Bea Sanjust - L'importante è la rosa Intervista

Bea Sanjust - Bea Sanjust -
02/12/2016 di

Il folk, i fiori, le Midlands e tu. Bea Sanjust non è un nome del tutto nuovo per la scena musicale italiana: cantautrice folk italiana d'origine ma inglese per formazione musicale, già dai primi anni 2000 inizia a collaborare come cantante con diversi musicisti della scena romana, trasferendosi in Inghilterra e continuando lì la sua carriera dopo l'incontro con il chitarrista inglese Tom Cowan. Il suo primo lavoro solista "Larosa" ci ha colpiti per una rara commistione di grazia ed eleganza: l'abbiamo intervistata per conoscere meglio il suo percorso musicale e la genesi di questa curata opera prima.

00:00
 
00:00

Com'è nato il tuo progetto musicale?
Fu Davide Fiorentini, un amico compositore, ad introdurmi per primo alle esperienze musicali. Poco prima dei vent'anni anni mi coinvolse sia per suonare che per scrivere insieme a quello che fu il mio primo gruppo, un progetto reggae. Poi comunque la mia è una famiglia d’arte, quindi a casa ho sempre respirato un clima creativo fra arti visive e invece cinema da parte di mia madre. Il resto è venuto un po’ tutto insieme: a Roma Davide mi introdusse ad altri amici musicisti ed è così che iniziai proprio a suonare e collaborare. Sempre a Roma conobbi più tardi il chitarrista inglese Tom Cowan, che in seguito mi portò a Brighton. Qui contribuii a fondare il collettivo Willkommen Collective e mi dedicai a suonare, facemmo dei tour e pubblicammo un EP ("From Eden, Home and In Between" per la Yesternow Recordings, ndr).

Dopo l’esperienza inglese, nel 2012 tornai a Roma e ritrovai alcuni amici di un gruppo romano che già conoscevo, Simone De Filippis e Marco Fabi, che in quel periodo stavano aprendo il loro studio. Sentii di poter affidare loro la produzione del mio album. Ormai avevo delle canzoni scritte ed ero arrivata ad una collection di pochi brani, ma mi sentivo pronta per un lavoro più lungo. Loro mi hanno aiutata in tutta la produzione. Hanno coinvolto altri musicisti, alcuni li ho coinvolti io... "Larosa" è il risultato.

A che cosa rimanda il titolo dell’album? 
La rosa è un fiore e simboleggia l’insieme delle persone che hanno collaborato al disco. Sta a indicare tutti i musicisti, nel senso che comunque è un lavoro completamente collettivo, gli arrangiamenti li abbiamo fatti insieme. Anche perché un giorno un cespuglio di rose mi ha parlato e mi ha detto di guardarlo. Guarda come sono disposto, quanti fiori... Alcuni sono a diversi stadi di sviluppo, il bocciolo, la giovane rosa, la rosa che poi invece si secca e se ne va. Quasi come una famiglia, un po' come quella di musicisti che ha costruito con me l’album. Solitamente il titolo del disco dà il nome a una traccia o viceversa, ma in questo caso no. Ho voluto dare un titolo che rappresentasse il gruppo per me. E mi piacerebbe che li menzionassi tutti: Tom Cowan e Will Calderbank che come me facevano parte dei Willkommen Collective, Fabio Rondanini dei Calibro 35, Davide Fiorentini, Valerio Vigliar, Alessandro Giovannini, Gabriele Fiammenghi e Gianmarco Amicarelli della band Canialga, Milo Scaglioni, Marco Mistacì Paolucci, Angelo Maria Santisi e infine Roberto Izzo agli archi.

Nel disco confluiscono sonorità molto diverse, che spaziano dal folk al pop e a suggestioni world music...
È vero, nel disco ci sono tantissime influenze, sia perché io musicalmente sono molto onnivora, sia perché hanno appunto collaborato diversi musicisti, mettendo ognuno il suo. Il lasso di tempo in cui ho scritto le canzoni è stato lungo e quindi volevo unirle tutte, anche se coinvolgono emozioni molto diverse. Chiaramente l’impronta iniziale e d’impatto è quella del folk e in particolare del folk inglese, che parte dalla classica chitarra di legno. Poi io ho sempre amato la psichedelia, ma anche la world music. Per esempio mi piacciono molto la musica dell’Est Europa -penso a Bregovic- oppure la musica africana. Ho suonato a lungo con un compositore che si era occupato di musica africana, quindi ne ho interiorizzato molto i tempi dispari, penso a Ali Farka Touré e in generale alla musica della Western Africa. E poi musica americana chiaramente, che ascoltavo ancora bambina: Joan Baez è stata un’influenza forte, soprattutto a livello vocale ma anche come intimità nel fare musica. E poi ancora il rock anni ’90, i Queen, Guns ‘N’ Roses... Davvero un po’ di tutto. C'è anche un pezzo che richiama una ninna nanna inglese popolare.

