Birthh - Nata dai boschi Intervista

foto di Margot Pandone - Birthh Born in the Woodsfoto di Margot Pandone - Birthh Born in the Woods
06/05/2016 di

Birthh, Alice Bisi, 19 anni, un disco (bellissimo) con We Were Never Being Boring e un esordio direttamente in Texas, al prestigioso SXSW. Come non prevedere un futuro più che luminoso per lei? In questa intervista ci racconta com'è nato il disco e del suo rapporto con la musica italiana, proprio lei che ha un suono così internazionale. La vedremo presto anche sul palco del MI AMI Festival (qui le prevendite). Non perdetevela.

Sei spuntata dal nulla un giorno di un mese fa sulle bacheche degli italiani con un singolo fortemente evocativo, "Chlorine". Pian piano abbiamo scoperto del disco in uscita con We Were Never Being Boring, il debutto live al SXWS, qualche data in Europa per poi sbarcare in Italia al MI AMI. Ma andiamo a ritroso: ci fai un riassunto delle puntate precedenti?
Suono da quando ho iniziato ad andare alle elementari e la musica ha sempre occupato la maggior parte del mio tempo; ho iniziato a suonare in giro nel 2012 da sola con la mia chitarra acustica e mi facevo chiamare Oh! Alice, poi mi sono stancata di poter usare un solo strumento alla volta, volevo più dinamica e ho iniziato a sperimentare un po’: è così che è nato Birthh. Mi piaceva molto l’idea che solo con l'uscita del singolo Birthh apparisse anche agli altri, avere la possibilità di “sbucare dal nulla” è uno dei vantaggi di cominciare tutto da zero.

Come e dove sono nate le canzoni che compongono questo tuo esordio? C’è stato un fattore scatenante che ha fatto scaturire tutto il progetto o si tratta di una scrematura di materiale che conservavi nel cassetto?
Un po’ entrambe le cose, in realtà: avevo già alcuni abbozzi di pezzi che volevo registrare e a cui lavoravo da tempo, poi l’inizio dell’anno scorso è stata una stagione complicata e pesante dal punto di vista personale, e in quel periodo ho scritto molto. In un certo senso il mio star male in quel momento ha influenzato anche la riscrittura di quello che avevo già, e in qualche modo il disco ha preso forma da solo in camera mia, mentre a distanza Lorenzo Borgatti aggiungeva cori con l’harmonizer e linee di chitarra.

Hai già un tuo processo di scrittura strutturato o ti lasci guidare dalla casualità? 
Se ripenso ai brani del disco, presi uno per uno, credo si possa dire che ognuno ha avuto un processo di scrittura a sé. Alcune canzoni, per esempio "Queen Of Failureland" e "If You Call Me Love", sono state scritte di getto con la chitarra acustica e poi riarrangiate in studio, a distanza di tempo. Altre invece, come "Chlorine" o "For The Heartless", sono nate sperimentando con Logic Pro 9. All’inizio non avevano una vera forma di canzone, erano quasi appunti per me stessa, cose da non far uscire dalle cartelle del mio computer, solo con il tempo si sono legate ad una particolare idea.



Ci puoi parlare della scelta dei tuoi suoni? 
Tutto dal punto di vista sonoro è stato molto naturale, credo che i suoni acustici diano un calore e un’emotività davvero particolari, mentre l’elettronica porta sempre molta freschezza e raffinatezza. Lasciare i suoni del wurlitzer e delle chitarre abbastanza lo-fi è servito a contrastare la nettezza delle soluzioni percussive elettroniche o dei tappeti sintetici; in generale l’opposizione lo-fi/elettronica è uno schema che mi affascina molto e che vorrei portare avanti anche in futuro. Non so come funzioni per gli altri, ma io quando riascolto un pezzo che sto scrivendo ci “sento” dentro varie cose, nel senso che me lo immagino già arrangiato con un determinato suono, poi comunque è bello anche confrontarsi con altre persone, e provare soluzioni che non avresti pensato mai di cercare da sola.

Ci racconti com'è nato il contatto con We Were Never Being Boring e come si sta sviluppando? 
Il contatto con WWNBB è nato in maniera molto classica: ho mandato una mail con il link a un paio di pezzi, mi hanno risposto chiedendo se avessi altro materiale e da lì è iniziato tutto. Con Alessandro (Paderno) ho iniziato a lavorare fin da subito: essendo lui la “parte italiana” dell’etichetta abbiamo potuto vederci per la produzione del disco e successivamente del live, per vedere Samuele (Palazzi) invece abbiamo dovuto aspettare il tour americano, ma vederlo dopo un miliardo di telefonate e videochiamate su Skype è stato un miraggio.

