Il garage ermetico - Bergamo, 03-11-2007 Intervista

28/03/2008 di

(I Garage Ermetico - Foto da internet)

Un ragazzo di Genova e uno di Bergamo. L'amore per i field recordings, dal mare alle montagne. La voglia di combinare cantautorato folk ed elettronica minimale: un immaginario emozionale e letterario. Canzoni che si ascoltano come racconti: entrate anche voi nel Garage Ermetico, non ne rimarrete delusi.



Quando apre Il Garage Ermetico? Perchè avete scelto un nome così, ehm, ermetico?
Il Garage apre nel 2003 sui banchi dell’Università di Bergamo, facoltà di Lettere e filosofia, durante massacranti lezioni di Letteratura Latina. In principio non era un duo, ma una formazione rock abbastanza classica, cinque elementi. La band non calca troppi palchi, prediligendo i prati. Dopo alcune defezioni, noi due superstiti (Daniele e Maurizio, Ndr), scopriamo quanto è divertente fare musica con il computer. Il nome forse è un po’ inflazionato ma è un omaggio al fumetto di Moebius e poi ci descrive bene: un enorme ripostiglio pieno di idee confuse da cui ogni tanto esce una macchia di olio sonoro, impastata, zoppicante e fragile.

Al MI AMI 2008 tra i banchetti mi avete raccontato che i vostri pezzi sono il risultato di stratificazioni complesse e continue: come nascono e quando vi accorgete che sono completi?
Tutto parte da un’idea che può essere un giro di chitarra, di piano/synth, una base ritmica, magari assemblata con field recordings, una frase, e poi ci si diverte con l’elettronica, gli effetti, i filtri, le sovraincisioni. Fino ad adesso, poi, raramente abbiamo lavorato contemporaneamente, spalla a spalla sullo stesso pezzo. Diciamo che ogni pezzo ha una paternità abbastanza definita anche se chiaramente poi si discute, si aggiungono voci, rumori, e ogni traccia passa più volte dal pc dell’uno al pc dell’altro prima che venga messa sul cd. Poi, in realtà, non abbiamo ben capito quando un pezzo debba considerarsi “finito”, e credo si senta.

"Il Triste Destino Della Sig.ra Majakovskij ", "L'Ultimo Discorso Dell'Imperatore", "Alcuni Pensieri di Moby Dick La Balena": i vostri primi tre album hanno titoli dal sapore classico, quanto la letteratura influenza le vostre visioni sonore?
Per entrambi la letteratura è una passione, non abbiamo nessuna intenzione di fare musica didascalica o a programma, soltanto è evidente che ciò che leggiamo, spesso sente il bisogno di tornare a galla anche solo come pretesto o come ispirazione.

Potremmo definirli concept album o racconti?
Per ogni album il discorso è un po’ differente. Il primo è nato quasi per gioco, semplicemente ci piaceva il sapore, appunto, letterario di quel titolo, strutturato, spiazzante e narrativo senza che l’album in realtà lo fosse esplicitamente. Per “L’ultimo discorso dell’imperatore” nemmeno ci eravamo accorti degli echi kafkiani prima che ce lo facessero notare, però credo si possa ritrovare lungo le tracce un’atmosfera coerente, una specie di decadenza consapevole, grottesca e leggera. Anche qui niente di studiato a tavolino comunque. Discorso diverso per “Alcuni pensieri…“ questo nato sì dopo la lettura di Melville, nel tentativo - forse blasfemo? - di dare una voce a quella bianca massa enorme che rimane defilata ma incombente per tutto il romanzo. Per Achab, Moby è l’ossessione, ma l’ossessione ricambia lo sguardo, e pensa, a volte parla, magari in modo un po’ ambiguo, triste, grottesco, boh, ci piaceva…Questo è stato il punto di partenza, poi sono sempre le parole e le atmosfere a prendere il sopravvento sui piani iniziali.

Quanto Genova e il suo mare vi aiutano nella stesura dei pezzi?
Genova è una città con una personalità enorme, un carattere ingestibile, affascinante e difficile. Certamente abbiamo molto pensato alle canzoni dell’ultimo album camminando tra i vicoli, o al porto antico. Comunque tutto a Genova sa di mare, ma a volte quasi ci dimentichiamo della sua presenza, e quando scendono le nuvole e incomincia a piovigginare, la città si imbroncia e sembra di essere catapultati in qualche grossa città nordeuropea. Forse è questa specie di spleen mediterraneo quello che ci ha colpito, ciò che è rimasto.

E Bergamo con le sue montagne?
Forse piccoli echi di Orobie (le belle ma dimenticate Alpi Bergasmasche, Ndr) iniziano a entrare nella nostra musica, ma ci piacerebbe fossero di più. Ci stiamo provando a dare un suono alla nostra immagine dei boschi, delle cime e della nebbia e spero si sentirà nei nostri prossimi lavori.

Parliamo del mondo musicale sommerso di Genova: è vero fermento creativo? C'è qualche progetto che vi piace e con cui collaborate/suonate?
Ultimamente si è molto parlato di Genova e della miriade di gruppi e di progetti che sta sfornando la città. Non abbiamo collaborato con nessun musicista finora, anche se ultimamente ho molto ascoltato l'ultimo EP di Fabio Zuffanti. Per quanto riguarda progetti più "trasversali", il Garage ha fornito alcuni pezzi come colonna sonora di un cortometraggio prodotto dal Laboratorio Probabile Bellamy che ha poi partecipato al Genova Film Festival vincendo una menzione speciale. Comunque seguiamo con interesse l’ambiente “sommerso” genovese (soprattutto gli eventi organizzati da Disorderdrama, tanto per intenderci). Al di là dei singoli progetti, quello che colpisce è la capacità di questi ragazzi di organizzare eventi e di tenere in piedi la “scena”. Un DIY che si concretizza in manifestazioni significative e nel costruire dal basso una cultura alternativa, nel sapersi creare gli spazi senza aspettare per forza che l’assessore alle politiche giovanili conceda una festa o che il locale fashion-indie di turno porti a casa tua i gruppi che spereresti di ascoltare.

Fonti di ispirazione: più Akron/Family o Boards Of Canada?
Sicuramente altri artisti ci hanno influenzato di più nella nostra crescita musicale ad esempio Tom Waits, i Nirvana, Radiohead e Rino Gaetano, ma ammetto che i due gruppi che citi siano tra le cose più interessanti che abbiamo ascoltato negli ultimi due anni: i Boards of Canada (ancor più di loro i Radiohead) ci hanno mostrato un approccio originale alle macchine e all’elettronica, una tecnica. Gli Akron/Family sono semplicemente uno dei gruppi più intelligenti ed emozionanti che abbiamo ascoltato negli ultimi anni.

Vi siete mai esibiti dal vivo? Lo ritenete possibile?
Non ci siamo mai esibiti in duo, per farlo dovremmo riarrangiare i pezzi in maniera molto minimale, salvandone l’ossatura e sacrificandone ciò che ci sta attorno che è quasi sempre frutto di elaborazioni fatte al computer, ma onestamente alcuni pezzi credo che non reggerebbero. Ora però qualcosa si sta movendo, abbiamo iniziato a scrivere dei nuovi pezzi insieme ad un batterista, a provarli in saletta e credo che in un futuro sarà possibile anche proporli dal vivo.

Sempre al MI AMI abbiamo parlato dei De-garde, gruppo di improvvisazione strumentale di cui fate parte: potreste darmi qualche informazioni in più a riguardo?
I De-garde sono un progetto ludico, estemporaneo, sporadico e sperimentale in cui dei ragazzi di estrazioni musicali alquanto differenti (ma comunque confinanti) si riuniscono in saletta e senza alcuna prova o accordo precedente, microfonati in qualche modo gli strumenti (formazione rock-pop classica più drum machine, rumorismi vari e, a volte anche un didjeridoo) immortalano ai posteri le loro frustrazioni e i loro deliri sonici. Ne vengono fuori flussi sonori dilatati in cui si alternano momenti noise, divagazioni psichedeliche, accenni indie, ritornelli lo-fi…E’ molto divertente, quasi catartico.

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