Volevo chiederti proprio di quello. All’interno dell’album, “Twinkle Twinkle Little Star” colpisce in modo particolare: in comune con la ninna nanna omonima il pezzo ha solo il titolo, mentre per il resto è sviluppato in una chiave eterea, ma decisamente più riverberata e tribale, a tratti quasi inquietante
La musica è una cosa misteriosa, perché pensieri e musicalità si mischiano, a volte a livello inconscio. Mi piaceva a livello sonoro unire alla chitarra una cassa molto diretta. Volevo darle un ritmo tribale sì, però anche un po’ dance. Ho voluto questa cassa bella dritta perché parla proprio alla te stessa piccola donna. Perché lo puoi fare, perché ognuno ha una propria cosa che sente di dover fare. Il significato è comunque quello di brillare come una stellina. Ricordo che me la cantava sempre mia nonna da bambina. Ovviamente non così (ride).

Nel disco ci sono anche due pezzi ("Kings", "The Eye"), scritti insieme a Tom Cowan, musicista appunto fondamentale nel tuo percorso sonoro e nel tuo trasferimento in Inghilterra di alcuni anni fa. Ci racconti qualcosa in più sulla genesi di queste tracce?
"The Eye" è un pezzo molto vecchio, avrà quasi dieci anni. Lo abbiamo scritto agli albori della nostro rapporto musicale. Ci conoscemmo per caso a Roma, alla Stazione Termini, chiacchierando dopo un bellissimo concerto di Senigallia. Live molto bello fra l'altro. Tutto armonico, vibrazioni stupende. Cominciai per caso a chiacchierare con questo ragazzo inglese venuto a Roma in vacanza. Quando gli dissi che cantavo mi diede il demo della sua band del tempo. Sentii subito che era qualcosa di molto potente, che sarebbe stato life changing. Il giorno dopo organizzammo una jam e ci piacemmo molto l'un l'altra, allora lui iniziò a mandarmi i materiali che realizzava per posta. E io, pur non conoscendolo bene ma sentendo un forte amore e una forte connessione con quella musica, presi l’aereo e lo raggiunsi nella sua città natale. Una piccola città nel centro dell’Inghilterra. Fu qui che compose anche le canzoni della nostra prima band, gli Shoreline. "The Eye" nacque da una jam, lui alla chitarra e io a voce e testi. Poi la canzone rimase esclusa dalle pubblicazioni. Allora, visto che a me piace tantissimo, gli chiesi se potessi inserirla nel mio album. Quindi il pezzo è nato in una soffitta delle Midlands inglesi. "Kings" invece era un pezzo di Tom pubblicato nel primo disco degli Shortline, ma aveva tutta un’altra tonalità. Io ho preso il testo e l’ho rimusicata, quindi il testo è di Tom mentre la musica è mia e dei musicisti che hanno lavorato con me al disco. 

I testi del tuo disco hanno frequentemente riferimenti a quella che sembra una storia d’amore, di cui però canti con una certa, consapevole malinconia. È così?
Assolutamente. Molte sono canzoni d’amore per una storia che poi si è conclusa. Oppure pezzi sul lasciarsi e riprendersi all’infinito, come in "Honey Bye Bye", che è una canzone che appunto continuava a tornare indietro a questo amore. O "Piano", che parla di un rapporto nel momento in cui io avrei voluto sposarmi e lui non ci pensava proprio. In questo ho voluto anche ironizzare. Ci sono anche temi familiari, emozioni forti riguardanti la famiglia. C'è sicuramente una malinconia che è appartenuta a quel periodo. Poi spero non sia rimasta solo quella (ride).

Un'ultima domanda un po' imprescindibile data la tua esperienza all'estero: cosa ti piace del fare musica in Inghilterra e cosa del suonare invece in Italia?
Dieci anni fa la situazione in Inghilterra era molto più semplice, ma comunque la musica è anche oggi molto incoraggiata: ci sono molte open mic night che partono dal basso, un sacco di musica da vivo, bellissimi festival, un pubblico che comunque viene e ti ascolta silenzioso, il che è ideale per un tipo di musica come la mia che richiede un po' di quiete. E poi il fatto di suonare meravigliosamente alle otto e mezza di sera! È una cosa stupenda, perché il live si apre a tutti e non diventa una cosa solo da localari o comunque da gente che può far tardi la sera. La musica live lì è per tutti, quindi ho amato molto questi aspetti. Devo dire negli ultimi anni in Italia c’è comunque stato uno scatto e la musica live è tornata fra la gente. Ci sono locali che aprono in continuazione, c’è molta cura, la gente è interessata anche alla musica oltre che all’incontro e alla birra. Secondo me questo è un buon momento. Mi sta piacendo suonare dal vivo in Italia, molto. Ci sono delle piccole cose ancora da aggiustare, orario in primis. Perché quelli attuali precludono la musica a tantissime persone che io invece vorrei includere, perché la musica unisce.

Tag: intervista

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati