Bebo Guidetti: "Siamo diventati lavoratori gratuiti delle piattaforme"

C'è vita oltre Spotify e i social? Se lo chiede il musicista de Lo Stato Sociale nel saggio "Il capitale musicale", dove analizza come siamo tutti, sia artisti che pubblico, diventati ingranaggi di una macchina enorme. E come immaginare delle strade per uscire da questa distopia

Alberto "Bebo" Guidetti de Lo Stato Sociale
Alberto "Bebo" Guidetti de Lo Stato Sociale

Per anni abbiamo raccontato Spotify, TikTok o il sistema del ticketing come semplici strumenti, come piattaforme, come tecnologie, come delle infrastrutture inevitabili della contemporaneità. Nel suo nuovo saggio Il capitale musicale. Guida all’ascolto della governance algoritmica, edito da Timeo e da pochi giorni in libreria, Alberto “Bebo” Guidetti prova invece a fare un’operazione diversa: leggere l’industria musicale come un laboratorio politico del capitalismo contemporaneo. Non soltanto un libro sulla musica, quindi, ma un libro sul lavoro, sul desiderio, sull’identità e sul potere.

Guidetti parte dall’esperienza concreta vissuta con Lo Stato Sociale e la intreccia con Fisher, Žižek, Bratton, Foucault e la platform economy, costruendo un saggio che riesce a parlare contemporaneamente di Spotify Wrapped, dei finti sold out, di TikTok, di ticketing monopolistico, di creator economy e della trasformazione dell’artista in contenuto permanente. “A un certo momento la carriera de Lo Stato Sociale mi è sembrata scappasse di mano” racconta. “Non verso i soliti discorsi stereotipici della cattiva major, ma verso un’attenzione esagerata alla presenza social, al discorso pubblico, al posizionamento come costruzione dell’identità e non viceversa”.

Il cuore del libro, in fondo, sta proprio qui: nella sensazione che la musica abbia smesso di essere soltanto musica. O ancora meglio, che oggi attorno alla musica si sia costruita una gigantesca architettura di produzione identitaria e affettiva. “L’identità è diventata la merce primaria”, spiega Guidetti. “Attraverso l’identità si può alimentare quello che è l’oro contemporaneo: il capitale posizionale”.

Nel libro questa idea torna continuamente. L’artista contemporaneo non è più semplicemente qualcuno che produce canzoni, ma una figura costretta a costruire presenza, relazione, linguaggio, visibilità. Un lavoratore permanente dentro la macchina dell’attenzione. “Senza i social è difficile anche solo spiegare quello che si fa”, dice Guidetti. “Senza le piattaforme di streaming è quasi impossibile far ascoltare la propria musica. Eppure ci restiamo malgrado siano odiose, richiedenti, incomprensibili”.

La cosa più interessante del libro è forse proprio il suo rifiuto di una nostalgia sterile. Guidetti non crede che “si stesse meglio prima”, ma nemmeno al tecno-ottimismo da Silicon Valley. La tecnologia, dice, non è neutra e soprattutto non è inevitabile. “La tecnologia è una costruzione umana. La cosa che ci deve importare è chi la detiene e che scopi ha”. Per questo Il capitale musicale prova continuamente a spostare lo sguardo. Spotify non viene descritto come semplice servizio di streaming, ma come struttura di governance. Il ticketing non come organizzazione di eventi, ma come architettura estrattiva. TikTok non come piattaforma video, ma come infrastruttura capace di produrre valore attraverso attenzione, comportamento e dati.

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Ed è qui che il libro diventa davvero disturbante. O comunque inquietante, ecco. Perché la sensazione, leggendo Guidetti, è che la piattaforma non coincida più con un semplice intermediario, ma finisca per coincidere direttamente con il mercato stesso. Con la realtà stessa della visibilità. “Non penso ci abitueremo completamente”, dice. “Non ci siamo abituati con decenni di bombardamento mediatico attraverso tv, radio e giornali in mano al capitalismo, resisteremo anche a questo assalto. Però le piattaforme producono una difficoltà nuova”.

Una difficoltà che secondo Guidetti riguarda soprattutto la disgregazione del discorso collettivo. Per questo critica anche certe risposte apparentemente “alternative”, come il rifugio individuale nelle newsletter personali. “Ogni volta che viene aperta una newsletter personale invece di proporre un articolo a una webzine o a una rivista si alimenta ancora di più lo spaesamento prodotto dalle scelte algoritmiche”, spiega. “Il lavoro collettivo e redazionale produce comunità. Le piattaforme no”.

Anche il pubblico, nel libro, smette di essere semplice spettatore. Diventa produttore di hype, engagement, dati comportamentali e lavoro affettivo. Ogni storia Instagram fatta durante un concerto, ogni trend TikTok, ogni forma di partecipazione digitale alimenta direttamente la macchina estrattiva delle piattaforme. “Siamo diventati lavoratori gratuiti delle piattaforme” dice ridendo amaramente. “Però quando vai a vedere un concerto nel locale della tua città e magari compri qualcosa al merch senza fare storie su Instagram stai facendo qualcosa di infinitamente più utile per la cosa che ami”.

Eppure Il capitale musicale non è “solamente” un libro disperato. O almeno non completamente. Nelle ultime pagine Guidetti prova, infatti, a immaginare possibili vie di fuga: cooperative di piattaforma, modelli distributivi alternativi, sindacalizzazione degli artisti, marketplace cooperativi, fediverso, strutture collettive capaci di sottrarsi almeno in parte alle oligarchie dello streaming. “Secondo me un’alternativa collettiva esiste”, racconta. “Non è obbligatorio usare le alternative, ma sapere che esiste un fuori è già importante”.

Alla fine, forse, il punto del libro è proprio questo. Non tanto trovare una soluzione immediata, quanto recuperare la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. “Negli ultimi vent’anni ci siamo riempiti la bocca di realismo capitalista”, conclude Guidetti. “Però Fisher ci ha insegnato una cosa fondamentale: quando hai una diagnosi precisa, puoi iniziare almeno a immaginare una cura”.

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L'articolo Bebo Guidetti: "Siamo diventati lavoratori gratuiti delle piattaforme" di Mattia Nesto è apparso su Rockit.it il 2026-05-19 11:19:00

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