre mesi, in un quartiere periferico di Milano. Poi sono stato in una pensione, senza colazione e senza tv, in una stanza di un metro per due col letto che faceva anche da tavolino. Cose boheme, ma che ti fan star male. Poi non legavo… Pian piano mi sono abituato e c’ho scritto “Un Romantico A Milano”, che fa auto-ironia su quel primo periodo. Ma Milano mi è anche molto piaciuta da subito. È brutta, non è coerente architettonicamente, non è una città, ma un insieme di zone belle e zone orribili. Ha queste vie circolari e concentriche che ti sembra di essere sempre lì perché tutto è uguale. Però sono timido e schivo e a Milano nessuno ti accoglie con calore, con una pacca sulla spalla. E questo mi piace.

Roma è il contrario. Mi fa piacere così, se ci vado da turista: allora è anche bello entrare in un bar, trovare quello che ti saluta come se ti conoscesse da sempre e inizia una discussione con te. Ma viverci… proprio no. A me piace molto starmene in disparte. A Milano puoi nasconderti benissimo, senza che nessuno ti dica niente. In più Milano, rispetto a Montepulciano, ha i cinema, i locali, i concerti: quello che cercavo.

Di Milano però non sopporto quel suo atteggiarsi a capitale, sembra che ci sia tutto questo gran fermento, sembra che non sia neppure italiana e invece è profondamente italiana. Se vai appena a Berlino o Barcellona te ne rendi conto subito. Per non parlare di Parigi, Londra, New York. Insomma, tolta la spocchia, c’è poco arrosto.

Quello che mi piace è che sei finito a Milano, come il tuo idolo Bianciardi c’è finito cinquant’anni fa…
C’ho scritto su un articolo per un racconto su Rumore e XL nel prossimo numero (attualmente in edicola, N.d.R.). Dovrebbe uscire con un mio pezzo su l’ "Antimeridiano", che è uscito per ISBN: XL ne pubblica una parte, un capitolo de "La vita agra". Adesso sembra che io sia il più grande esperto di Bianciardi che c’è in Italia… (sorride autoironico, NdR). In realtà l’ho conosciuto in modo molto casuale. "La vita agra" è un romanzo che ho letto perché ce lo aveva in casa la mamma di una mia ex-fidanzata. L’ho visto nella libreria, l’ho sfilato… L’ho citato in una canzone di “Sussidiario Illustrato”: da lì è partito il legame. Dopo ho comprato questo libro biografico, “Vita Agra Di Un Anarchico” di Pino Corrias, dove ho scoperto tante cose che me lo hanno fatto sentire più vicino ancora. Anche lui è partito dalla provincia, di Grosseto nel suo caso, per Milano, a lavorare al romanzo della vita chiuso in casa. Per campare traduceva da Henry Miller a robaccia. Poi abbiamo in comune una parte di cognome (sorride, NdR). Speriamo di fare una fine diversa! (si ridacchia scaramantici, NdR).

Aveva un carattere burrascoso, non rimaneva indifferente, era rissoso. Si è creato un mito. È morto solo, abbandonato anche dalla compagna. A Grosseto aveva moglie e due figli, a Milano una nuova compagna che abitava con lui. Quando la moglie veniva a trovarlo, faceva andare via la sua compagna. Ma la moglie lo ha scoperto e hanno chiuso. Alla fine era alcolizzato e anche la compagna lo ha abbandonato. È morto in casa. Dopo tre giorni che non apriva, lo hanno trovato. Il capitolo finale è straziante: al funerale c’erano solo quattro persone.