Esordire al SXSW è una cosa piuttosto unica e importante, specialmente per un artista italiano. Com'è andata?
Il SXSW è un evento molto particolare, non è solo un festival per il “grande pubblico” ma è anche e soprattutto un evento per addetti ai lavori, giornalisti, A&R ecc. Ho visto dappertutto molto interesse in quello che fa ognuno, e in generale direi che non è un festival per gli “headliner”. Dal nostro lato è stato un esordio molto istruttivo e in generale lo è stato tutto il tour: in quasi 20 giorni e 10 date tra Austin, Denver e la California, abbiamo imparato ad arrangiarci anche nelle situazioni più estreme. A volte ci si trovava in posti molto DIY, con dieci quindici minuti per i cambi palco, in cui montare tutte le tue cose (e noi abbiamo un sacco di elettronica) e sperare di poter fare un minimo di check!



I tuoi pezzi hanno un suono molto internazionale, che magari non rappresenta più l'avanguardia, come magari potevano esserlo anni fa The XX e James Blake, ma sono ancora fortemente attuali. Su questi suoni l'Italia si è mossa in deciso ritardo, nonostante la diffusione di certa musica nel nostro paese, e nonostante molti confini siano stati ormai abbattuti. 
Viviamo in un mondo in cui il mercato discografico internazionale è talmente vasto, e al tempo stesso accessibile, da non potersi permettere “doppioni”. D’altra parte, però, credo che ciò vada a scapito delle canzoni, che ne risentono molto, e sto parlando da ascoltatrice. Credo che l’Italia offra da anni molta musica interessante, soprattutto nel panorama cantautorale, mi sembra che semplicemente ci sia molta più cura nella composizione rispetto alla produzione. Ovviamente questo è solo un mio parere: per me la musica va ben oltre i suoni. Diciamo che se ci siamo mossi in ritardo su questo frangente, forse è perché ci siamo concentrati su altro.

Ascolti qualcosa della musica italiana attuale? 
Sì, ultimamente ne ascolto molta. Al di là di Any Other, che mi piacciono tantissimo e che seguo spesso live (anche perché non so come ma ho la patente e mi capita di portarl* in giro), ho consumato "DIE" di IOSONOUNCANE e anche il nuovo disco di Motta mi incuriosisce molto. Poi se parliamo di “grandi”, uno dei miei dischi italiani preferiti (disco della vita per me) è "Ovunque Proteggi" di Vinicio Capossela. Nella scena indipendente italiana ci sono un sacco di persone a cui voglio molto bene e che ho avuto modo di conoscere suonando in giro e andando ai concerti: penso a Setti, per citarne uno, ma anche La Notte delle Streghe e i Three in One Gentleman Suit, credo sia normale quando si condivide una passione comune così forte costruire dei rapporti che vadano al di là della professione.

Negli ultimi sei mesi, sul piano internazionale, due tue coetanee mi hanno particolarmente colpito con i loro debutti: l'americana Julien Baker e l'irlandese SOAK. Nonostante i chilometri, le esperienze e i differenti stili, mi stupisce come vi sia un “comune sentire” sia sulle sonorità che sul modo di approcciarsi a tematiche sempre più intime e personali, in una spirale di disillusione tragica alla vita, non solo la propria, esposte al pubblico. Che ne pensi?
Ho ascoltato tanto il disco di SOAK e ne sono perdutamente innamorata. Penso che uscire dall’adolescenza abbia qualche “effetto collaterale” comune: si comincia a scoprire se stessi e si sente molto il peso del futuro, ci si guarda indietro e ad un certo punto ci si rende conto di essere diventati adulti tutto in un colpo, senza forse essere pronti del tutto. Scrivere ed espormi in questo modo ha attutito molto il colpo di questo tuffo a capofitto verso una cosa simile all’età adulta, credo che per scrivere cose che siano vere si debba frugare tra i propri pensieri e fare ordine, facendo così si scoprono tante cose di se stessi e del mondo esterno che talvolta si ha voglia di far uscire fuori.



Com'è e cosa vuol dire esporsi cosi tanto sul piano personale nei pezzi? 
Il rischio, ovviamente, è quello di prendere sempre molto personalmente le critiche, ma allo stesso tempo credo che si possa instaurare un rapporto di empatia con chi ascolta che non sarebbe possibile avere in altro modo.

Negli ultimi tempi in Italia stiamo assistendo finalmente ad un fiorire di proposte musicali di musiciste, e per giunta tutte molto interessanti (Any Other, LIM, Tight Eye, Sylvia solo per citarne alcune). Pensi che sia dovuto al fatto che già da tempo si discuta di femminismo, anche nell'ambito della musica italiana?
Per quanto mi riguarda ho cominciato a suonare perché mi andava di farlo e perché volevo raccontare certe cose, non per fare “musica femminile”. Non credo sia molto utile considerare le ragazze che suonano come un genere a sé, come se il nostro non essere maschi influenzasse il tipo di musica che facciamo e cosa suoniamo. Facciamo bene a parlare di femminismo, e dei problemi di emarginazione che vivono sulla loro pelle le ragazze che suonano, in Italia come altrove, ma credo sia importante non discuterne in termini di categoria. È un atteggiamento che rischia di ribadire quella specie di stupore se una ragazza suona.

Tag: null nuovo album

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