Un altro tuo mito dell’epoca, che citi in due canzoni (“Cinecittà” e “Perché Una Ragazza D’Oggi Può Uccidersi”, NdR), è “Io la conoscevo bene”, il film di Antonio Pietrangeli…
L’ho visto su Raitre e l’ho registrato. Ne ignoravo l’esistenza. Mi è piaciuto così tanto per vari motivi: la storia, la sceneggiatura, la ragazza di provincia che parte per andare a Roma e sfondare nel cinema e in tv. Dopo una serie di delusioni, si butta dalla finestra. C’ho trovato – così come nel Fellini di “La dolce vita” e “Otto e mezzo” – uno sguardo sulle crepe dell’Italia del boom, critico ma che fa ridere: ci sono Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno. Ha un tono leggero, da commedia all’italiana. Ha un uso modernissimo della colonna sonora, pre-tarantiniano. I sentimenti della protagonista sono sottolineati dalle canzonette. Accende col piede il giradischi sul pavimento e ascolta i successi dell’epoca, Endrigo, “Mani Bucate”. Le canzonette si sentono molto e sono parte integrante del film. C’è una scena fantastica: la “scena di Pietrangeli dove la sera a Roma si muore d’amore” (“Cinecittà”, NdR). Stefania Sandrelli dopo l’ennesima notte di sballo senza soddisfazione torna a casa in 500 e arriva all’alba. Per tutto il viaggio la macchina da presa segue l’automobile e c’è “Toi”, la canzone di Gilbert Becaud, dall’inizio alla fine, intera. Lei arriva a casa, si strucca, ride, piange e si butta dalla finestra. È un film molto interessante: tutte le donne dovrebbero vederlo perché pochi registi hanno descritto la sensibilità femminile così in profondità. Tempo fa hanno proiettato il film a Milano e mi sono regalato questa sua visione al cinema. Ma non esiste né in Dvd né in Vhs, la mia copia dalla tv l’ho pure prestata e non mi è più tornata indietro…

Ti piace la commedia all’italiana, insomma.
Sì, la commedia all’italiana, ma anche il neorealismo, Rossellini, De Sica, la commedia leggera anni '60, il western all’italiana, Argento, i poliziotteschi. Il cinema italiano degli anni '70 è stato rivoluzionario, sia nelle produzioni basse che in quelle alte.

A questo punto, sfodero il mio regalo per Francesco. Siccome siamo a Bassano del Grappa, dove è stato in parte girato il cult “Il Commissario Pepe”, gli dono un mio articolo che ricostruisce tutte le location del film, anche se so che oggi è troppo tardi per visitarle e domani i Baustelle alle nove di mattina partono, chi in furgoncino e chi in treno. Soddisfazione: a Francesco gli s’illuminano un po’ gli occhi. E mi racconta della sua passione per le location dei vecchi film.

Pensa che ho un amico di Berlino appassionato di poliziotteschi, ma proprio maniaco. Ha imparato l’italiano sui film di Fernando di Leo. Anzi, la prima frase che ha imparato è stata: “Davanti a me il cappello ti devi togliere”. Io, lui e un amico di Milano abbiamo fatto il giro delle location di “Milano Calibro 9”. È divertente. La prossima volta che capito a Bassano faccio il giro.

L’Italia di una volta era provinciale ma aveva un sacco di stile. Oggi l’Italia non ha più stile, ed è sempre più provinciale.
Una volta c’erano stile e molte idee. Gli anni '60 erano il periodo del boom, giravano soldi. Era un periodo fortunato perché mica sempre quando l’economia va bene il fermento culturale sale. C’era una riuscita commistione tra il boom economico e quello culturale. C’erano grandi idee: nel cinema c’era Fellini, c’era “Per un pugno di dollari”… Anni rivoluzionari. Ora si sono persi lo stile e le idee. Ci sono apparentemente i soldi, ma in realtà no. Ci si atteggia a paese ricco, poi la gente comincia a morire di fame. C’è un imbarbarimento della cultura: non c’è cinema, non c’è letteratura, la musica ristagna.

Già, non c’è nessuna attenzione da parte dell’industria culturale… Anche voi: ora cominciate ad avere un bel successo e tre anni fa non sapevate che pesci pigliare…
Non ci cagava nessuno. Dopo “La Moda Del Lento” non ci voleva nessuna agenzia di concerti. Abbiamo avuto la fortuna di avere persone che credevano in noi nelle major. Roberto Trinci, all’epoca editore Bmg, dopo la “Moda” ci ha convinti a fare dei video. Un po’ di tasca nostra, un po’ Roberto ha convinto la Bmg a mettere i soldi. “Love Affair” ha smosso un po’ le acque, è piaciuta a Mtv. Abbiamo trovato l’agenzia per i concerti, ma è stata una bella fatica, di sbattimento fisico e psichico, economico. Non dovrebbe essere così.

I lavori dei tre gruppi italiani più rappresentativi del 2005, voi, gli Offlaga Disco Pax e i Jennifer Gentle, hanno in comune uno sguardo verso il passato: non è che rimpiangete un’innocenza che l’Italia ha perduto? Un po’ come Povia nel mainstream?
Sì, forse guardiamo al passato per una sorta di innocenza perduta, ma anche perché nel progetto Baustelle c’è il lavoro sulla forma canzone. Per lavorarci in modo rivoluzionario bisogna guardare agli anni in cui anche le canzonette erano rivoluzionarie. Basta prendere “Se Telefonando” di Mina: nell’arrangiamento ha cose fantastiche. La genialità stava nel produrre una specie di avanguardia di massa. Mina e Paoli con gli arrangiamenti di Morricone arrivavano ai ragazzi come cose belle e avanguardistiche. Dagli anni '80 in poi si è persa questa cosa perché il digitale ha trasformato l’industria in una cosa più standardizzata: la canzone pop per la radio con i digitale ha appiattito gli arrangiamenti. In radio i pezzi vanno solo con certe caratteristiche sonore. I musicisti stessi si sono impigriti, perché il digitale offre molta facilità di organizzazione. Non sono un buddista: il pc è una gran figata ma deve diventare per il musicista uno strumento, devi piegarlo alla tua fantasia, alla tua sensibilità. A meno che tu non faccia elettronica, s’intende.

Insomma, un po’ del ragazzo che ascoltava Battisti in auto è rimasto…
Ma no, parlavo anche con Carlo U. Rossi, che ci lavora con la tecnologia, di “Garageband”, un programma fichissimo perché ti permette di comporre canzoni e arrangiamenti senza strumenti. “Ho letto che i Lambchop hanno scritto un intero disco di canzoni così”, faccio io. “Sì, va bene, ma il modo migliore di comporre rimane quello di usare piano e chitarra”, mi fa lui. Sono d’accordo, perché è come se il contatto con lo strumento ti garantisse un maggior apporto di sangue. Toccare il piano o la chitarra ti dà più emotività. Poi adesso ti dico così e magari fra un anno siamo lì a fare il nostro disco elettronico… Ma sarebbe sempre con un progetto ben preciso, e non per comodità.

Abbiamo lasciato fuori il periodo della tua vita tra le superiori e Milano.
Sono andato all’Università a Siena. Un sacco di dischi: ho comprato tutto il comprabile, ho macinato di tutto, dall’alternative alle colonne sonore degli anni '60 e '70. Ho fatto delle specie di ricerche delle collezioni di musica francese, Gainsbourg, Ferrè.

Mi sono laureato regolarmente, in cinque anni, in Scienze della Comunicazione, in Semiotica delle arti, con Omar Calabrese, con una tesi su “Arte e sigle tv”. Il concetto di televisione breve, insomma: gli stacchetti, le sigle, i siparietti di Mtv. Non mi è servito a nulla però è stato divertente (ride, NdR).

Nel 96 si sono formati i Baustelle veri. A Siena stavo in camera con Fabrizio Massara. Rachele l’abbiamo conosciuta perché cercavamo una ragazza che suonasse le tastiere e la chitarra. Ho chiesto a mio fratello più giovane se conosceva qualcuna al Liceo Scientifico. Ci ha parlato di lei, che era già molto brava. L’abbiamo interpellata e abbiamo fatto una prova. È piaciuta a tutti anche perché era molto carina. Comunque, dai, ci aveva molto impressionato per quanto era brava.

La collaborazione con Syria?
Mi ha contattato lei. Per quanto si dica il contrario non c’entra nulla il fatto di stare nella stessa casa discografica. Infatti mi ha chiamato prima che firmassimo. Lei è sposata con Pierpaolo, una persona fantastica, che ha tonnellate di cd, compra Blow Up e ha tutti i dischi recensiti e una cultura musicale spropositata. Le ha fatto sentire i Baustelle e lei mi ha chiamato. Le ho dato appuntamento alla Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano. Io ero molto imbarazzato, non la conoscevo; lei era emozionata come una fan. Mi dice: “Mi sono stancata di fare dischi che non mi piacciono, magari una o due canzoni sì ma le altre sono riempitivi. Vorrei fare un disco per cambiare un po’. Volevo chiedere canzoni a Venuti, Jovanotti, Cammariere e a te”. Poi di queste collaborazioni non si è fatto nulla. “O me ne scrivi una o facciamo una cover, magari di ‘Bonnie & Clide’ di Gainsbourg”. E io: “Sì, assolutamente!” . Era una sfida: mi ha cercato la più lontana da quel tipo di mondo. Mi ha molto stupito e mi è piaciuta come persona. Ho fatto un demo e il testo in italiano, una versione volutamente ironica e fumettosa. Era il modo migliore, una cosa da comic strip, da cartoon. Uno poi pensa “Gainsbourg, l’originale, come erano”, i puristi si scatenano. Ma è gente che conosce poco Gainsbourg perché lui scriveva canzoni per France Gall, una cantante lolita che era molto più commerciale di Syria. I testi di quelle canzoni erano giochi di parole buffi e pop, dei divertissement più letterari che engagé. Alla fine è stata un’esperienza carina, perché Syria è bravissima, una che canta benissimo, buona la prima, piena di entusiasmo e di voglia dentro.

Quando li conosci, questi personaggi mainstream si rivelano sempre molto più interessanti delle loro canzoni…
Sì.

Invece che ne pensi delle recenti prese di posizione di Ferretti, uno che invece è stato a lungo un’icona dell’alternative italiano, addirittura del mondo dei centri sociali, e che in occasione del referendum sulla fecondazione assistita ha scritto a Il Foglio di Ferrara schierandosi con i neo-con italiani?
I CCCP sono stati una delle cose che mi hanno cambiato la vita, e anche i CSI, tantissimo. Lui è un personaggio: mi piaceva la sua capacità di cantare slogan. Un grande personaggio. Ma non ho condiviso la sua svolta sul Foglio. Per carità, chiunque può passare da Lotta Continua ai fasci, ma peggio per lui. Anche Ferrara, infatti, era di ultrasinistra: c’è la sua foto famosa presa durante gli scontri di Valle Giulia (nel 68, a Roma, tra studenti di estrema sinistra e poliziotti; per essi Pasolini scrisse il suo famoso fondo sul “Corriere della Sera” in cui si schierava dalla parte dei poliziotti perché figli del popolo e prevedeva il futuro integrato dei contestatori figli di papà, NdR), che scappa, con le braccia alzate (lo mima, NdR).

E cosa pensi di tutta questa bagarre che adesso la Chiesa e la destra stanno facendo sull’aborto?
È una cosa che mi fa veramente incazzare. Bisogna lasciare a tutti la libertà di scegliere. Invece abbiamo a che fare con questi oscurantisti. La religione cattolica rientra in modo medievale nel mondo d’oggi e questo non è un bene. Uno può pensarla come vuole, io non lo giudico: ma non voglio essere giudicato. Mica mio figlio, se ne avrò, quando ne avrò, dovrà essere obbligato a fare religione a scuola. C’è una deriva oscurantista che non mi piace, in risposta all’11 settembre e all’urto negativo dell’Islam.

Sì, è tutto così innaturale. Tu in due canzoni (“La Canzone Del Parco” e “Il Corvo Joe”) assumi invece il punto di vista della natura, che commenta quello che fanno gli umani.
Non mi piacciono tanto gli esseri umani. Così cerco un punto di vista esterno, cerco di estraniarmi dal mio essere essere umano assumendo un punto di vista astratto da questa condizione. Se fossi credente forse sarebbe più facile, perché assumerei il punto di vista di Dio (sorride ironicamente, NdR). Ma sono ateo, purtroppo (ancora sorrisino, NdR). Così uso questo stratagemma, di essere albero o corvo. Il corvo poi è abbastanza, per l’educazione cattolica, un surrogato di Dio, in qualche modo, del Dio buono del Nuovo Testamento che giudica gli esseri umani ma poi li perdona.

”Il corvo Joe” era per Celentano.
Sì, è successo che i nostri editori, la Bmg, mi hanno chiamato dicendomi che Celentano cercava canzoni. L’ho scritta e l’ho data in pasto a loro. Non so neanche se gli è arrivata. Ma so che l’avrebbe cantata be-nis-si-mo.

È tardi, sono le 18.40, stiamo parlando da un’ora e mezza e il soundcheck incombe. Ci salutiamo e Francesco s’informa di quando uscirà l’intervista. Lui va sul palco. Esco nel buio che incornicia le mille lucine della superstrada per Trento e dei colli intorno a Bassano. Respiro il fresco. Ne ho ancora molte di domande da farti, gringo. È una promessa.

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